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Dante e Primo Levi: riflessioni nell’ora della coscienza Opinion leader

Firenze – Non sono certo un dantista e neanche uno studioso di Primo Levi, per cui mi limiterò a qualche riflessione alla rinfusa, parlando ovviamente molto più di Levi che di Dante. Scusatemi, quindi, se divagherò un po’, e se farò largo uso di citazioni.

Volevo poi segnalare il fatto che per la lettura appena fatta ho utilizzato l’edizione scolastica del 1973, ma non per il fatto che anch’essa, ovviamente, si discosta in alcuni punti dalla prima edizione del 1947 pubblicata dal piccolo editore De Silva dopo che, come sappiamo, il libro venne rifiutato da Einaudi, cosa che è sempre bene ripetere, non tanto per biasimare gli illustri consulenti della casa editrice torinese quanto per ricordare il clima di quell’epoca, in cui un’opera del genere era considerata “soltanto” una testimonianza e non un’opera di letteratura “impegnata”, un’opera dove non si parlava del “sol dell’avvenire” ma quasi esclusivamente della “notte”, per citare un’altra testimonianza capitale sulla Shoah, che allora non si chiamava Shoah e neanche Olocausto. Allora si parlava “semplicemente” di campi di concentramento.

La scelta di questa edizione dipende invece dal fatto che essendo un’edizione per le scuole Levi ha aggiunto alcune note, che ci è parso utile citare. Ma di questo parleremo più avanti. Precisiamo soltanto che il testo della Commedia citato da Levi ad Auschwitz e riportato nel libro è quello che, a fatica, Levi si ricordava, e non certo quello delle edizioni critiche.

Ciò premesso, in teoria avrei potuto limitarmi a leggere e a commentare soltanto le pagine effettivamente dedicate al Canto di Ulisse, cominciando cioè dal momento in cui Primo Levi ci dice sorprendentemente che Pikolo «vorrebbe imparare l’italiano». Però mi è sembrato giusto ricordare dove si svolge questa scena: nel campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Senza le pagine che precedono quelle “dantesche”, qualche negazionista o revisionista potrebbe dedurne che i prigionieri si dilettavano con la poesia, addirittura con Dante…

La verità è che tutto avviene durante una tregua di un’ora grazie a Pikolo (all’anagrafe Jean Samuel), definito con un ossimoro «scaltro e fisicamente robusto, e insieme mite e amichevole», che quel giorno sceglie proprio Primo per andare con lui a prendere la zuppa quotidiana. Ripeto le parole di Levi: «Il rancio si ritirava a un chilometro di distanza; bisognava poi ritornare con la marmitta di cinquanta chili infilata nelle stanghe. Era un lavoro abbastanza faticoso, però comportava una gradevole marcia di andata senza carico, e l’occasione sempre desiderabile di avvicinarsi alle cucine». Una tregua, come dicevamo. E Levi si intendeva bene di tregue, a tal punto da intitolare La tregua il suo secondo libro. Permettetemi quindi di citare la poesia del 1946 che vi compare in epigrafe:

Sognavamo nelle notti feroci/ Sogni densi e violenti/ Sognati con anima e corpo:/ Tornare; mangiare; raccontare./ Finché suonava breve sommesso/ Il comando dell’alba:/ «Wstawać»;/ E si spezzava in petto il cuore.// Ora abbiamo ritrovato la casa,/Il nostro ventre è sazio,/ Abbiamo finito di raccontare./ È tempo./ Presto udremo ancora/ Il comando straniero:/ «Wstawać». 

E questo è l’illuminante commento di Levi, sempre in una edizione scolastica, questa volta del 1965:

«[La pagina finale della Tregua] chiarisce il senso della poesia posta in epigrafe, e ad un tempo giustifica il titolo. Nel sogno, il Lager si dilata ad un significato universale, è divenuto il simbolo della condizione umana stessa e si identifica con la morte, a cui nessuno si sottrae. Esistono remissioni, “tregue”, come nella vita del campo l’inquieto riposo notturno; e la stessa vita umana è una tregua, una proroga; ma sono intervalli brevi, e presto interrotti dal “comando dell’alba”, temuto ma non inatteso, dalla voce straniera (“Wstawać” significa “Alzarsi”, in polacco) che pure tutti intendono e obbediscono. Questa voce comanda, anzi invita alla morte, ed è sommessa perché la morte è iscritta nella vita, è implicita nel destino umano, inevitabile, irresistibile; allo stesso modo nessuno avrebbe potuto pensare di opporsi al comando del risveglio, nelle gelide albe di Auschwitz».

È forse questo l’inesorabile comando che Primo Levi sentì l’11 aprile 1987 quando morì suicida. 

Leggendo questo passo, la marcia di Pikolo e Primo per ritirare il rancio, mi è venuto in mente il mito di Sisifo di cui parla Camus nel libro eponimo. Non credo che Levi lo avesse letto quando scriveva Se questo è un uomo, anche se l’originale francese è del 1942 e la traduzione italiana del 1947. In fondo, sia Sisifo che Ulisse fanno parte della mitologia greca, ed entrambi sono dei dannati: il primo si trova agli inferi per decisione degli dei (secondo Omero aveva addirittura incatenato la Morte); il secondo è all’inferno per decisione di Dante.

La condanna di Sisifo, scrive Camus, è quella di spingere senza posa un macigno sino alla cima di una montagna, dalla quale ricade per azione del suo stesso peso. Gli dei avevano pensato, con una certa ragione, che non esiste punizione più terribile del lavoro inutile e senza speranza. E cos’era il più delle volte il lavoro svolto dai prigionieri nei campi? Come dice Bettelheim (che era stato a Dachau e Buchenwald), «gran parte del lavoro imposto nei lager era inutile, o superfluo, o così malamente progettato che doveva essere fatto due o tre volte. Particolarmente, i nuovi detenuti erano obbligati ad adempiere mansioni assurde … Essi si sentivano degradati … e preferivano addirittura un lavoro più pesante quando produceva qualcosa di utile».

Ma anche nella eterna sorte di Sisifo c’è una tregua, quella del ritorno a mani vuote a recuperare il macigno. «È durante questo ritorno che Sisifo mi interessa» scrive ancora Camus. «Un volto che patisce tanto vicino alla pietra è già pietra esso stesso! Vedo quell’uomo ridiscendere con passo pesante, ma uguale, verso il tormento, del quale non conoscerà la fine. Quest’ora, che è come un respiro … quest’ora è quella della coscienza. In ciascun istante durante il quale egli lascia la cima … egli è superiore al proprio destino. È più forte del suo macigno».

Quest’ora è quella della coscienza! Anche l’ora concessa a Pikolo e Primo durante quella «gradevole marcia di andata senza carico» è l’ora della coscienza. Certo, come abbiamo letto, Pikolo è un privilegiato, come del resto Primo in quanto chimico. Non sono stati selezionati per le camere a gas, non fanno parte dei cosiddetti musulmani, destinati a diventare i sommersi – per alcuni i veri testimoni senza voce della Shoah. Ora sono insieme a camminare per un’ora «sotto un chiaro cielo di giugno».

Pikolo, in quanto alsaziano, parlava correntemente sia il francese che il tedesco (sappiamo com’era importante parlare le lingue nel campo. Ovviamente, sopratutto il tedesco: non capire un ordine urlato da una SS poteva significare la morte. Quanti italiani sono morti così!). Ora Pikolo, che era stato un mese in Liguria, vorrebbe imparare l’italiano (ad Auschwitz!). Primo ha un attimo di sconcerto, ma poi sente che si può fare e gli viene in mente il Canto di Ulisse della Divina Commedia. «Chissà come e perché mi è venuto in mente» scrive Levi. Ma abbiamo già detto che questa è l’ora della coscienza, ma forse anche dell’inconscio. Primo è un giovane colto che ha fatto il liceo classico d’Azeglio (quello di Augusto Monti, per intendersi) e non è poi così strano che gli venga in mente questa famosa pagina dantesca. Il problema, semmai, è farsi capire, ma «Jean è attentissimo, ed io comincio, lento e accurato: Lo maggior corno della fiamma antica…».

Dopo alcuni versi Primo si ferma e cerca di tradurre. «Disastroso: povero Dante e povero francese». Ma Jean capisce, suggerisce addirittura a Primo «il termine appropriato per rendere» l’aggettivo «antica». Poi Primo ha comprensibilmente un vuoto di memoria e ricorda solo qualche frammento. Però di un verso è sicuro: Ma misi me per l’alto mare aperto. E, come un valente critico, è in grado di spiegare a Pikolo perché «misi me» non è «je me mis»: «è molto più forte e più audace, è un vincolo infranto, è scagliare se stessi al di là di una barriera». Ma non siamo in un’aula universitaria, siamo ad Auschwitz, e la barriera è il reticolato elettrico che circonda il campo, una barriera insuperabile, che però nelle stesse parole di Levi può rappresentare l’ultima apparente libertà: «… se proprio non ti sentissi più altro nel cuore che sofferenza e noia, come a volte succede, che pare veramente di giacere sul fondo; ebbene, anche allora noi pensiamo che se vogliamo, in qualunque momento, possiamo pur sempre andare a toccare il reticolato elettrico…».

Altri vuoti di memoria, altri versi salvati, ma giudicati da Primo non così importanti, fino ad arrivare alla celebre terzina: Considerate la vostra semenza:/ Fatti non foste a viver come bruti,/ Ma per seguir virtute e conoscenza.

Mai, forse, questi versi sono stati recitati in un contesto così tragico. Qui, all’ombra dei camini dei forni crematori, assumono un valore assoluto. Il momento è solenne, uno dei quei rari momenti che capitano in una vita umana. Primo ha bisogno che anche Pikolo capisca, che il “fratello” che gli sta accanto condivida con lui questo attimo irripetibile, starei per dire salvifico. Per Primo è come se sentisse questi versi per la prima volta: «come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono». Tutti noi desidereremmo, almeno per un attimo, dimenticare chi siamo e dove siamo.

Pensate a quale straordinario “miracolo” sta vivendo Primo mentre l’ora di tregua sta finendo. Sulla «voce di Dio» permettetemi di citare Alberto Cavaglion, uno dei massimi studiosi dell’opera di Levi: «Le storie, la nuova Bibbia che Levi dice di voler scrivere trovano qui un punto nodale di estrema importanza. La visione del Male in Levi non ha nulla a che vedere con le teorie protestanti sulla “morte di Dio”, né con la visione ebraica di Jonas [Dio è buono ma impotente perché si è ritirato dal mondo per lasciare libere le sue creature] o di Buber, secondo cui Dio, ad Auschwitz, avrebbe “nascosto il proprio volto” … Nei momenti più solenni di Se questo è un uomo … il volto di Dio è sì nascosto, ma se ne ascolta la voce. Dante e la Bibbia si trovano accomunati nello stesso compito di raccogliere e trasmettere “la voce di Dio”; o meglio, la voce di Levi, gradatamente, pacatamente tende a sovrapporsi alla voce di Dio…».

Ma Primo non è solo: anche Pikolo, «nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre, ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle».

Se Ulisse aveva utilizzato abilmente questi versi per spingere i suoi “frati” alla grande impresa, qui Levi spinge se stesso e con lui Pikolo a un’impresa ancora più grande: quella di ritornare, almeno per un attimo, uomini, a dimenticare le umiliazioni e le offese, a distinguersi dai “bruti”. E proprio allo stato di bestia gli aguzzini cercavano in ogni modo di ridurre i prigionieri.

Seguono altri versi: Quando mi apparve una montagna, bruna/ Per la distanza, e parvemi alta tanto/ Che mai veduta non ne avevo alcuna. Qui una nota curiosa che si riallaccia all’accenno precedente al liceo classico: Levi ha il tempo di osservare che «alta tanto» è una proposizione consecutiva! Ma la frase più incredibile è la seguente: «Darei la zuppa di oggi per saper saldare “non avevo alcuna” col finale». Sappiamo cosa poteva voler dire rinunciare alla zuppa quotidiana ad Auschwitz. E così Levi scriverà molti anni dopo: «Ebbene, dove ho scritto “darei la zuppa di oggi per saldare ‘non ne avevo alcuna’ col finale”, non mentivo e non esageravo. Avrei dato veramente pane e zuppa, cioè sangue, per salvare dal nulla quei ricordi».

Ma ormai è tardi, Pikolo e Primo sono arrivati alle cucine. L’ora della coscienza, l’ora della dignità umana riconquistata sta per finire. E anche il Canto dantesco sta per concludersi: Tre volte il fe’ girar con tutte l’acque,/ Alla quarta levar la poppa in suso/ E la prora ire in giù, come altrui piacque…

Primo trattiene Pikolo; «è assolutamente necessario e urgente che ascolti, che comprenda questo “come altrui piacque”, prima che sia troppo tardi, domani lui o io possiamo essere morti, o non vederci mai più…». Così Levi commenta questi versi nell’edizione scolastica di cui ho parlato: «… Ulisse, pagano, e per di più dannato, si serve d’una espressione (“come altrui piacque”, cioè “come piacque a Dio”) che è propria del cristiano credente. Ma, appunto, l’Ulisse dantesco è un eroe moderno, e riassume in sé tutte le ansie e le audacie del tempo di Dante e, possiamo aggiungere, del nostro».

A questo punto bisognerebbe parlare del contraddittorio rapporto di Levi con Dio e con la Provvidenza. Ma è tardi, anche per noi. Non si può far altro che semplificare e citare dalla famosa intervista di Ferdinando Camon la celebre frase: «Devo dire che l’esperienza di Auschwitz è stata tale per me da spazzare qualsiasi resto di educazione religiosa che pure ho avuto … C’è Auschwitz, quindi non può esserci Dio». E la non meno celebre aggiunta a matita che in un certo senso riapre il discorso: «Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo».

Non c’è più tempo. Primo deve far sentire a Pikolo quel «qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell’intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui…». E questa, in parte, è la nota relativa di Levi che ha lasciato molto perplesso più di un lettore: «In quell’istante, all’autore pare di intravedere una conturbante analogia fra il naufragio di Ulisse e il destino dei prigionieri: l’uno e gli altri sono stati paradossalmente “puniti”, Ulisse per aver infranto le barriere della tradizione, i prigionieri perché hanno osato opporsi a una forza soverchiante, quale era allora l’ordine fascista in Europa…». Qui, forse, Levi si ricorda della sua pur breve esperienza di lotta partigiana. Ma come spiegare quel «puniti»? Come ci ricorda Cavaglion, «Con ragione Piero Boitani e con lui lo stesso Marco Belpoliti [forse il maggiore interprete dell’opera leviana] suppongono che il terribile “gigantesco” pensiero balenato per un attimo nella mente di Levi sia quello di un Dio a cui forse “piacque” il destino del popolo ebraico; cioè, in tutta chiarezza, una spiegazione in qualche modo teologica del Male Assoluto». Ma chissà se Levi non si sia ricordato anche di alcune terribili pagine bibliche, in particolare quelle di Deuteronomio 28, di cui citerò soltanto i versetti 47 e 48: «Poiché non avrai servito il Signore tuo Dio con gioia e di buon cuore in mezzo all’abbondanza di ogni cosa, servirai i tuoi nemici, che il Signore manderà contro di te, in mezzo alla fame, alla sete, alla nudità e alla mancanza di ogni cosa; essi ti metteranno un giogo di ferro sul collo, finché non ti abbiano distrutto». Ma queste – per dirla con lo stesso Levi – sono cose che si pensano ma non si dicono. E io aggiungerei: che pochi hanno il coraggio di pensare.

Cosa dire ancora? Come ha scritto un altro grande scrittore ebreo, Isaac Bashevis Singer, che Levi amava, «Forse solo Dio ci darà una risposta nell’aldilà, ammesso che esista e che si curi delle nostre miserabili anime». 

Ormai Pikolo e Primo sono arrivati nella fila per la zuppa e «Si annunzia ufficialmente che oggi la zuppa è di cavoli e rape». La tregua è finita. Il campo riprende brutalmente il sopravvento. Forse, domani, tutto sarà finito. Infin che ’l mar fu sopra noi rinchiuso.

Daniel Vogelmann

(Iintervento a Ravenna ai Dante-Hors d’Ouvres a cura di Domenico De Martino, 6 settembre 2017)

Foto: Primo Levi

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