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Dante2021, De Martino: “La futura gente siamo noi” Breaking news, Cultura

Firenze – C’è un filo rosso, fra Firenze e Ravenna, che da filo è diventato, negli anni, sentiero e poi tappeto d’onore: il fulcro è Dante. Nascita a Firenze, morte a Ravenna, i due limiti terreni della vita fisica del grande “padre” della lingua, della letteratura, dello stesso immaginario collettivo italiano, da tempo oramai si coniugano, si interrogano, si provocano, anche. E la cuspide di tutto ciò è senz’altro il Festival dedicato a Dante, che quest’anno trova la sua “traccia” in un tema che allaccia passato, presente e futuro, com’è del resto destino della Divina Commedia, destinata ad aprire le porte del Tempo e a rimanere sospesa su di esso, ponte sull’Eterno. Motore e instancabile ideatore di questo evento, ormai noto e atteso a livello internazionale, il professore Domenico De Martino,  con cui facciamo il punto sugli aspetti dell’appuntamento di quest’anno, che si terrà a Ravenna dall’11 al 15 settembre.

Domenico De Martino, collaboratore da oltre 25 anni dell’Accademia della Crusca, ha insegnato Filologia dantesca all’Università di Udine e Linguistica italiana (Dante) all’Università di Pavia. Attualmente è docente di Storia della critica letteraria nell’Università di Pavia. Dalla prima edizione (2011) dirige il festival dantesco di Ravenna Dante2021, nel quale si cerca di coniugare ricerca più avanzata e divulgazione. È membro della Società dei filologi della letteratura italiana e fa parte del Comitato scientifico della Fondazione Primo Conti.

D. Torna uno fra i più noti appuntamenti danteschi a livello italiano ed europeo. Qual è il “tema” prescelto per quest’anno e per quale motivo?

R. “Quest’anno abbiamo scelto come verso guida il verso 72 del XXXIII del Paradiso. Dante è alla fine del suo viaggio, sta per giungere alla visione finale diretta di Dio e proprio a Lui si rivolge chiedendogli di renderlo capace di raccontare con tanta forza la sua esperienza che i suoi versi possano arrivare «a la futura gente». Dante ci dice che ha scritto la Commedia proprio per noi, e anche per quelli che verranno dopo, per tutte le future genti. È un’immagine potente, ma è anche una realtà. Noi siamo qui ancora ad ascoltarlo.
Ecco, in questa edizione cerchiamo di illustrare alcuni dei passaggi di questo grande viaggio di un autore tra i suoi posteri (la Vita di Dante scritta dal Boccaccio, in una straordinaria interpretazione di Virginio Gazzolo; il conflitto – più o meno reale – tra Dante e Petrarca, o meglio tra dantisti e petrarchisti; Dante e Botticelli, la musica del Nocevento che affronta i temi spirituali posti da Dante), fino ada arrivare proprio a noi qui presenti: ed ecco allora un incontro col nostro Ministro degli Esteri Moavero Milanesi per parlare di Europa e soprattutto, in questo caso, per sostenere e lanciare definitivamente l’idea di una giornata mondiale su Dante, proposta da Paolo Di Stefano del “Corriere della sera” e fatta propria ormai da tutti. Accanto a grandi studiosi italiani come Carlo Ossola (presidente del Comitato nazionale per i 700 anni della morte di Dante) e Francesco Sabatini (che ha inventato il nome del
Dantedì), poeti, letterati, linguisti da Parigi, da Barcellona, dal Cairo, da Damasco, da Francoforte: tutti per dire che Dante (e tramite la sua poesia, teniamolo a mente, anche la cultura italiana) parla anche nei loro Paesi. Ecco, la futura gente siamo noi. Forse dovremmo anche un po’ impegnarci per meritarlo di più”.

D. Attualità di Dante. Quale messaggio emerge per la contemporaneità e qual è il “segreto” del continuo interesse della Commedia, che non ne consente il “superamento”?

R. “Prima di tutto dobbiamo ricordare che Dante è un signore che è nato più di 750 anni fa; non dobbiamo tiralo per la giacchetta e portarlo da noi a forza, ma dobbiamo andare noi da lui. Voglio dire che per capire Dante dobbiamo comprendere il suo mondo, la sua cultura, la sua lingua (che pure è così vicina alla nostra). Dobbiamo fare anche un po’ di fatica. Su questa strada (non è necessario essere tutti dei dantisti, ma avere almeno presente questa idea, questa tensione, sì) le parole di Dante risuoneranno piene e scopriremo che, come hanno detto grandi studiosi, Dante ci aspetta nel futuro. In altre parole, i temi che Dante affronta sono i nostri stessi, decisivi e ancora irrisolti ma che ancora ci inquietano e ci affaticano: la politica, la morale, il senso religioso, il comportamento civile, la ricerca della verità, lo sforzo di trovare un’espressione a tutto questo e poterla comunicare agli altri… Dante non è certo il solo che ha affrontato questi temi, ma certo la complessità, la ricchezza, la potenza della sua scrittura e, diciamolo, anche quello straordinario incontro di una fortissima consapevolezza di sé e della più piena umiltà dinanzi al mistero dell’essere, ci colpiscono insieme cuore e mente. Quando ci poniamo domande, Dante ci è accanto. E poi, noi italiani, sostanzialmente parliamo la lingua che Dante ha foggiato”.

D. Escatologia di Dante. Secondo lei, in un mondo così mutato, ha ancora senso studiare Dante nelle scuole? 

R. “Questo è il domandone. Ma se è vero quanto dicevo prima, non dobbiamo avere dubbi: sì, bisogna studiare Dante anche a scuola. Non solo Dante, è ovvio. Bisogna trovare la giusta collocazione. Magari precisare, ridurre anche, i programmi ma insegnarlo bene, non sentirlo (e farlo sentire) come un obbligo polveroso. La mia esperienza anche nell’università dice che Dante offre ragioni di interesse immediatamente condivise: dalle forme della poesia alla storia della lingua, dalle ragioni della filologia alla passione per la storia politica. A questo punto vale la pena di aggiungere qualcosa: ho detto che Dante va studiato, che bisogna applicarsi perché ci parli davvero con la sua voce; ma bisogna anche dire (e non è una contraddizione) che bisogna anche ascoltare la sua voce direttamente (lo ricordava Borges in un suo scritto): la sua poesia è anche ritmo, suono, è fluire di quella lingua “materna” che ci accomuna. Inoltre sono convinto che se è vero che i nostri tentativi di spiegare, di penetrare ogni oscurità del dettato dantesco sono indispensabili e che gli studi più rigorosi ci porteranno sempre di più a capire , a gustare i testi, Dante consapevolmente, di slancio, ha lasciato zone d’ombra, ambiguità, crinali sospesi nel vuoto; anche questi elementi fanno parte della tavolozza dantesca.Ovviamente non mi interessa l’eventuale ineffabilità dei valori poetici, ma al contrario la conoscenza del meccanismo della poesia in tutte le sue articolazioni linguistiche, semantiche, filosofiche, religiose”.

Domenico De Martino

D. Si può parlare di un interesse per Dante diffuso fra gli studiosi musulmani? 

R. Questa domanda nasce forse dal fatto che quest’anno al festival avremo due ospiti provenienti dal mondo arabo: da Damasco e dal Cairo, un poeta siriano (per la prima volta sarà tradotta in italiano in occasione del festival una sua poesia dedicata a Dante) e una docente di una università del Cairo, anzi la direttrice del Dipartimento di italianistica. Si legge e si studia Dante, che credo che là si pronunci “Denti”, anche nel mondo arabo, come in tutto il mondo. L’anno scorso era con noi uno studioso cinese, lo straordinario Wen Zheng, italianista di una delle università di Pechino, che ci ha parlato di come (e di quanto) Dante sia presente nella cultura cinese degli ultimi due secoli. Quanche anno fa sono stati con noi alcuni studenti egiziani che, guidati da una bravissima docente italiana del nostro Ministero degli Esteri, hanno accompagnato la loro lettura in italiano di Dante con strumenti musicali della loro tradizione. Certo non è semplice collegare tutto, le distanze ci sono, tanto che questi studenti ci hanno raccontato come, proprio di fronte a queste difficoltà, siano andati davanti a loto luoghi identitari, un mercato, una moschea, il porto, l’università a leggere ad alta voce Dante, per trovare la risonanza giusta all’interno della loro cultura. Ma tutto questo è molto commovente, ci emoziona. Dante consente cose straordinarie.

Ma dobbiamo anche ricordarci  che all’epoca di Dante, il Mediterraneo era un’area di conflitti, ma anche di grande comunicazione e dialogo. Nel mondo concettuale delle tre grandi religioni monoteiste era possibile una ricca circolazione delle idee. Basti pensare che a Dante e ai suoi contemporanei la cultura greca antica era pervenuta soprattutto attraverso le traduzioni e i commenti di Aristotele e dei trattati di scienza fatte da filosofi e scienziati arabi: traduzioni che a loro volta erano state poi tradotte in latino e nei volgari romanzi.

Nell’Inferno, lo sanno tutti, Maometto, forse considerato da Dante solo un eretico e non il fondatore di una religione alternativa, viene condannato a una pena terribile (Inferno XXVIII); d’altro canto Saladino (di origine curda, sultano di Egitto, Siria e Yemen, grande avversario dei crociati, XII secolo) è collocato nel Limbo, tra gli spiriti magni, dove si trovano, accanto ad Aristotele e Platone,  anche il medico filosofo persiano Avicenna (Ibn Sina, X-XI secolo) e il filosofo arabo-spagnolo Averroè (Ibn Rushd, XII secolo).

D. Qual è l’attualità di Dante per la lingua italiana?

R. “L’argomento è tra i più affascinanti. Dante ha affrontato il problema della lingua da molti punti di vista, e studiare le sue convizioni linguistiche (che nel corso della sua vita si sono anche modificate), significa riflettere da un lato sulla lingua come capacità espressiva dell’uomo (Dante sottolinea come il linguaggio caratterizzi l’umanità, in quanto è una facoltà che, per ragioni diverse, non appartiene né agli animali né agli angeli), dall’altro sulle caratteristiche proprie della nostra lingua (il volgare del ) e sulla sua storia. Dante è il primo che riflette sistematicamente su questi temi. Non è questa la sede per addentrarsi sia pure sommariamente in questi argomenti. Occorrerebbe prima di tutto spiegare le differenze per Dante tra latino, lingua grammaticale, cioè artficiale e volgare, lingua materna e naturale; basti qui ricordare che nel De vulgari eloquentia Dante, dopo un’attenta e originalissima analisi dei vari volgari diffusi in Italia (i nostri dialetti), pone le basi dell’italiano come lingua unitaria di alta cultura, capace cioè di confrontarsi in tutti i campi appunto con il latino e le altre lingue europee. Nella Commedia darà realizzazione appunto a questa ipotesi. E proprio nella Commedia, nel XXVI del Paradiso, Dante espone, attraverso le parole di Adamo, le sue idee finali sul linguaggio umano: se la facoltà della parola è stata data da Dio, le varie lingue umane si trasformano naturalmente nel tempo e nello spazio; e questa mutevolezza, che veniva interpretata come un limite, aderendo proprio alla natura umana, rappresenta invece un elemento di forza e di vitalità. Insomma, anche su questi temi Dante ha aperto strade e impostato problemi. E poi, come indicava Tullio De Mauro, nel lessico dantesco era già presente circa l’80 per cento della nostra lingua di base, cioè di quelle poche migliaia di parole che ci servono nella conversazione quotidiana. Certo i significati sono in molti casi cambiati, si sono introdotte nuove accezioni, ma Dante è lì.
Mi fermo. La parola ora tocca al nostro festival, a Ravenna, dall’11 al 15 settembre”.

Foto gentilmente concesse dall’autore

 

 

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