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Danza al Cango: le forme del tempo di Claudia Catarzi Spettacoli

Firenze – Spettacolo sofisticato e di grande impatto al Cango dove Claudia Catarzi, ha presentato la sua azione coreografica “Posare il tempo”, nono appuntamento del Festival la Democrazia del corpo ideato e diretto da Virgilio Sieni.

Posare il tempo per la danzatrice, coreografa e artista formatasi all’Accademia di Belle Arti di Firenze, significa prima di tutto creare sculture con i corpi: le danzatrici posano in tante diverse forme plastiche in uno spazio che si fa tempo nello svolgersi della perfomance.

Posare significa anche equilibrare i volumi del corpo posandoli l’uno sull’altro, rispettando e valorizzando le rispettive gravità, ma non vi aspettate una sorta di “quadri di un’esposizione”. Anche se l’autrice invita a non lasciarsi troppo andare all’immaginazione al di là del suo programma artistico (lo ha fatto in un inconsueto quanto interessante incontro con il pubblico alla fine dello spettacolo), quando entra in gioco la variabile tempo è inevitabile che si racconti una storia che ha un inizio e una fine. Almeno è inevitabile che il pubblico la senta come tale e cerchi di individuarne l’intimo significato.

Soprattutto se la musica, caratterizzata da una base registrata realizzata attraverso rumori della realtà quotidiana dentro e fuori il teatro e da un gruppo di strumenti a percussione suonato dal vivo da Gianni Maestrucci, sottolinei con alti e bassi, colpi di grancassa e rullio di tamburi i diverso momenti della danza.

Ma quale è allora la storia che le due danzatrici, Claudia Catarzi e Claudia Caldarano hanno raccontato? O almeno quale percezione può aver avuto il pubblico di questa narrazione? E’ un coinvolgente gioco di limite e di libertà, entrambi momenti essenziali dell’espressione del proprio sentire individuale.

E’ la ricerca (felice e angosciosa nello stesso tempo) di porre in un quadro definito l’infinita varietà del gesto e del movimento. Ai momenti di liberazione del corpo in uno spazio senza confini, segue il tentativo di costringere questa esplosione in un frame, una cornice che definisce l’identità dell’individuo grazie al rapporto con l’altro e dà un senso all’estenuante impegno del vivere.

Per questa alternanza fra statica e dinamica, fra energia trattenuta e significante e libera fisicità, la coreografa ha utilizzato uno schermo mobile flessibile che si confonde con il grande tappeto bianco della scena, scompare e riappare. Un attrezzo che permette alle protagoniste di strutturare e destrutturare le loro composizioni artistiche e a mettere in scena l’eterna contraddittoria dialettica fra l’io e l’altro. 

 

Foto: da sinistra Claudia Catarzi, Claudia Caldarano e Gianni Maestrucci

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