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Daria Galateria: “A Versailles l’etichetta era la voce del potere” Breaking news, Cultura

Firenze – Anche per re o principi, andare a Versailles, la fiabesca reggia del Re Sole, era sempre  una grande emozione.

La corte più fastosa d’Europa, frutto di un’accurata operazione d’immagine da parte di Luigi XIV (e del suo successore), per isolare i nobili dai loro centri di potere,  aveva creato un mondo esclusivo dove vigevano regole avulse dalla vita sociale della popolazione e dove predominava ,appunto, il cerimoniale.

Ma a cosa serviva realmente ? E perché i nobili, i ministri ,gli intellettuali accettavano volentieri riti che apparivano solo un mero formalismo ?

“L’etichetta di Versailles può apparire oggi stravagante; e ci sembrano insensate le discussioni sui ranghi e le precedenze” – alle quali  all’epoca venivano dedicate spesso pagine “deliziose e farneticanti” osserva Daria Galateria ne L’etichetta alla corte di Versailles Dizionario dei privilegi nell’età del Re Sole  (Sellerio Editrice), un volumetto gustoso ma anche ricco di argomentazioni e di  spunti di riflessione su questo periodo storico.

Spiegando di aver fatto riferimento ai memorialisti dell’epoca che sono le fonti di questo dizionario, Galateria (autrice di numerosi saggi sul Settecento francese) rileva che i memorialisti “sono dei narratori, quindi raccontano l’etichetta solo quando viene disattesa, e principalmente se dà luogo ad avventure nefaste, comiche o bislacche”.

Dalla lettura delle voci del  dizionario si trovano appunto notizie curiose, spesso divertenti, e si capisce anche che tali usanze non erano meramente futili ma erano uno strumento del potere e ben lo sapeva  il Re Sole quando scriveva a suo figlio che nulla tocca i cuori migliori più di queste distinzioni di rango, e che era “uno dei più visibili effetti del nostro potere dare a volontà un valore infinito a quello che in sé non è nulla”. Precisava poi la sua soddisfazione in quanto si trattava di onori che non comportavano esborsi per i sudditi.

E non erano  ingannati nemmeno i cortigiani perché in un mondo in cui i nobili lasciavano i loro splendidi castelli e i loro sontuosi palazzi parigini  per  contendersi un paio di stanze nella reggia di Versailles, avere un determinato ruolo a Corte era un traguardo sociale, uno status che spesso  era trasmissibile anche ai propri eredi.

La descrizione in 164 voci (più altre significative informazioni  nelle pagine introduttive) dei vari criteri dell’etichetta come, ad esempio, il diritto di  sedere al cospetto del re o della regina, il bisturi regio, il baldacchino. il capo del calice, il catenaccio, le piccole e grandi entrate, il precettore in carrozza, i gentiluomini della manica, i vari tipi di riverenze, la tavola d’onore, il privilegio dell’Opéra  tanto per citarne solo alcune, e ovviamente i diritti di precedenza. Anche i lutti dei reali erano occasione per dispute sul rango e sulle varie misure dello strascico che erano rigorosamente prescritte

Si trovano gustose scenette come quella dei cardinali che erano gli unici col diritto allo sgabello, davanti alla regina mentre faceva la toilette, grazie a un precedente introdotto da Mazarino. Ma – sottolinea Galateria – “era un abuso; e all’arrivo del re, i cardinali dovevano non solo alzarsi, ma far scomparire il seggiolino pieghevole”.

Parlare di etichetta significa anche osservare fenomeni di costume e assistere da vicino alla vita della corte di Versailles.

In questo libro, ad esempio, si parla della regina Maria Teresa moglie di Luigi XIV che si pettinava in pubblico “stretta in un leggero corsetto di tela bianca guarnito di stecche di balena; poi i paggi le portano gli abiti [… ] terminata la toilette, la regina si volta verso gli astanti, introdotti in buon numero, fa una «bella riverenza e vola» verso l’appartamento della regina madre. Per tutto il tempo la regina non pronuncia una parola, e si fa capire a segni”.

Un ‘altra usanza stravagante ma significativa è quella del pour. Quando la corte si recava in qualche altro castello venivano assegnati gli alloggiamenti segnando con il gesso (detto il gesso del re) i nomi. Ma per alcuni come i principi di stirpe reale veniva scritto pour  prima del nome. Per i duchi e gli altri nobili solo il nome. In realtà questa distinzione non voleva dire avere un appartamento migliore ma suscitava malumori e litigi come, del resto, ogni questione di precedenza.

E di tenore analogo era il privilegio del primo minuetto che poteva servire per crearsi un rango intermedio tra i principi del sangue e i duchi.

C’erano poi cerimonie  completamente stilizzate come la presentazione a corte. Per gli uomini era più semplice, per le donne particolarmente complicata. Avveniva di domenica, pubblicamente. La dama che veniva presentata faceva tre riverenze mentre si avvicinava alla regina. Poi s’inchinava per baciare l’orlo della gonna della sovrana. Ma la regina lo impediva. Poi dopo alcune parole di circostanza, la dama indietreggiava ancora con tre riverenze mentre spostava abilmente la lunga coda dell’abito.

L’etichetta, come instrumentum regni. Si legge, infatti, in questo libro che quando il fratello  di Luigi XIV gli chiese il permesso di far sedere sua moglie davanti alla regina, su una poltrona anziché sul regolamentare sgabello, il re confessò che avrebbe voluto  accontentarlo ma “prevedendo le conseguenze, non potei accordargli una cosa che sembrava avvicinarlo a me”.(p 23 ).

A mitizzare la figura del sovrano servì anche la prassi che  se un condannato a morte  aveva la ventura di vederlo veniva graziato.

Insomma, una lettura che costituirà un supporto interessante per conoscere meglio un sistema valoriale che non era fine a sé stesso né mero formalismo. Il suo fulcro era la vicinanza al re che poteva essere fonte di incarichi ministeriali , di gradi militari, di nomine ad ambasciatori. Ed ecco perché l’invito a Marly dove un ristretto numero viveva a stretto contatto con la famiglia reale era così ambito e perché essere allontanati dalla corte (anche se ciò significava ritirarsi nel proprio castello,) era vissuto come una grave sciagura.

 

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