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Dario Nardella da Rimini propone per il 2017 il meeting dei sindaci Breaking news, Cronaca, Cultura

Firenze – Un incontro internazionale di sindaci di tutto il mondo «che si confrontino sui temi che stanno a cuore ai loro cittadini». Lo ha proposto, nell’ambito della prossima edizione del Meeting dell’Amicizia, il sindaco Dario Nardella che ieri, a Rimini, ha partecipato all’incontro intitolato ‘Le città non possono morire’, con l’ambasciatore Staffan De Mistura, inviato speciale del segretario generale Onu per la Siria, Mustafa Abdi Moncef Ben Moussa, direttore del Museo del Bardo (Tunisia), Gultan Kisanak, sindaco di Diyarbakir (Turchia) e Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa-Linosa. Introduceva il costituzionalista Andrea Simoncini.

«Le città – ha aggiunto – non hanno né eserciti né missili, ma sono il punto di riferimento della gente e non possono permettersi il lusso del risentimento. Per questo bisogna rilanciare una diplomazia delle città e dei sindaci che non hanno i poteri dei capi di Stato ma che sono a contatto con la gente e possono portare avanti esperienze di dialogo e di convivenza concreta». Nardella ha mostrato il video di ‘Unity in diversity’ svoltosi a Firenze lo scorso novembre e, annunciando la proposta del «tavolo di lavoro permanente che si sviluppi ogni anno durante il Meeting», ha sottolineato che si tratterebbe di «un salto di qualità culturale e politico sia del Meeting che della comunità internazionale dei sindaci».

«La vera bomba da temere è l’ignoranza – ha rilevato Ben Moussa – l’ignoranza della storia e del suo ruolo nella costruzione della personalità dell’uomo”. Alla base di ogni città c’è un fatto culturale e se oggi alcune città sono minacciate e ferite è perché la nostra civiltà è stata ‘fragilizzata’, allontanata da questa cultura, dando luogo a un pensiero già condannato nel XX secolo: l’estremismo». I luoghi umani e le città infatti sono sempre stati luoghi di incontro tra culture, in essi «si esprime nel modo migliore la pluralità della nostra civiltà moderna. Le città decadono quando decadono le loro anime, quando non progrediscono i movimenti dei popoli». «La guerra contro il pericolo che minaccia l’umanità, l’estremismo – ha concluso Ben Moussa – non la stanno conducendo alcuni paesi, ma l’umanità intera; paradossalmente combatte con la speranza di difendere le città».

«È importante conoscerci e creare un futuro migliore per tutti noi – ha dichiarato la sindaca di Diyarbakir, città curda nell’interno della Turchia a pochi chilometri da un centro profughi che ospita un numero di persone pari al doppio di quelle che potrebbe ospitare l’Italia – sono qui da due giorni per questo. Le città di cui vi parlerò sono ancora in vita, sono qui presenti e si devono preparare per il futuro”. Sinjar, Kobane, Sirnak e Diyarbakir sono le quattro città a tema nell’intervento del sindaco curdo: «Gli yazidi curdi – ha proseguito – si trovano di fronte ad un vero genocidio, quello che hanno subito è stato un attacco contro tutte le persone, quello che hanno vissuto le loro donne è un attacco a tutte le donne. Noi abbiamo aperto le nostre porte agli yazidi, abbiamo cercato di trovare delle soluzioni, abbiamo creato un campo di accoglienza in un territorio che appartiene al nostro comune».

«A Kobane, trecentotrentamila persone sono fuggite – ha ricordato Kisanak – noi abbiamo deciso di aprire le nostre porte, di invitarle alla nostra tavola. Nel 2014 in Iraq e in Siria si sono moltiplicati gli attacchi terroristici, quarantamila persone hanno dovuto abbandonare le loro case e noi abbiamo aperto le nostre. Le città sono bersaglio di guerra, per tutti coloro che non accettano il pluralismo; noi desideriamo che ci sia una struttura plurale che accolga tutte le religioni, vogliamo iniziare questo processo, non abbiamo perso la speranza e vogliamo mobilitarci contro il non pluralismo, vogliamo essere città libere per vivere in armonia insieme. Le città sono amiche, noi abbiamo visto che è possibile».
Giusi Nicolini, che Papa Francesco nel suo storico primo viaggio da pontefice, ha voluto come unico rappresentante delle istituzioni, ha messo in luce «la forza di solidarietà dell’isola, che fino ad ora ha tratto in salvo 250mila persone» e sottolineato «la necessità di una responsabilità condivisa, come è accaduto a Lampedusa, vero modello di impegno per il bene comune. Nessuna città “muore di immigrazione»

«Molte delle città in cui ho lavorato hanno rischiato di morire, ma sono state più forti di quel momento che sembrava distruggerle – ha raccontato l’ambasciatore Staffan de Mistura – a Dubrovnik ci fu un lunghissimo assedio, ci siamo lavati con la birra, non c’era acqua. Dopo i bombardamenti, durati nove ore, la città era tutta fumante ma dopo quattro ore i musicisti sopravvissuti sono usciti in piazza a suonare i loro strumenti. Era come dire: potete bombardarci ma non distruggerete la nostra storia e cultura». «Ad Aleppo – ha proseguito – è importante far partire i convogli umanitari durante le prime 48 ore della settimana. Le tregue oltre a salvare vite possono rompere la spirale di violenza che si è innescata: le città sono un po’ come le nostre vite, abbiamo bisogno di sentire la fiducia degli altri, abbiamo bisogno di non sentirci un caso impossibile. Le città assediate e in guerra non devono avere la sensazione di essere un caso disperato e impossibile, di sentire la fiducia degli altri».

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