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La dark lady dell’underground fiorentino Silvia Guidi si racconta Spettacoli

Firenze – A prima vista é solo una bella ragazza, bionda con occhi azzurri e fisico agile. Poi la conosci meglio e apprezzi anche la sua semplicità, la mite dolcezza e il sorriso comunicativo, il suo essere divertente. Eppure é Silvia Guidi, la dark lady dell’underground, la musa dell’avanguardia più forte e scioccante del teatro fiorentino. La commistione pubblico-privato genera talvolta questi equivoci: si confondono le persone coi personaggi e si giudica senza conoscere. Silvia Guidi fa paura, e invece è una tenera e intelligente donna, schiva e solitaria, con una grande anima e una forte passione.

Fa l’unico mestiere che poteva fare: l’attrice. Nel corso degli anni ha sviluppato questo suo immenso talento impegnandosi anche nella scrittura drammaturgica e nella regia, partendo dal giorno in cui, giovanissima, conobbe Barbara Nativi, la grande artista scomparsa nel 2005, che le ha fatto capire qual era la sua strada e che é stata per lei una figura di importanza fondamentale, una seconda madre.

“Negli anni ’80 l’amica del cuore mi convinse a partecipare a un corso di recitazione presso il Laboratorio Nove. Ero un’adolescente perennemente insoddisfatta, avevo fatto tante cose, tanti sport, ma non trovavo la mia strada, non riuscivo a appassionarmi a nulla. L’incontro con Barbara Nativi fu decisivo: avevo trovato finalmente quello che volevo fare. Lei mi ha insegnato tanto, e prima di tutto che questo lavoro va fatto con il bisogno, non va fatto così tanto per fare, ma solo se c’é la necessità di farlo”. 

Nel 1990 hai messo in scena il tuo primo spettacolo “La novella dei Visconti” negli spazi abbandonati della ex Emerson, e l’impatto fu violento. Comincia qui il mito di Silvia Guidi interprete dei nostri lati oscuri?

“Penso di sì. Non ero neanche maggiorenne, uscivo dalla scuola di Barbara, e con un compagno del laboratorio misi su questo spettacolo: fu uno scandalo. Era molto forte, crudo; itinerante negli spazi della ex Emerson, fra topi morti. Avevamo previsto 20 spettatori a sera per poche sere, ma ad una prova venne Silvano Panichi. Ne rimase entusiasta, ne parlò con Barbara e decisero di chiamare dei critici. Roberto Incerti in particolare fu molto colpito e fece un paginone che ancora conservo. Da lí scoppiò la bomba: teatro pieno, anche di gente impellicciata, che dalle poltroncine rosse della Pergola si spostava in una fabbrica dismessa e polverosa”.

La tua formazione inizia con Barbara ma prosegue con altre compagnie e anche all’estero

“Ho lavorato con tanti artisti nell’area fiorentina, un po’ con tutti; poi sono stata 4 anni a Berlino, ed anche a Parigi, a Zurigo. Questi lavori all’estero sono stati per me importantissimi. Ricordo il Decamerone a Berlino: una delle più belle critiche che ho avuto é stata sul Der Spiegel. Quegli anni sono stati meravigliosi ma molto duri; questa esperienza, fra avanti e indietro, é durata fino al 2008, da quando sono stabilmente a Firenze, la mia città”.

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Hai fatto molte tournée in Italia?

“Poche. Non mi piace la ripetizione: mi interessa fare cose nuove, conoscere gente nuova”.

Come ti trovi nell’ambiente teatrale fiorentino?

“Personalmente non ho problemi con nessuno, ma l’ambiente é veramente difficile: non c’è in genere una reale apertura all’altro, si tende a fare le cose in casa propria, con le stesse persone. C’è poco scambio, e mi dispiace tanto”.

Essendo principalmente una solitaria, come ti trovi quando lavori con gli altri?

“Se tu mi rispetti, io ti rispetto. In questo senso mi sono trovata benissimo, ad esempio, con Riccardo Massai. All’inizio lui aveva dei timori, per questa immagine di persona strana che mi porto dietro, ma poi abbiamo lavorato bene, l’ho ascoltato e mi sono fidata. Spesso mi sento dire che ho questa fama, dovuta soprattutto alle situazioni forti e difficili che porto in scena, ma in realtà sono una persona tranquilla, che fa una vita tranquilla”.

Come mai principalmente le tue scelte artistiche sono così forti, violente?

“E’ nata come esigenza di espressione di alcune cose che dovevo assolutamente dire, nel periodo della mia giovinezza, che è stata per me una fase particolarmente difficile. Dovevo in qualche modo usare il palco come cura, ho incanalato certi miei lati oscuri nel teatro, facendone arte. Però poi ho fatto tante altre cose, anche comiche, per esempio il lavoro con Staino. Tuttavia è indubbio che sono attratta dalle oscurità dell’anima”.

Hai fatto una volta “Dissociazioni”, un lavoro scritto da uno psichiatra. É stata importante questa esperienza?

“Sì. Fra i miei fans più sfegatati ci sono gli psicanalisti di quel gruppo, e questo dovrebbe far riflettere! Mi diverto moltissimo in questi lavori, nel senso che l’impegno é pazzesco ma c’è anche tanto divertimento: é la realizzazione delle fantasie. Faccio quello che ogni attore deve fare: esprimersi”

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L’anno scorso nell’ambito di Intercity hai presentato “Vilde”, un lavoro di un’autrice norvegese. Dove l’hai trovato?

“Me l’ha proposto Dimitri (Dimitri Mitropoulos n.d.r.) e l’ho accettato incuriosita, anche perché era l’occasione per collaborare la prima volta col mio compagno, il musicista Alessio Riccio. É un testo difficile, ma poi mi sono chiarita molto bene le idee: ho immaginato una specie di interrogatorio, dove lei racconta questa storia di incesto (intuìto, non dichiarato) cominciando di spalle al pubblico, con la testa coperta da una felpa, come una stalker”.

Hai un concetto minimale di messa in scena.

“Una sedia e un proiettore: se sei bravo non serve altro. 40/50 minuti intensi, con una sua armonia, eleganza e coerenza. Questi sono oggi i miei spettacoli”.

Il tuo ultimo lavoro “I monologhi di Gaza” segue questi criteri?

“Esattamente. In quel lavoro c’è un linguaggio contemporaneo interessante. Sembra una struttura molto complicata, ma é un cubo bianco, quattro pannelli, un proiettore. Il testo é costituito dalle testimonianze reali di alcuni ragazzi di Gaza, assolutamente non politicizzate: raccontano gli aspetti quotidiani della loro vita, la loro fiaba interrotta. Hai 15 anni, stai flirtando e non capisci perché il telefono non funziona, perché non puoi andare a giocare a calcio. Sono storie splendide, che potrebbero essere ambientate in qualsiasi situazione di disagio, e il linguaggio é rivolto ai ragazzi: Infatti ho scelto il fumetto sui pannelli come immagine immediata e forte nello stesso tempo”.

Come esce il pubblico dai tuoi lavori?

“Ormai ci sono abituata: mi prendono la mano emozionati o se ne vanno in silenzio. Nonc’è mai il complimento tanto per fare. C’è invece un pensiero che va oltre il mi piace non mi piace; mai indifferenza. Ultimamente mi inviano mail una settimana dopo, dicendo che hanno capito. Questo significa che ci sono idee che lavorano nei meandri della mente e, tu non sai perché, ma dopo una settimana arrivano, arrivano immagini. E questo per me conta, significa che quel che ho fatto ha funzionato. Infatti sono una sognatrice, e vado attraverso l’anima”.

Sei ancora un po’ asociale, come eri da ragazza?

“Sono più aperta, ma il carattere é un po’ quello: amo la solitudine, sto tanto bene nei miei sogni. Non sono mondana, anche quando vado a vedere spettacoli arrivo all’ultimo momento: mi interessa lo spettacolo, non fare public relations. Non sono neanche su Facebook!“.

Per quanto riguarda il mestiere, ritieni importante la tecnica?

“Assolutamente sì, perché ci vuole una preparazione. Oggi vediamo un pullulare di scuole di recitazione, di corsi tenuti da persone che non hanno alcun titolo e che si sentono in grado di insegnare. Chi va a seguire un corso deve chiedere informazioni sull’insegnante: chi é, cosa ha fatto, con chi ha lavorato. I professionisti hanno difficoltà a trovare spazi, quando invece c’è Pinco Pallino che improvvisamente é diventato un regista”.

Gianluigi Tosto dice che un attore, come un ballerino, deve fare tutti i giorni la sua ora di sbarra. Sei d’accordo?

“Certo, verissimo. Ognuno deve fare i suoi esercizi, secondo il suo metodo: bisogna studiare, fare palestra. É sconcertante, appunto, vedere persone che non hanno mai studiato, eppure fanno corsi. Non ci lamentiamo poi se i teatri sono vuoti”.

Dove fai i tuoi laboratori?

“Al Kantoratelier, a Porta Romana, nelle sale messe a disposizione da Alexander Lonquich, un pianista di fama internazionale. Poi prendo in affitto degli spazi per far debuttare i miei allievi”.

Quali sono le tue letture preferite?

“Attualmente sono affascinata dalla psicanalisi, da una letteratura dove sia forte l’introspezione, e spesso rileggo i grandi classici. L’ultimo libro che ho letto, straordinario, é “Trilogia della città di K” di Kristof Agota”.

La tua giornata tipo?

“La mattina quando posso dormo un po di più, preferisco vivere e studiare di notte. Valentina Grazzini una volta scrisse “Silvia si sveglia a mezzanotte”, e in effetti é così, mi piace lavorare nella quiete della notte. La mattina non ho concentrazione, non sono reattiva; cammino tanto, porto fuori Billo, il mio cane, e camminando penso e organizzo il mio lavoro”.

Le tue vacanze?

“Vado sempre a Numana, al mare nelle Marche, con degli amici storici che non hanno niente a che vedere col teatro: sto sempre in acqua, mi devono venire a prendere. Quest’estate però li ho traditi: sono andata in Maremma con Alessio. Invece non vado in montagna perché c’è l’aria troppo pulita: essendo fumatrice, ho bisogno di smog”.

I tuoi progetti per la prossima stagione?

“Non ho progetti, questa é la mia caratteristica. Me li invento. A breve saremo a Villa Gerini per la ripresa di “Prego, vuol ballare con me?” il 22/23 ottobre. Poi spero di riproporre “I monologhi di Gaza” e penso di fare una performance a novembre sulla poesia di Celan. Non vado oltre, sono aperta, curiosa. Vedremo”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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