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Del Ghingaro (Anci Toscana): sull’Imu il governo ha raccolto il grido d’allarme dei sindaci Cronaca

Giorgio Del Ghingaro, sindaco di Capannori, comune della provincia di Lucca considerato all’avanguardia nel comparto della green economy, è anche il responsabile al Welfare e alla Sanità per Anci Toscana, oltreché presidente di Federsanitaria Toscana. STAMP gli ha posto alcune domande sui temi più discussi di questo periodo in seno all’associazione dei comuni italiani, al termine di un incontro al salone Anci delle Murate, a Firenze.

Sindaco, tra pochi giorni i cittadini dei Comuni italiani dovranno pagare l’imposta sulla casa che ha sostituito l’Ici, la cosiddetta Imu, imposta municipale unica che però di “municipale” ha ben poco, in quanto una grossa fetta degli introiti dovrà essere trasferita allo Stato.

L’Anci ha già espresso a livello nazionale la sua posizione in maniera chiarissima. I sindaci italiani non hanno voglia di fare gli sceriffi di Nottingham, come ha detto il nostro presidente Graziano Delrio, che con una metafora ha in realtà voluto esprimere un pensiero molto più profondo. L’Imu, infatti, viene fatta passare come imposta municipale, ma in realtà i comuni non fanno altro che trasferire la gran parte di questa imposta nelle casse statali. C’è stata però, mi sembra, un’apertura nell’ultimo incontro con il Ministro della Pubblica amministrazione, (Filippo Patroni Griffi n.d.r.), il quale ha detto che a partire dal 2013 questa imposta rimarrà interamente ai comuni, ovviamente modificata ed integrata con nuove normative. Se così fosse, vorrebbe dire che il grido d’allarme lanciato dai comuni italiani è stato fortunatamente accolto dal ministero, sia pure con un anno di ritardo.

E riguardo al Patto di stabilità e ai vincoli che questo pone alla spesa degli enti locali, qual è la posizione dell’Anci? Ha ragione il sindaco di Firenze Renzi a definirlo, come fa spesso, il “patto di stupidità”?

Il Patto d stabilità va cambiato, non è più possibile mantenerlo così com’è in una situazione drammatica anche a livello locale. Le imprese hanno bisogno di liquidità, il territorio ha bisogno di sviluppo. E gli enti locali virtuosi che hanno risorse a disposizione nelle loro casse non le possono spendere. Mi sembra veramente assurdo.

In una stagione di tagli agli sprechi e politiche di austerity, gli enti locali possono ancora permettersi di tenere in piedi le aziende partecipate o dovrebbero ridurre, se non eliminare, la loro partecipazione in questi enti?

Un conto  è la lotta agli spechi ed i tagli di eventuali enti che non hanno una rilevanza economica importante, un conto è invece il trasferimento di competenze che gli enti locali hanno fatto ad alcune partecipate che sono strategiche per il futuro degli enti locali stessi. Su questo tema è necessario un forte approfondimento, non si può fare di tutta l’erba un fascio. Ci sono poi dei comuni costretti per legge a cedere funzioni alle partecipate che risultano strategiche per la  loro attività istituzionale. In più c’è la situazione delicatissima dei comuni con più di 15 mila abitanti ma meno di 50 mila che non sono normati. Anche su questo c’è bisogno di una di riflessone vera.
 

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