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Del Piero e Inzaghi: icone di un mondo pallonaro che non c’è più Opinion leader

Il calcio italiano dà l’addio, tra i tanti, a due campioni unici nel loro genere: Alessandro Del Piero, capitano della Juventus pensionato anzitempo dal nuovo che avanza nella dirigenza bianconera, e Filippo Inzaghi, che poteva contare su una dirigenza vecchia guardia che lo adorava ma che invece è stato messo ai margini, sin dal suo approdo sulla panchina rossonera, dal nuovo che avanza Massimiliano Allegri. Due campioni unici nel loro genere, dicevamo, già, con carriere simili, eppure così diverse. Il primo, Del Piero, fa appena in tempo a mettere insieme una manciata di presenze in serie B con il Padova che subito diventa proprietà della Juventus, ad appena 19 anni. Ci vide lungo, la Juve, che all’epoca sborsò ben 5 miliardi (parliamo del 1993) per aggiudicarsi le sue prestazioni. Un’enormità. Ben ripagata. Diventa bandiera, croce, delizia, capitano, unico. Diciannove anni con la stessa maglia sulle spalle. E con uno stile innato. Mai una polemica, mai una parola di troppo, mai sopra le righe. Permettendosi una battuta da fiorentino, mai da gobbo, ecco.

Il secondo, Inzaghi, al contrario ci mette un po’ ad entrare nel calcio che conta. Deve prima girovagare: Piacenza, Leffe, Verona, ancora Piacenza, Parma e Atalanta, dove segna 24 gol in serie A e, finalmente, esplode, proprio come quando scaraventa la palla in porta. Guarda caso chi lo nota? La Juventus. Che se lo prende. Pippo resta in bianconero quattro anni, di gioie sì, almeno sul suolo italico, mentre in Europa non è proprio la miglior Juve. Dopo il quadriennio a Torino lo prende il Milan. Che lo paga eh, un’enormità, come quando la Juve pagò Del Piero, appena maggiorenne, nel lontanissimo 1993, 5 miliardi: 40 miliardi più Cristian Zenoni. Il pigiama resta a strisce, ma Pippo, dal bianconero al rossonero, resta Super Pippo. Complice qualche infortunio di troppo, Inzaghi al Milan non riesce quasi mai a mettere insieme una stagione libera da preoccupazioni (l’unica nel 2002/2003, quando sfiora le 50 presenze in stagione tra campionato e coppe), ma la professionalità con cui affronta qualunque impegno è semplicemente impensabile. Anche per lui non una parola di troppo. Mai. Chiunque arrivi a Milanello, alla prima domanda che recita “chi ti ha impressionato di più in allenamento?” risponde “Inzaghi: mai visto uno che si allena con la sua professionalità”. Ed è vero. Guardare per credere la partita d’addio, domenica contro il Novara: entra, si sbatte, e segna. Un gran gol, roba da fuoriclasse, e non il solito gol di rapina come ci aveva abituato. Un po’ come dire: volendo, ne ho ancora.

Per entrambi, mi sento di ricordare un episodio specifico. 4 dicembre 1994, Juventus-Fiorentina. Chi scrive è un bambino di undici anni, all’epoca gran tifoso viola, che si ritrova a guardare la partita nel salotto di un ex presidente viola, Enrico Martellini, grande amico del Babbo. La Fiorentina, alla fine del primo tempo, a sorpresa è avanti 2 a 0, reti di Ciccio Baiano e Carbone. E chi lo immaginava! A Torino poi! Nella ripresa i bianconeri, i gobbi per quel ragazzino birbante di undici anni, attaccano, a testa bassa, e prima accorciano con Vialli, che poi appena tre minuti dopo pareggia addirittura. Potrebbe venire giù il mondo, ma alla fine un punto con i gobbi è sempre un punto, a Torino… Tre minuti dalla fine, è quasi fatta, ma… Ma… Dalla sinistra, poco dopo il centrocampo, parte un lancio disperato; Del Piero, uno scricciolo di appena 70 chili e che supera di poco il metro e 70, chiuso da Carnasciali e Marcio Santos, inventa un tocco al volo di (quasi) esterno destro che beffa i suoi custodi, va a scavalcare Toldo e si insacca per il definitivo 3 a 2. C’è chi dice che questo sia stato il gol più bello di Del Piero. Per me, sì.

E tanto fu bruciante quanto, 20 anni dopo, è emozionante pensare di aver assistito ad una splendida partita come quella e alla carriera fatta poi dal quel ragazzino capelluto. Episodio specifico, capitolo Inzaghi. 3 novembre 2010, il Milan ospita a San Siro il Real Madrid di Jose Mourinho. Le Merengues giocano un calcio spettacolare, nel primo tempo asfaltano i rossoneri, e Dio deve essere milanista se le squadre al riposo vanno solo sull’1 a 0 per i blancos. Dopo un quarto d’ora della ripresa le cose non sono cambiate, e Allegri si gioca la carta Super Pippo, al posto di uno spento Ronaldinho. Sì, lo so, tutti lo sappiamo, alla fine Inzaghi realizzerà una doppietta e ribalterà la situazione (momentaneamente: finirà 2 a 2). Ma ciò che sorprese fu la carica, la foga con la quale Inzaghi entrò nel match. Appena entrato, tocca un pallone che per poco non si insacca nella porta del Real, giusto sotto la curva rossonera; Super Pippo si rialza, guarda i suoi tifosi e li incita a incitare lui e compagni. E’ la bolgia. San Siro diventa un’arena, e Inzaghi è il gladiatore. In più di venti anni di pallone seguiti prima da tifoso e poi, maturando, da appassionato, posso dire di non aver mai visto un calciatore con la sua carica agonistica e altrettanta lealtà.

Il calcio italiano perde due icone, due colonne di un mondo pallonaro che non esisterà mai più, il mondo pallonaro di Cecchi Gori in balaustra, dei gemelli del gol Vialli & Mancini, della Cremonese di Luzzara, del Torino di Mondonico che perde la finale Uefa contro l’Ajax pur senza perdere il doppio confronto, di Protti capocannoniere in serie A con il Bari che retrocede, del Vicenza che vince la Coppa Italia e per poco non si prende la Coppa Coppe, dell’Italia di Bobo Vieri e del rigore sbagliato da Di Biagio o del gol-beffa di Trezeguet a Euro 2000, del miglior Mai dire Gol, dei capelli di Franco Strippoli a 90° Minuto, di Takhaide Sano e Massimo Alfredo Giuseppe Maria Buscemi che snocciolava le carriere perfino di un terzo portiere a memoria in Quelli Che Il Calcio dell’ultrasampdoriano Fabio Fazio… Due anelli di congiunzione tra l’ultimo calcio nostalgico e la frenesia odierna. Due campioni del Mondo. Due uomini che hanno fatto grande il calcio italiano, unendo e dividendo. Due uomini ai quali, qualunque sia il colore del cuore che batte nel petto di ognuno di noi, oggi, non si può dire che grazie.

Niccolò Bagnoli
 

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