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Delocalizzare: una pratica che sembra avviarsi verso la rottamazione Economia

Prato – Spacciata per molto tempo come la panacea di tutti i mali che affliggono l’industria italiana, arriva da Prato la solenne smentita: delocalizzare non paga. Vale a dire, non ferma la caduta dei profitti che una crisi irresistibile e lungi dal finire ha innescato. Lo dice mettendo nero su bianco cifre e analisi, il rapporto curato da Gabriele Barbaresco, dell’area studi di Mediobanca, presentato ufficialmente ieri nel corso della ventiquattresima edizione di “Iris, incontri di Artimino sullo sviluppo locale” tenutosi nel Palazzo Comunale di Prato.
Dunque, fatti i conti, e prendendo a esempio il manifatturiero, cuore pulsante del sistema produttivo del centro Italia (e in particolare quello dell’area pratese), i risultati sono stati sorprendenti. Per le aziende che hanno portato la quota di società controllate nei paesi emergenti al 64,8% del totale in Toscana, Marche e Umbria, i margini di redditività si sono ulteriormente compressi. E la discesa è stata costante ed inesorabile nel decennio 2003-2012. Fatto 100 il valore iniziale, nel 2012 l’indice è crollato a 94,0553 con una caduta accentuata dopo il 2007, quando il margine medio stagnava ancora a 100,82834. A fronte, l’esperienza senza alcun dubbio più positiva di chi invece ha scommesso sulle proprie merci in chiave export.

Del resto, che la delocalizzazione incominciasse a mostrare delle crepe, lo dimostra anche il semplice fatto che il fenomeno del ritorno sui propri passi delle aziende trasferitesi nei cosiddetti “paesi emergenti” ha ormai un nome preciso, il “reshoring”. E, secondo il network universitario Uni-Club MoRe, formato dalle università di Catania, Udine, L’Aquila, Bologna e Modena-Reggio Emilia, dal 2004 a oggi sono state 79 le aziende italiane che sono ritornate a produrre in patria, il 41% dei 194 casi europei. Il che è servito a far balzare l’Italia al primo posto in Europa per numero di rientri e al secondo a livello mondiale.

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