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Democratiche, grande ritorno con le alternative dello sviluppo sostenibile Ambiente, Breaking news, Politica

Firenze – Tornano le Democratiche, dopo un periodo di silenzio, e tornano con un grande tema, quello della capacità da parte delle amministrazioni locali di mettere in atto politiche ambientali che guardino al problema della sostenibilità nel senso strutturale e sistemico, come applicazione delle tecnologie innovative e delle tematiche trasversali proprie del settore dell’ambiente. Al tavolo, Gea Volpe, ingegnere ambientale e processista, che ha coordinato l’incontro, la biologa specialista in patologia generale Annalisa Olivotti, l’ingengere civile Anacleto Rizzo di Iridra srl, l’ingegnere energetico di Eumans, Record Università di Firenze Andrea Salimbeni e l’architetto e designer  dell’Unversità di Firenze Eleonora Trivellin. Ospite illustre, l’assessore del Comune di Firenze Cecilia del Re, che ha segnalato e sottolineato la volontà green e le iniziative in tal senso della giunta comunale.

Un confronto interessante, quello di ieri, che ha fatto emergere le varie e impensabili possibilità che le nuove tecnologie apportano al sistema “città”, facendola diventare città sostenibile. Ma il presupposto, e lo dicono tutti, gli intervenuti, in particolare lo sottolinea la biologa Olivotti, è una rivoluzione culturale che vede i vari processi non come separati, ma facenti parte di un’unica realtà, di un sistema unico integrato, che mette insieme, tecnologia con psicologia collettiva e individuale, nutrizione e alimentazione con i nuovi sistemi di recupero acque e di adattamento ai cambiamenti climatici, al ciclo dei rifiuti e alla loro capacità di fornire materie prime rinnovabili e innovabili. Dunque, come spiega Olivotti, la vera sfida è superare la visione meccanicista per rivolgersi all’epigenetica, nella consapevolezza che niente è dato così e per sempre, bensì l’ambiente influenza la struttura del dna e l’attivazione di certi meccanismi. Ergo, modificando l’ambiente, andiamo a influenzare e stimolare risposte da geni non favorevoli alle nostre richieste o viceversa. Di fatto, le scoperte dell’epigenesi ci rimettono in mano il nostro destino, con un forte aumento di responsabilità. Semplificando all’estremo, l’epigenetica ripensa al Dna non come una sequenza di basi azotate, bensì come un’antenna che recepisce e reagisce agli stimoli esterni. Il nostro Dna può dunque essere influenzato e influenzare, essere aperto o chiuso con meccanismi accensione o spengimento del materiale cromosomico. La genetica propone, in altre parole, l’epigenetica dispone. Un esempio? La differenza fra api operaie e api regine, che è da attribuire alla differenza dei nutrienti che vengono ammanniti  alle larve. Lo sviluppo dell’adulto è totalmente diverso. E dal momento che il momento in cui il periodo più permeabile per lo sviluppo futuro nei cuccioli umani sono i primi mille giorni di vita, è su questi, conclude Olivotti, che è necessario l’intervento più

digforte di tutela, anche da parte delle istituzioni.

Insomma, tira le fila Gaia Volpe, in realtà le scelte che facciamo ora sono quelle che peseranno sulle generazioni successive. Il mondo non è più una macchina, ma una rete. E per entrare in connessione con questa rete onnicomprensiva, ci sono sistemi testati da infiniti tempi e che funzionano perfettamente: sono i sistemi naturali.

E’ su questo principio che si basa il contributo dell’ingegnere ambientale Anacleto Rizzo, che comincia dal primo cambiamento: cambio dell’approccio scientifico, le opzioni per affrontare cambiamenti climatici e città nuove, ci sono. Anzi, sono una carrellata.  E vengono messe a disposizione delle amministrazioni, in questo caso da Iridra, società per cui lavora Rizzo, specializzata in soluzioni naturali e sostenibili in particolare per quanto riguarda il ciclo dell’acqua. Perché? Perché, ad esempio, il cambiamento climatico pone di fatto davanti alle amministrazioni pubbliche problemi concreti. d esempio, con neologismo approssimativo ma molto comune, le “bombe d’acqua”. Piove concentrato, in quantità mai vista, poi smette e si alternano periodi di siccità, in cui si formano le cosiddette isole di calore. Il problema riguarda proprio l’alterazione del ciclo dell’acqua: nei periodi di siccità, la preziosa risorsa scarseggia, aggravando lo stato dei fiumi, abbassando la qualità dell’acqua,  causando la perdita della biodiversità, così importante per tutelare il meccanismo dell’Universo. La risposta? Soluzioni naturali, che cercano di sfruttare cose che la natura fa meglio di noi. Un’ecosistema, inteso nella sua interezza,  non fa una sola cosa. Un esempio di servizio eco-sistemico? Una foresta riesce a eliminare l’acqua in eccesso più di un tombino. Con benefici diffusi: non solo assorbe l’acqua, ma sviluppa il verde con grande vantaggio per la qualità ambientale in cui vivono i cittadini, che hanno benefici sulla salute psicofisica, aumenta e protegge la biodiversità, interagisce col clima, salvaguarda l’equilibrio idrogeologico. E non sono che alcuni, fra i benefici elencabili. Tant’è vero che nel mondo anglosassone questo tipo di interventi si chiamano green blue structures; strutture verdi e blu. E sono strutture d’acqua e di verde. Un esempio? Sostituire depuratori centralizzati con sistemi di fitodepurazione. All’uscita dei depuratori costruire un parco. “Possiamo ripensare tutte le città del futuro nell’ottica di queste sfide del cambiamento climatico”.

Acqua e ciclo dell’acqua, ma non vissuto in modo settoriale: fa tutto parte del grande ciclo che coinvolge esseri umani e non, animali, piante, rocce, terra, aria, alimentazione …. rifiuti.

Una sfida nella sfida, verrebbe da pensare. Il ciclo dei rifiuti con tutti gli annessi e connessi, criminalità organizzata, distruzione di zone intere del Paese, di intere generazioni. E il rischio è che tutto ciò si aggravi.

Un tema sporco, meno attraente degli altri. Lo dice l’ingegnere energetico Andrea Salimbeni. Qual è il materiale che abbiamo, come mondo occidentale, in eccedenza rispetto a Asia e Africa? I rifiuti. I rifiuti sono qualunque cosa, si va dalle pile, alle batterie, alle plastiche, ecc. Il focus è sugli organici, biodegradabili, e anche un blitz sulle plastiche (organiche strictu senso, ma non biodegradabili)”. Obiettivi: ridurre la quantità, riutilizzarli, riciclarli. Ultime opzioni: bruciarli.  In Italia, si producono circa 29,6 milioni di tonnellate di rifiuti all’anno, in Toscana 2,3. Differenziamo il 55,5%, in regione. Però, bisogna davvero capire quanto ricicliamo dal vero, ricorda l’ingegnere. Il riciclaggio reale può essere considerato attorno al 49%. Il 67% di tutta la raccolta differenziata è data da rifiuto biodegradabile. Circa 10 milioni di tonnellate all’anno. Se si potesse recuperare questo, vorrebbe dire risolvere il 67% del problema. La plastica è l’8% della raccolta differenziata che facciamo. La lstica non è una cosa sola: 35 chili per persona all’anno; 43% riciclati, il resto in discarica. Ma qual’è la plastica? Bisogna saperlo correttamente. ci sono molte categorie. generalmente, sotto gli imballaggi della plastica, ci sono simboli della tipologia di polimeri. Il polistirene, ad esempio, non si ricicla, sia per la sua natura sia perché spesso contaminato dal contenuto, il sangue della carne o le verdure.

Cosa possiamo farne, di questi rifiuti? I rifiuti sono materie prime, in quanto costituiti da materie prime. Abbiamo idrogeno, ossigeno, carbonio la base di qualsiasi idrocarburo si possa avere. Poi, azoto, potassio, calcio …. elementi base dell’agricoltura. Fosforo, silicio, ad oggi esempio di sfruttamento del lavoro. “Facciamo il conto della Tari che si paga tutti gli anni. Il problema è che la gestione dei rifiuti ha un costo molto alto: quello che pesa, in particolare, è il costo di conferimento.  L’organico che noi trattiamo, è materiale trattato con una tariffa di conferimento. Del resto, l’azienda che fa compost non avrebbe, se non ci fosse la tariffa di conferimento, nessun interesse a produrre un materiale che sul mercato ha un valore fra 0 e 15 euro a tonnellata”. Il guadagno è sulla tariffa di conferimento (e quindi dalla Tari). Attualmente, dall’organico si produce, secondo una valutazione abbastanza ottimistica, compost e biogas. Quest’ultimo è prodotto in alcuni casi dalla gestione anaerobica dell’organico, è una frazione abbastanza ridotta, e, ricorda Salimbeni, è spesso accoppiato con il compost: ovvero, prima si fa il biogas e poi il compost. Tuttavia, si tratta di un processo che ha un’economicità piuttosto ridotta, che si basa totalmente sulla tariffa: il biogas è venduto, ci sono anche incentivi, ma non è sufficiente.

Ci sono tuttavia anche altre soluzioni che stanno prendendo campo, anche grazie all’emergenza delle risorse mancanti. “Si tratta di soluzioni che servono per estrarre da quel materiale elementi con un valore più alto. Tecnologie più complesse, che ci permettono di estrarre elementi non puntuali, ma sicuramente con una qualità ben più strutturata, con un valore di applicazione molto più alto per il mercato”. Si tratta di impianti reali, esistenti. “Se si va a recuperare, invece di un gas, un liquido che è un idrocarburo il valore finale sarà chiaramente più alto. Invece di un compost, immaginate di recuperare un biocarbone. presento sul mercato un prodotto che ha le stesse caratteristiche del carbone fossile, quindi lo sostituisce e ha un prezzo che quantomeno è pari a quello del carbone fossile, che è 100 euro a tonnellata, ma, se le istituzioni entrassero nella partita, potrebbe essere aiutato da un sistema ad hoc, di tassazione, che potrebbe consentirgli di essere ancora più competitivo”.

L’alternativa prospettata non è solo tecnica, conclude Salimbeni. Intanto, sostituisce materie prime fossili che l’Italia non possiede, dal petrolio al carbone ai fertilizzanti. E poi, cambia il bilancio economico di quell’impianto che produce grazie ai rifiuti. La produzione di biolio, o di petrolio verde dai rifiuti organici  non è molto lontano. Esiste già un impianto a Bruxelles, che produce biocarbone  e etanolo, per fare alla fine biofertilizzante e benzina. altro impianto, in Spagna, che produce solo biocarbone dall’organico.

L’importanza del biocarbone è stato riconosciuto anche dall’Europa, in quanto è importante reintegrarlo in suoli sempre più impoveriti e in balia di eventi estremi. Insomma, tirando le fila, lo sviluppo sostenibile è non solo possibile, ma una realtà. Ciò che serve, è la volontà politica.

 

 

 

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