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Diario del Medio Oriente: in Israele polemiche senza precedenti Opinion leader

Abbiamo letto (anche assistito on line) con sorpresa la clamorosa polemica a Washington (“stamptoscana” del 5 aprile) di fronte alla platea (4-6 marzo 2012) di più di 13mila delegati dell’Aipac (la più agguerrita associazione americana filo-Israele, specialmente quando Israele é governata dalla destra nazionalista) fra Obama e Netanyahu. La necessità per Netanyahu di procedere militarmente subito contro l’Iran, la determinazione di Obama di non rinunciare alla diplomazia convincente di sanzioni sempre più restrittive.

Tuttavia è senza precedenti che la polemica, sulla opportunità di attaccare l’Iran, scatenata da quell’inaudito scontro, divampi ora addirittura in Israele nei vertici dello Stato, alimentata da politici di particolare rilievo e da ex funzionari di elevatissima responsabilità. Il 19 aprile, nel Giorno del Ricordo (Yom ha-Shoah) al sacrario della Shoah – il Yad Vashem a Gerusalemme – Netanyahu, ormai certo di non potere contare sull’appoggio militare incondizionato degli Usa, si limita ad ammonire che non si deve unicamente ricordare, ma impegnarsi a salvaguardare il futuro della nazione. Alludendo all’Iran ricorda che si propone di distruggere Israele, intenzione che non riguarda solo gli israeliani, ma un crimine contro l’umanità. Con una sfida sotto le righe specifica: «Vedremo nelle prossime settimane se la comunità internazionale vorrà affrontare (deals) questo male (evil) prima che dilaghi (spreads)».

Il 25 aprile Benny Gantz, capo di Stato Maggiore (Chief of Staff) intervistato da Amos Arel di “Haaretz”, conferma il disaccordo – noto alla stampa fin dal febbraio scorso (“stamptoscana”del 29 febbraio) – con Netanyahu ed Ehud Barak (ministro della Difesa). Nell’incertezza del risultato e delle conseguenze di un’incursione aerea preventiva, in occasione del sessantaquattresimo anniversario della fondazione dello Stato (calendario ebraico), Gantz condivide la decisione di Obama all’Aipac di puntare su sanzioni sempre più dure per indurre l’Iran a rinunciare all’armamento atomico. Non si perita di chiarire, addirittura in un quotidiano di lingua inglese perché lo si sappia internazionalmente: «Le decisioni possono e devono (can and must be made) essere prese con cautela (carefully)… senza isterismi (without hysteria)… l’opzione militare è l’ultima cronologicamente, ma la prima (first) per credibilità (credibility); se non è credibile non ha senso (no meaning). Afferma che «l’Iran procede passo a passo fino al punto (to the place) di poter decidere se produrre una bomba atomica; non penso che vorrà fare più del necessario (to go the extra mile). Crede Gantz che la «leadership iraniana sia composta di gente molto razionale». Il giorno dopo a “The Associates Press” precisa che per impedire armamento nucleare all’Iran «la forza militare è pronta non solo la nostra, ma anche altre forze», senza specificare quali. Aggiunge: «Noi tutti speriamo che non sarà necessario, ma ne siamo assolutamente certi ».

Il giorno prima Netanyahu, intervistato dalla CNN, dichiarava di non volere scommettere (to bet) la sicurezza del mondo sulla condotta (behaviour) razionale dell’Iran di armarsi con l’atomica. Non crede che le sanzioni abbiano cambiato il proposito degli ayatollah e ha anche messo in guardia (warned) il mondo che lui sarebbe pronto (would ready) di agire (take action) per impedire all’Iran di dotarsi di armamento nucleare. Il 3 maggio l’editorialista Barak David su “Haaretz” scrive che Ehud Barak, ministro della Difesa, accusa Ehud Olmert, primo ministro dal maggio 2006 al gennaio 2009, di minimizzare (playing down) in viaggi all’estero la minaccia iraniana e di parlare in termini che servono all’Iran. Olmert aveva sostenuto in un’intervista alla CNN che un eventuale attacco all’Iran non avrebbe dovuto essere iniziativa di Israele e rinfaccia al ministro, scrive “The Jerusalem Post”, che ogni israeliano può constatare i «gravi danni (serious damage)» da lui causati alla sicurezza d’Israele durante il suo mandato (primo ministro dal maggio 1999 al gennaio 2001); non specifica altro, né io posso indovinare a quale operato alluda.

Severissimo “Haaretz” del 30 aprile con Yuvel Diskin (capo del Shin Bet dal 2005 al 2011). «A conoscenza dei fatti (knowingly) Diskin riferisce valutazioni incomplete e fuorvianti sul pericolo nucleare e soprattutto viola la norma di lealtà e riservatezza dovuta da tutti gli ex servitori (servants) dello Stato». Stupefatto, l’articolista Ari Shavit si chiede se nella nuova Israele (new Israel) non prevalga (prevails) il vecchio costume turco (old Turkish model). Diskin si spinge a sottolineare che Netanyahu e Barak sono animati da propositi «messianici». Malgrado la reprimenda, Shavit ammette che i due «sono focalizzati (focused) su una soluzione militare della sfida nucleare iraniana… minimizzano i rischi inerenti… e non hanno preso in considerazione provvedimenti alternativi». Per la penna di Israel Harel (“Haaretz”, 3 maggio) sappiamo che anche Meir Dagan, capo del Mossad dall’agosto 2002 al giugno 2010, non è da meno di Diskin e, incalza “The Jerusalem Post”, lo appoggia. Già in marzo aveva chiarito di considerare un attacco israeliano all’Iran prima che ogni altra opzione fosse tentata (other option were exhausted) «la cosa più stupida (stupidest think) mai sentita (ever heard)».

Di parere opposto Uzi Arad, docente universitario, esperto di diplomazia, strategia e servizi segreti, capo dell’ufficio consulenza per la sicurezza (National Security Advisor) del primo ministro e presidente dell’Israeli National Security Council, il 16 marzo, alcuni giorni dopo il rientro da Washington di Netanyahu rivelava alla “Army Radio” essere «questione di mesi (a matter of months)» l’attacco all’Iran. Le sue sorprendenti improvvise dimissioni dal delicatissimo incarico testimoniano secondo “Haaretz” (6 maggio) una spaccatura (a rift) con Netanyahu in merito alla sicurezza dello Stato. Amir Oren, informato e autorevole giornalista di “Haaretz”, il 29 aprile cerca di venire a capo di una intricata vicenda di rivelate riservatissime notizie in cui Arad sarebbe coinvolto in merito a progetti militari israeliani e americani. La stessa magistratura ha aperto un’inchiesta sul caso.
Uri Avnery, notissimo notista politico ‘contro corrente’, adombra l’ipotesi di una rivolta – adopera il termine putsch – contro la guerra dei massimi gradi militari e dei servizi segreti contro politici avventurosi.
Con un termine non propriamente elegante (to piss) il 2 maggio “Haaretz.” pubblica un articolo di Zvi Bar’el che definisce la comunità degli addetti alla sicurezza nazionale (security community) «un sacro ashram (eremo) esclusivo in cui la regola chiave (key rule) permette di pisciare dentro, ma assolutamente vietato farlo all’esterno (outside).

Francesco Papafava

Foto: Uri Avnery

 

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