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Dibattito: un Pd prigioniero del conflitto fra governo e territori Dibattito politico

Pistoia – Prendo spunto dal recente articolo di Massimo Cacciari, scritto su Il Giorno e ripreso dal quotidiano Libero, perchè mi offre la preziosa opportunità di una riflessione sull’idea Partito che, in questo caso, riguarda il mio partito, il Pd, essendo stata parte della sua costituente. E per iniziare prendo a prestito le bellissime parole scritte da Valter Veltroni, il padre della costituente PD, scritte proprio  Domenica 11 Ottobre, pochi giorni prima del compleanno del partito, che meglio di qualsiasi altre, ben chiarisce ed identifica il principio della sua nascita.

” ….unire gli italiani, da nord a sud, giovani ed anziani, operai e lavoratori autonomi per ridar loro speranza a chi ha paura del futuro e dell’incertezza. Per questo nasce il Partito Democratico. Che si chiamerà così ad indicare una identità  che si definisce con la più grande conquista del ‘900, la coscienza che le comunità umane possono esistere e convivere solo con la libertà individuale e collettiva , con la piena libertà delle idee e la libertà di intraprendere( …..) Ma il Partito Democratico non è la pura conclusione di un cammino. Se lo fosse inchioderebbe se stesso al passato. Invece, ciò di cui l’Italia ha bisogno è un partito del Nuovo millennio(….) un partito aperto, che si propone di affascinare quei milioni di italiani che credono nei valori dell’innovazione, del talento,del merito,delle pari opportunità.(….) quei milioni di italiani che trovano la politica chiusa, aperta solo a richieste di adesioni a correnti o partiti, piuttosto che a progetti. Nasce consentendo a “chiunque” di iscriversi, partecipare e candidarsi. Associazioni e gruppi, comitati e movimenti, singole persone potranno, allo stesso momento, formare un nuovo partito e decidere gli organi dirigenti ed il leader.”

Tre milioni di persone si recarono ai vari gazebi, disseminati nei territori per le Primarie, ed alle elezioni successive il Pd ottenne più di dodici milioni di voti, seppur in periodo politico terribile. Un record assoluto, lo possiamo ben ricordare,  del consenso democratico. Era l’inizio di una stagione riformista che, partita con Franceschini, poi con Bersani ed infine con Renzi trova, oggi, più preciso ed esplicito riferimento. E’ oggi, infatti, e lo possiamo dire, il vero Governo del cambiamento.

Ma così non sembra. Si rischia, e non è più tanto utopia o paura, di non essere più quella citazione di Veltroni al Lingotto : ” Una testa , un voto”. Questo Partito, nato sotto la stella della coesione, dell’unione di tanti pensieri diversi, quella famosa ” fusione a freddo” , come spesso si usa dire, nato per diventare quella forza politica necessaria ed indiscussa, maggioritaria nel Paese, si è trasformata in compartimenti stagni.

Gruppi contrapposti che si contendono poltrone o luoghi di potere con rappresentanti di loro preciso riferimento, legati ancora da vecchie logiche obsolete, stanno rendendo sterile questo bellissimo progetto iniziato otto anni fa e nel quale in moltissimi  hanno creduto. Un partito diventa forte quando è aperto, quando si mette in discussione e rende importanti i suoi iscritti , quando li ascolta e non si barrica, quando non li denigra solo perché il “capo corrente ” della segreteria in carica non è della stessa idea. E sopratutto non quando il ” capo in carica” si muove a ridosso della sua campagna elettorale solo per fare i vari contentini. Questo è un Partito che così implode, che non ha futuro, che perderà consensi ad ogni piè sospinto. Possiamo pure ascoltare Barca e i suoi luoghi , possiamo pure insistere sull’importanza dei Circoli, come detto anche da Renzi a Milano durante la festa dell’unità. Possiamo tutto questo ed anche altro. Ma non basta, rimane comunque, e neppure troppo sotteso, quel malumore diffuso che fa guardare l’un con l’altro con occhi di diffidenza e , talvolta, di disprezzo.

Ed è qui che mi riallaccio alla riflessione di Cacciari, che ha detto, in merito al ” caso Roma- Marino”  -il governo rischia tantissimo alle prossime amministrative. Anche di saltare, e definitivamente-.  È del tutto evidente che Roma, in qualche modo, rappresenta la cartina di tornasole dei consensi politici. Ma non sono d’accordo sul fatto, da lui citato, che “Il Pd non esiste più. C’è un capo – dice parlando di Renzi – con la sua corte, al centro del sistema, a palazzo Chigi, e qualche reggente, qualche semicapo, sparsi sui territori. Intorno a loro c’è il vuoto”. Il PD c’è ancora, e non ha un ” capo” ma ha un leader che è il Segretario ed anche Presidente del Consiglio, che sta lottando per ridare dignità al nostro Paese.

Un tempo saremmo stati fieri ed orgogliosi di avere entrambe le figure di nostro preciso riferimento. Un tempo,si, ma non avevano il nome di Matteo Renzi, e non erano poi così tanto riformiste, ma piuttosto accomodanti e immobili, a differenza della vocazione con la quale era nato il partito. La “sua” corte ? Perché , in tempi passati, altri autorevoli capi di stato hanno ammesso “a corte” persone non di loro distinta provenienza e riferimento ?

È sempre ed unicamente colpa di Renzi, per qualsiasi cosa accada. Questo si evince assai bene. Mai si è visto, prima di adesso, un accanimento così forte nei confronti di chi cerca di agire nel meglio, seppur con difficoltà,  per il proprio popolo. E poi, c’è il “vuoto”? Cacciari, se per lei il 40% dei consensi nei territori si identificano con il vuoto si accomodi pure, ma commette un grave errore.Su di un passaggio, però, concordo con il filosofo, ed è quando punta il dito nella piaga : “Se non governi i territori, gli enti locali, le grandi città, non riesci a governare, o perdi, anche la guida del Paese.

Successe già a Prodi e all’Ulivo, che non riuscivano ad affermarsi nel lombardo-veneto, e sta succedendo di nuovo oggi. Il problema è il Pd, un Pd che non c’è“. Ecco dove stà ” il vuoto” di Cacciari. Ed alberga proprio qui, nei territori, dove non viene permesso di entrare ed agire in riferimento delle direttive nazionali, date da un Segretario eletto. Quei muri, di cui parlava il padre del PD, esistono ancora e sono creati appositamente perché il cambiamento, tanto blaterato e desiderato da tutti, in effetti non piace e viene osteggiato da chi oggi, in minoranza a livello di segreteria nazionale, non lo è nei territori.

Ed è questa la grande discrasia che vive il PD : da una parte c’è un Governo con a capo un leader che ha preso , volente o nolente, un notevole consenso alle primarie, alle europee ed ha vinto un Congresso, e dall’altra i territori, ancora governati da correnti, interne e contrapposte, che oltre a solidificare i muri, gettano calcestruzzo su tutti quanti tentano di promuovere idee e progetti di chiaro stampo riformista. Renziani, non renziani, prima, seconda e terza ora, etichette che sarebbe bene superare, perché non significano proprio nulla. Molto spesso si vede più impegno ed apertura da chi si è avvicinato, proprio per la capacità di una riflessione mentale diretta al cambiamento che Renzi incarna, a differenza di chi lo ha supportato, fin dall’inizio e magari a solo scopo personale, poi dimenticandomene puntualmente, al momento del raggiungimento del proprio scopo.

Quindi, per cortesia, continuare con questa litania può solo far male sia a Renzi che al Partito stesso. Ciò che si vede, da quando abbiamo questo Governo, è un susseguirsi di strategie atte a coalizzarsi, attraverso uscite dal partito ( pur, però, conservandone la poltrona!) di taluni ( appunto, proprio i renziani ora zero!) e riunioni di corridoio di leader che cercano posizionamento futuro, perché sentono minacciato il proprio ruolo. Si attuano politiche referendarie, giusto per creare ulteriori spaccature, per contrastare e delegittimare ciò di cui si fa comunque parte, il governo.

Ciò che si respira, in ogni riunione, che sia di Circolo o di partecipazione ad eventi di partito, è l’odore di barricate contro il nemico. “Si ha, spesso, la sensazione di essere stranieri nella propria casa” , così in molti si esprimono. Questa è, infatti, la sensazione dei militanti che, da una parte o l’altra, e qui davvero non si tratta di questione di corrente, si sentono estranei, non compresi e minacciati e sopratutto non si riconoscono appartenenti allo stesso identico percorso. Così, indubbiamente, non può durare. Così si sta facendo solo del male al Partito, a meno che non lo si voglia dissolvere e dimenticare, prima che lo faccia la popolazione, attraverso il voto o qualcun’altro, con logiche mirate e perverse, come stiamo vedendo nello scenario romano. E quindi, che fare? Uscire o rimanere dimostrando impegno e coerenza?

Una scelta che alcuni,a freddo, mi dicono sia non facile. In questo momento così strategicamente difficile a livello nazionale, dove arrivano lance da ogni dove per annacquare od infangare questo Governo che ” fa cose ” ma che viene messo in discussione dagli stessi iscritti ed addirittura da Sindaci di partito, l’unica strategia che mi sento di abbracciare è quella di rimanere e lottare. L’idea di uscire dal Partito lo lasciamo ad altri, che hanno abbandonato solo quello ma non la poltrona comoda dove stanno.

Per coerenza, da sempre,  con le mie idee mi sento di esprimere questo pensiero perché possa coniugarsi a quello di chi vorrebbe diversamente, così da dar luogo alla nascita di un nuovo Partito, sì, certo, ma sempre dall’interno e che possa incarnare quello spirito e quel percorso politico, che in molti hanno abbracciato otto anni fa, e che possa davvero riconosce in Renzi il leader capace, che possa davvero essere quel contenitore aperto ed inclusivo di persone, e militanti, ai quali importa solo poter supportare chi potrà dare un futuro dignitoso al Paese. ” Le vecchie appartenenze” scrive Veltroni, e ben identifica chi sono, hanno permesso di inficiare la vita stessa del Partito, correnti animante non da differenze di ideali, utili per il confronto e la crescita, ma piuttosto da convenienze.

La soluzione c’è , l’abbiamo di fronte ed è quella di smettere con le polemiche ed iniziare seriamente a lavorare nei territori, ognuno per quel che potrà fare, per creare una nuova ” casa” ( mi piace usare questo termine perché ben identifica di cosa si tratterebbe) per uscire dal pantano, dissolvere questo grande progetto, evidentemente fallito, e continuare il percorso iniziato a suo tempo e degnamente rappresentato oggi da Matteo Renzi.

Ad oggi abbiamo portato a casa riforme epocali, anche se forti, ma necessarie per andare avanti nell’ottica di un cambiamento e di un miglioramento per il Paese. Ne sono certa, e ne ho ogni giorno il riscontro oggettivo da parte del mondo dell’imprenditoria, delle professioni, della società civile, che c’è una notevole parte di elettorato che si è disperso, che si è usurato ( e lo abbiamo visto alle ultime regionali ) che sarebbe ben felice di vedere davvero un PD unito, a guida Renzi, e continuare ad avere il primato nella lista dei partiti.

Il 14 Ottobre è stato l’ottavo compleanno del Partito Democratico, ricordiamo tutti e bene una piazza gremita di migliaia di persone al Circo Massimo : ” Una testa , un voto “. È ancora così !??

Quello fondato otto anni fa è stato un Partito riformista, un Partito che guardava lontano, che ascoltava e che includeva. Oggi, tutta quella parte che viene identificata ” renziana” ( e già l’uso del termine ghettizza e non include ) viene circoscritta e guardata con paura e diffidenza se non , di peggio, oltraggiata e messa puntualmente alla porta dallo stesso partito e dalle tornate elettorali.  Ciò che ne deriva è stanchezza, allontanamento pericoloso,  da parte di chi in questa corrente ha creduto, lottato, sofferto e vissuto l’aria del vero cambiamento ed ancora ( ma non si sa per quanto) ci crede ancora.

Credo che, come esternato da molti, questo patrimonio immenso non debba venire disperso, ma debba, com’è giusto, trovare in quella ” casa” virgolettata di cui si parlava, poter continuare il meraviglioso cammino iniziato da quel giorno a Verona, dove Matteo Renzi, annunciò la sua candidatura ” che è la mia, ma che è anche la nostra, alla guida del Partito Democratico “.

Antonella Gramigna

Iscritta e militante PD

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