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Didier Pasamonik all’Istituto Francese per Mickey à Gurs‏ Cultura

Firenze – Di Horst Rosenthal, ebreo tedesco fuggito dalla Germania nel 1933 e rifugiatosi in Francia  abbiamo poche notizie,  confinato nel campo di concentramento di Gurs, nel sud della Francia,  in quanto ebreo, nel 1942 sarà deportato ad Auschwitz dove, appena arrivato, troverà la morte. Horst Rosenthal è un giovane illustratore che sogna un avvenire nel campo artistico, quando viene internato nel Campo di Gurs nei Pirenei Atlantici realizza tre carnet che contengono tre storie a fumetti, “Mickey à Gurs” che  ha come protagonista Topolino, l’eroe di Walt Diseny, “la Journée d’un hébergé” e “Petit guide à travers le caps de Gurs”, tutti e tre, circolati nelle mani dei prigionieri  miracolosamente giunti fino a noi.

L’opera integrale dei carnets di Horst Rosenthal, sino ad oggi  inediti,  è stata pubblicata dall’editore francese Calmann-Lévy  con il titolo “ Mickey à Gurs” a cura di Didier Pasamonik, uno dei più noti giornalisti nel settore della narrativa disegnata, scrittore e curatore di mostre, insieme a Jöel Kotek. Venerdì 29 maggio alle ore 18.00 Didier Pasamonik, tra gli ospiti della grande rassegna che apre a Carrara, il Festival dei giochi e del Fumetto, sarà all’Istituto Francese di Firenze per presentare il volume, ad introdurlo Matteo Stefanelli, direttore di Fumettologica e ricercatore presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano.

Nel libro vengono riprodotti i tre carnet disegnati da Rosenthal, quello che ha come protagonista Topolino e gli altri due che descrivono la vita quotidiana all’interno del campo di concentramento attraverso la parodia di una brochure turistica e la descrizione di una giornata tipo, oltre alle notizie storico biografiche sull’autore, all’analisi delle opere e una digressione sul “topo come metafora del popolo ebraico”.  Come scrive Matteo StefanelliIn questa intelligente e sorprendente rappresentazione, Topolino, da star del cinema e del fumetto dell’epoca, diventa una metafora di un internato qualsiasi. Un piccolo ebreo che affronta il proprio destino assurdo, pericoloso e tragico con un candore che risulta quasi vertiginoso, tanto più se accostato agli inevitabili limiti della fiction a posteriori (inclusa La vita è bella di Benigni). Nel capitolo conclusivo, Kotek e Pasamonik giustamente sottolineano: per Horst Rosenthal, come per tutta la sua epoca, Topolino è la figura dell’innocenza. Rosenthal ci si identifica e, al contempo, si cancella di fronte ad essa, essendo la fiction qualcosa che maschera una realtà divenuta insopportabile.”

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