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Dieci anni fa la Marcia dei Professori rilanciò la politica dal basso Opinion leader

Dieci anni fa a Firenze una quarantina di docenti universitari (tra cui Franco Cazzola, Ornella De Zordo, Siro Ferrone, Riccardo Francovich, Paul Ginsborg, Sergio Givone, Alberto Magnaghi, Annick Magnier, Francesco Pancho Pardi, Aldo Schiavone) firmarono un appello per allarmare gli italiani contro l’uomo a una sola dimensione, il cittadino ovattato, rimbambito dalla predica berlusconiana. Le due preoccupazioni più forti erano l’attacco alla magistratura e il conflitto di interessi sulla televisione dell’allora premier. Berlusconi attaccava i magistrati per non farsi interrogare nei vari procedimenti pendenti contro di lui; con il rinnovo del CdA RAI prendeva pieno possesso dell’informazione tv, possedendo anche il più forte network privato, Mediaset.
A quell’appello risposero più di diecimila persone: era la “Marcia dei Professori”. In quei primi anni 2000 cominciò una stagione di movimenti, manifestazioni di piazza e assemblee che avrebbero tentato un argine concreto al degrado della politica e della coesione sociale nazionale. C’erano anche altri temi sul piatto: il lavoro (l’attacco allo Statuto dei lavoratori), l’immigrazione (la legge Bossi-Fini sull’immigrazione), il diritto alla conoscenza (l’attacco alla scuola pubblica). Ancora oggi questi problemi sono irrisolti nel nostro Paese.
Erano anche gli anni dei Social Forum (da Seattle a Genova, da Porto Alegre proprio a Firenze, dove si svolse il Forum Sociale Europeo): con l’attacco ai guasti del neoliberismo e la contrarietà alla guerra. Un’idea illuminista in un’epoca buia.
Poteva il pensiero critico raccogliere maggioranze contro il rimbecillimento della falsa società pacificata dal berlusconismo? No, quel movimento non ha potuto reggere le armate della disinformazione. Anche perché l’attore sociale assente, in quell’occasione, è stato l’universo della sinistra storica, cioè i partiti di sinistra e di centrosinistra. Furono loro a ignorare o avversare la proposta dei movimenti e dei tanti cittadini che si organizzavano sui temi più vari. Testimonianza di questa incomprensione fu lo scontro di Massimo D’Alema con Paul Ginsborg, al palazzo dei Congressi di Firenze nell’inverno 2003, quando ci fu la contestazione all’allora presidente DS. Alcuni partiti si ritennero superiori al movimento, altri cercarono di strumentalizzare quei contenuti. E tutti non seppero valutare politicamente il dramma del periodo. Ciò assecondò senz’altro il consolidamento del berlusconismo.
Come spiega Cristiano Lucchi nel suo libro Il Laboratorio per la Democrazia: “Il laboratorio fu uno dei motori di quella stagione. Mise a disposizione grandi competenze, contagiò altri movimenti simili che nacquero e si diffusero in tutto il paese, contribuì ad innalzare il dibattito pubblico, obbligò a sporcarsi le mani con la politica dal basso buona parte della classe diri¬gente dei partiti dell’epoca, impose il tema della partecipazione nelle pubbliche amministrazioni”.
Era un movimento in parte elitario, in parte comunitario, formato da una sorta di giacobini che segnalavano, spesso nel disinteresse dei più, il baratro verso cui stava avanzando l’Italia.
Come già negli anni Ottanta il movimento ambientalista invitava tutti quanti a tenere insieme il mondo e l’uscio sottocasa, con l’efficace slogan “Pensare globalmente, agire localmente”, anche il Laboratorio fiorentino si ispirava a questa metodologia di analisi delle cose del mondo.
Purtroppo, come anche il Risorgimento italiano insegna, se il movimento non è movimento di popolo spesso soccombe. Ne sanno qualcosa coloro che nel 1990 lanciarono dalle università il movimento nazionale della Pantera contro la privatizzazione del sapere; quelli del popolo viola contro il berlusconismo; quelli dei girotondi, quando Nanni Moretti andò al microfono e attaccò Fassino e Rutelli dicendo: “Con questi la sinistra non vince”. E tanti altri movimenti italiani che hanno dato un contributo contro il modello di sviluppo che ci ha portato all’attuale crisi economica e sociale, ma sono sfumati nel riflusso.
Derek Walcott scriveva: “Le cose non esplodono, svaniscono”.

Alessandro Agostinelli

Foto: http://www.americaoggi.info/node/11247

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