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DifRob svela le “pecche” della materia, e non solo: una storia italiana Innovazione

Ha vinto il premio Vespucci per la migliore invenzione nel 2008, è stato selezionato per un progetto europeo guidato dall’università austriaca ed ha avuto importanti riconoscimenti in America ed Europa. Risultato: nessun imprenditore (almeno finora) è disposto a investire su DifRob. E’ una storia tutta italiana quella di Giovanni Berti e del suo DifRob, lo strumento che indaga la struttura profonda di metalli, statue e affreschi rispettando la loro integrità. Come? Semplicemente recandosi a casa loro, senza dover portare in laboratorio neanche un pezzettino.
Con la sua macchina di prima generazione (dieci anni di vita ormai) Giovanni Berti, docente al dipartimento di Scienza della terra dell’università di Pisa, ha analizzato le saldature di tubi d’acciaio di impianti industriali, le ampolle del museo degli argenti per scovarne pecche e impurità profonde, fare la diagnosi e intervenire di conseguenza. «DifRob, tecnologia tutta italiana, sarebbe capace anche di condurre le ricerche della battaglia di Anghiari in Palazzo Vecchio» assicura Berti. Eppure il suo apparecchio così versatile resta ancora allo stadio di prototipo per la mancanza di partner industriali.
Questo inventore ormai allenato ad ogni sorta di corsa a ostacoli, ha bussato anche alle porte del Miur per il finanziamento e la commercializzazione del proprio brevetto, ma (seconda storia italiana) la risposta è stata secca: il suo progetto non ha i caratteri dell’originalità necessaria. Peccato che mezzo mondo pensi l’esatto contrario. “Gentile dottoressa Gelmini etc etc…”: Berti si è rivolto direttamente al ministro per avvertirla che forse i suoi esaminatori avevano preso un granchio. Ad oggi, naturalmente, nessuna risposta.
Le potenzialità di questa apparecchiatura basata sulla diffrazione a raggi x, ovvero l’irradiazione di onde magnetiche che poi analizza in uscita, sono enormi e Berti avrebbe già commesse importanti per l’applicazione agli ambiti più svariati: dalle belle arti, all’industria, ai metalli. Il problema è che DifRob di seconda generazione, l’apparecchio più leggero e versatile (appena quaranta chili contro i 250 del genitore più anziano) se lo sta costruendo pezzo per pezzo. Autofinanziandosi con risorse proprie: sue e dei soci di “Xrd tools”, lo spin off dell’università di Pisa nato nel 2004 per il trasferimento tecnologico dell’invenzione. Perché è ben vero che DifRob nel 2009 ha ottenuto un buon finanziamento regionale (ben 69mila euro su un costo di 100mila) nell’ambito del progetto Temart, ma attenzione al diabolico triangolo (terza storia italiana). La cosa funziona così: “la Regione Toscana eroga i finanziamenti ad Artea, l’organismo pagatore, che poi a sua volta li dà al Cnr, che poi a sua volta li distribuisce ad enti pubblici e privati”. Risultato: sono passati due anni e della seconda tranche (la prima è arrivata nel 2010) neanche l’ombra. Se pensiamo ai forsennati tempi di obsolescenza della tecnologia…
«Oggi non c’è liquidità neanche per le minute spese, ma il futuro a lungo termine è roseo». Basta non lasciarsi scoraggiare.
 

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