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Dipendenti comunali e test, Martini: “I lavoratori non sono abbandonati” Breaking news, Cronaca

Firenze – Il problema è: se un dipendente pubblico accede al test sierologico per accertare il suo stato circa il coronavirus, qual è la sua situazione a livello di tutele lavorative? Ovvero, cosa succede ai dipendenti che, sempre su base volontaria, appartenendo alle categorie previste (in sintesi tutti coloro che hanno continuato a lavorare nel pieno della pandemia, o son stati a contatto col pubblico, come vigili, addetti ai servizi sociali, addetti al pubblico e, novità fresca di ieri, anche i dipendenti scolastici comunali) si fanno avanti per volontariamente sottoporsi al test sierologico, e magari risultassero positivi, nelle more fra test e tampone?

Abbiamo girato la domanda all’assessore al personale del Comune di Firenze Alessandro Martini. “Prima di rispondere, è necessario fare alcune premesse – spiega Martini – si tratta di un’opportunità che è su base volontaria, riguarda direttamente i dipendenti più oggettivamente esposti, ma si trova anche in un vuoto legislativo. Infine, c’è da riferirsi anche alla normativa emanata dalla Regione.

“Dopo queste doverose premesse – continua Martini – consideriamo i dati. Come ente comunale, abbiamo circa 4mila dipendenti, il 50% dei quali, come annunciato, possono sottoporsi al test sierologico senza oneri. Al momento, le adesioni volontarie sono circa un migliaio. I test sono in corso. Ad ora, non sono emerse difficoltà particolari. E tuttavia, non abbiamo la possibilità di coprire le more di coloro che sono risultati positivi e attendono il tampone, con l’automatismo di copertura della malattia”. In altre parole: chi risulta positivo al test è costretto all’auto isolamento in attesa del tampone, ma la legge non dà modo di interpretare tale attesa in modo tale da tutelare lo stipendio del lavoratore. Dunque, si perde lo stipendio punto e basta. Da sottolineare che l’ordinanza n.38 della Regione, che (fra le altre cose) equiparava il test al tampone positivo per quanto riguarda le tutele del lavoratore, è stato revocato. Il vuoto legislativo è a questo punto ancora più pesante.

“Specifichiamo che il problema com’è ovvio si pone sia in caso di test positivo che di risultato dubbio. – continua Martini – In questi due casi, stiamo cercando, come già annunciato, di velocizzare il più possibile il tempo intercorrente fra test sierologico (positivo o dubbio) e tampone. Il che significa, fra il giorno stesso e il giorno dopo al massimo”. Vale a dire, come già annunciato, nelle 24 ore. Considerando che, qualora il risultato del tampone sia positivo, parte la tutela prevista da legge per il lavoratore e il suo stato a livello di stipendio, assegno di malattia, ecc. In questo, specifichiamo, la situazione è senz’altro più semplice di quanto succeda nel privato. Anche se il Dl 18 di marzo scorso, all’art. 43 comma 2, considera che la positività emersa in regime di attività lavorativa si configura alla stessa stregua di “infortunio sul lavoro”, sia nel caso di datori privati o pubblici. Da sottolineare anche che si sta parlando di lavoratori che hanno fatto i controlli in costanza di lavoro. Diverso il caso che la positività venga riscontrata prima del rientro al lavoro: cosa succede al lavoratore in quel caso?

E se si verificasse un intervallo significativo di qualche giorno fra test e tampone? In quel frangente potrebbe intervenire ed interverrà, come spiega l’assessore Martini, una “valutazione caso per caso”. Il che significa che, come spiega ancora Martini, “si avrà a cuore sia la tutela della salute del lavoratore che  suoi diritti. Abbiamo deciso di andare alla valutazione caso per caso per trovare forme che possano tutelare entrambi gli aspetti”. Un esempio, valutando anche il fatto che lo smart working è stato ampiamente utilizzato, potrebbe essere quello di un lavoratore che essendo positivo al test, viene posto in un corso di formazione a distanza. E (soluzione niente affatto apprezzata dai sindacati) può sempre, qualora ci siano, “consumare” le ferie. Tirando le fila, il principio è, conclude Martini, che il lavoratore, che determina per responsabilità sia verso se stesso che verso gli altri, di fare il test, “non si lascia a se stesso”.

Sulla questione interviene anche l’Usb. “Intanto, per quanto riguarda i numeri, si può dire che ci sono fra i 2300 e i 2400  dipendenti comunali in smart working. Uno smart working tuttavia che non è tale, vale a dire non si tratta del contratto conosciuto e regolato da legge, bensì sarebbe meglio definire home working. Altri 400 dipendenti circa sono a disposizione, vale a dire seguono corsi di formazione. Davanti all’impreparazione generale nell’affrontare un situazione difficilmente prevedibile, accogliamo positivamente la posizione dell’assessore sulla velocizzazione dei tempi fra i tamponi e il test”.

Che tuttavia serva una chiara regolamentazione, con un generale accordo dei suoni fra legislazione nazionale, regionale e comunale, fra Inail, Inps, medicina del lavoro, riempendo un vuoto legislativo che pesa in modo significativo sui lavoratori, è convinzione assoluta dei Cobas.

I Cobas sostengono: che i test e i tamponi dovrebbero essere totalmente a carico del sistema sanitario nazionale, che possiede le strutture e le competenze; la contestualizzazione fra i due passaggi; controlli diffusi su tutti i lavoratori. E soprattutto, concludono, “è necessario raccordare i suoni, prima di stabilire delle norme così importanti”. Fondamentale, se si pensa quanto siano pregnanti e decisive tali norme sulle vite dei lavoratori.

 

 

 

 

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