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Diplomazia 2.0: l’Onu sceglie Twitter Internet

Sarkozy ci aveva scommesso tutto nella sua (perdente) campagna elettorale alle presidenziali francesi di quest'anno. Obama aveva assoldato un esercito di volontari per moltiplicarne gli effetti sulla rete nella sua cavalcata verso la Casa Bianca. Infine, ma non da ultimo, anche Papa Ratzinger ha annunciato che se ne servirà per comunicare con i fedeli e far arrivare l'Angelus domenicale in ogni angolo del pianeta. Stiamo parlando dei social network e, in particolare, di Twitter, il sempre più popolare servizio di microblogging che consente lo scambio di informazioni fra i suoi utenti.

Alec Ross. Il Tweet Consultant – Un recente reportage apparso su La Stampa, a firma del direttore Mario Calabresi, ha analizzato in profondità il fenomeno, focalizzando il suo punto di vista sulla politica internazionale. Il direttore del quotidiano torinese è volato a Washington per parlare direttamente con Alec Ross, consigliere quarantenne per l'Innovazione del segretario di Stato Hilary Clinton e già responsabile per i progetti tecnologici della campagna elettorale di Obama. Ross – da buon intenditore – punta tutto, o quasi, su Twitter per ciò che riguarda le relazioni internazionali della Casa Bianca. Il social medium sta infatti incrementando il numero di iscritti a vista d'occhio, fra le gente comune ma, soprattutto, fra uomini politici e rappresentanti delle istituzioni. La sua struttura, leggera e intuitiva, molto più flessibile del sempre più “ingombrante” Facebook, consente tramite brevi messaggi – di una lunghezza massima di 140 caratteri – di esprimere opinioni e pensieri su qualsiasi cosa si desideri. Un formato che, potremmo dire, ben si sposa con la necessità quotidiana dei politici di rilasciare dichiarazioni per parlare con gli elettori ma anche, e soprattutto, con i loro colleghi e rivali.

Social politic. Obiettivo: “trasparenza” – 150 persone alle sue dipendenze nel suo ufficio del Dipartimento di Stato e migliaia di collaboratori in tutto il mondo per gestire i profili sui social media dei politici americani che fanno parte dell'amministrazione Obama. Il lavoro di Alec Ross è coordinarli e assicurare che i cittadini abbiano, da un lato, accesso alle loro opinioni, dall'altro, la possibilità di essere a loro volta ascoltati. Tutto questo, in nome del principio della “trasparenza” che da tanti anni fa parlare di sé anche in Italia rispetto al rapporto fra pubblica amministrazione e cittadini. «Oggi – spiega Ross a La Stampa – non si possono più chiudere le porte ai cittadini, come si faceva in passato, Internet ha portato una richiesta di trasparenza con cui bisogna fare i conti».

La “Twiplomacy”. Ascoltare per essere ascoltati – Ma è soprattutto sulla politica estera che Twitter detta legge secondo il Dipartimento di Stato americano. «La diplomazia – prosegue Ross – non può più essere uomini in gessato grigio che parlano con altri uomini in gessato grigio intorno a un tavolino di mogano. Dobbiamo coinvolgere la società in maniera più ampia. Pensiamo all’Egitto: se tu avessi parlato solo con Mubarak, con ministri e generali, non avresti capito niente di quello che stava succedendo, più utile ascoltare la gente. I social media sono un ottimo posto per ascoltare, ancor prima che per parlare, d’altronde abbiamo una sola bocca ma due orecchie…». Questa, in altre parole, è la Twiplomacy, un misto di dichiarazioni pubbliche e intelligence digitale che mira a interpretare gli umori della gente, ma anche della real politik, ascoltando ciò che si dice sui social media.

Anche l'Onu sceglie Twitter – In un forum a Torino dedicato proprio alla politica digitale, Alec Ross incontrerà il ministro degli Esteri Terzi, a caccia, forse, di nuove idee digitali per la Farnesina. Ma intanto, anche al Palazzo di Vetro dell'Onu si è andati incontro alla rivoluzione dei social media, con il portavoce di Susan Rice, ambasciatrice Usa presso le Nazioni Unite, che ha annunciato uno “storico” cambiamento di strategia per la comunicazione dell'Onu. Le notizie più importanti, infatti, non saranno più date alle agenzie ma passeranno direttamente da Twitter. «Abbiamo scelto Twitter spiega il portavoce – perché ci consente di raggiungere più fonti e parlare direttamente con le persone, nei nostri termini, e nei nostri tempi. I media tradizionali possono riprendere la notizia direttamente da lì». Insomma, anche per i giornalisti la rivoluzione della twiplomacy è arrivata. E siamo solo all'inizio.

Immagine: www.lapopistelli.it

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