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Disagio abitativo e rischio di esclusione sociale, il lavoro non basta più Breaking news, Cronaca, Società

Firenze – Il nuovo volto del disagio abitativo fiorentino che emerge dall’analisi compiuta dal Sunia e presentata oggi nella sede della Cgil di Borgo dei Greci qualche sorpresa la presenta. Intanto le 925 persone accorse nei 60 giorni di apertura (ricordiamo tuttavia che si tratta di un bando “aperto” il che significa che verranno riaperte finestre temporali in cui sarà possibile riaggiornare il proprio stato per le famiglie ammesse mentre alle famiglie escluse che nel frattempo sono venute in possesso dei requisiti potranno rinnovare la domanda di accesso)  di cui 701 hanno riempito, tramite il sindacato, la domanda di accesso, il 64% sono di provenienza straniera, mentre il 36% sono cittadini italiani. Tuttavia, da dati in possesso del Comune, sembra proprio che l’impoverimento generale abbia colpito anche le famiglie italiane, che sono aumentate del 4% rispetto ai dati del bando scorso.

A presentare i dati, sono la segretaria del Sunia di Firenze Laura Grandi e la rappresentante della Cgil per le politiche sociali Carla Bonora. In estrema sintesi, ciò che emerge è che, attraverso il disagio abitativo, si fa strada sempre più chiaramente una realtà sociale di progressivo sprofondamento nell’impoverimento e nella esclusione sociale. Processo che dev’essere governato, dicono a una voce Bonora e Grandi, attraverso un progetto d’insieme, creando una rete, una visione complessiva. Del resto, sottolinea Bonora, “Il fatto che Firenze sia Città Metropolitana dovrebbe aiutare proprio in questo senso, vale a dire, che Firenze Metropolitana deve farsi carico della responsabilità di costruire questa politica “d’insieme”. Coinvolgendo dunque quei Comuni dell’area che d’altro canto vivono sulla propria pelle i disagi del capoluogo, in particolare con la corsa al rialzo dei canoni d’affitto dovuta alla “migrazione” dei fiorentini, come, poco tempo fa, ha denunciato il sindaco di Campi Emiliano Fossi. Insomma, emergenza abitativa, disagio sociale tout court, rischio economico diffuso sono tutti punti di un unico problema cui abbisogna una soluzione di natura squisitamente politica.

Passando ai dati ecco lo specchio sociale fiorentino. In primis, emerge il tema del lavoro, e del lavoro nero. “La maggior parte di queste persone – precisa Grandi – lavora. Il problema è che a fronte di stipendi bassi, è impossibile riuscire a pagare un affitto”. Questo perché gli affitti sono sempre alti, come specifica Bonora: “Anche a fronte di uno stipendio di 1.500 euro, che con questi chiari di luna è quasi un miraggio, se si spendono mille euro per il canone, sarà fatale che prima poi si ponga la scelta se, per esempio, pagare il dentista o il canone, le cure o il canone, gli studi al figlio o il canone”. Non si tratta dunque di consumi “voluttuari”, ma spesso la scelta è fra le spese di sussistenza e il canone. Il che significa che prima o poi si dovrà fare i conti con la morosità, magari per una bolletta troppo alta del gas o dell’acqua o dell’elettricità. Sempre supponendo che non si perda il lavoro, ipotesi tutt’altro che peregrina. La soluzione? Quella di sempre: il 56% delle persone intervistate riferisce di lavorare, loro malgrado, al nero: il 65% delle donne disoccupate riescono a raggranellare fra i 100 e i 300 euro al mese dandosi da fare come colf e badanti; per gli uomini disoccupati si “apre” il mondo della ristorazione, dove svolgono mansioni che vanno da cuoco a cameriere ad aiuto cucina, con introiti che vanno dai 300 ai 500 euro mensili. Da sottolineare inoltre che l’80% dei disoccupati uomini proviene dal mondo dell’edilizia, e lì a volte torna, ma al nero. Il nero “aiuta” anche quando è necessario integrare il reddito insufficiente. Insufficiente per cosa? Per comprare vestiti ai figli, per esempio, ma anche per l’ambito scolastico come zainetti e quaderni. Non solo: serve anche allo sport, sempre per i figli. Come sono queste case per cui una famiglia arriva a pagare una cifra che assorbe dal 40 al 50% del reddito famigliare? Il 37% denuncia la presenza di muffa e umidità diffusa e permanente, mentre un buon 44% non può riscaldare la propria casa d’inverno. E quindi, se ne sta al freddo.

La situazione “sfratti” poi presenta un volto ancora più emergenziale. Se da un lato è infatti vero che gli sfratti per finita locazione diminuiscono drasticamente (una fattispecie che riguarda il 10% delle persone che hanno richiesto di partecipare al bando attraverso il Sunia), dall’altro il 45% si ritrova con un’esecuzione forzata in corso. Che è in assoluta maggioranza sfratto per morosità. Una fattispecie cui la nuova legge non riconosce punteggio nella domanda. Anche se, per la morosità incolpevole (causata ad esempio da perdita del lavoro) è prevista una riserva per la morosità incolpevole, con richiesta diretta al Comune, che, appurati i requisiti, può assegnare un alloggio con formula tre anni per tre, una sorta di assegnazione provvisoria. Il vero problema però, è uno, come sottolineano dal Sunia: che le case non ci sono. Di fatto, sono gli sfratti per morosità, e in particolare quelli a natura incolpevole, a rappresentare la vera punta dell’iceberg. Sono infatti loro, gli sfratti per morosità a seguito di perdita di lavoro, a segnare una spaventosa e progressiva crescita: Firenze è la terza città capoluogo per dato assoluto dietro Roma e Milano, ma è la prima per numero di abitanti. 4551 sfratti nel solo 2015, mentre la “conta” degli ultimi tre mesi è spaventosa: 130 sfratti al mese con forza pubblica, di cui il 98% è per morosità, l’80% dei quali è legato alla perdita di lavoro, alla riduzione dell’orario di lavoro, alla chiusura della propria attività. E per il futuro le cose non presentano segnali di miglioramento: nei prossimi sei mesi, a Firenze, se il trend si mantiene, sono previsti oltre 600 sfratti.

La fotografia più interessante forse riguarda la tipologia delle famiglie sotto sfratto per morosità. Il 51% è infatti nazionalità italiana, tallonate da presso (49%) da famiglie straniere. Alla fase finale delle forze dell’ordine alla porta arrivano per il 65% le famiglie straniere; il 38% è sotto i 35 anni, il 31% fra i 35 e i 40, il 27% fra i 50 e i 65 anni, il 4% over 65. Se per la maggior parte si stratta di famiglie con un reddito basso (22mila euro lordi all’anno), si affaccia anche la tipologia di famiglie che percepisce un redditi medi sui 35mila euro. E’ in questa fascia che la perdita improvvisa del lavoro miete un buon numero di vittime. Il “moroso tipo” è prevalentemente di ceto operaio, 55%, e all’interno di questo dato il 53% è rappresentato dai lavoratori dell’edilizia. In seconda battuta troviamo i precari, per la maggior parte laureati, col 23%, i disoccupati col 12% e i pensionati col 10%. Per quanto riguarda quest’ultima categoria, si parla, dice Grandi, di una vera e propria bomba a orologeria. Complice la Legge Fornero, con la mutazione da retributiva a contributiva, gli oggi cinquantenni andranno in pensione più vecchi dei loro genitori e con pensione molto basse. Non solo: non potranno essere aiutati dai figli, ai quali, come è stato d’uso per la generazione precedente, non potranno consegnare la casa. “Nessuno di noi si potrà permettere di comperare o “passare” la casa al figlio – dice Grandi – con la conseguenza che viene a strapparsi quel minimo di “welfare” famigliare che ha permesso in qualche modo di reggere”. Si attende insomma una vera e propria bomba sociale il cui timer comincia, seppure in sordina, a battere. Per l’oggi, a Firenze, non esistono alloggi di edilizia pubblica a fronte dell’effettivo e immediato fabbisogno di ulteriori duemila nuovi alloggi a “canone sociale”, che non vuol dire altro che canoni proporzionati al reddito. Edilizia popolare, insomma.

cs sunia cgilA fronte di una situazione incandescente, conclude Grandi, “le proposte da parte nostra sono state fatte”. In prima battuta, è il mercato degli affitti privati, sottolineano Cgil e Sunia, che deve essere messi sotto la lente. Ad esempio, come è stato richiesto all’assessora Funaro, “con la convocazione ad un tavolo di associazioni degli inquilini e della proprietà, per ridefinire gli affitti “a canale”, dall’edilizia privata, al co-housing, all’affitto per studenti”. Un’azione che si vorrebbe incisiva, in particolare per i cosiddetti affitti turistici “mordi e fuggi”, che spingono i canoni verso l’alto e contribuiscono allo svuotamento del centro e alla trasformazione di Firenze in “città-vetrina”, sull’esempio di Venezia. Un mondo, quello degli alloggi privati “a funzione” turistica (alti affitti, per lassi temporali brevi) che rischia di nascondere situazioni ambigue.

Un ruolo importante potrebbero rivestire gli Accordi territoriali, che possono utilizzare la leva fiscale per facilitare i canoni calmierati. Altra grande partita, quella delle caserme dismesse, da cui sono attesi almeno 600 nuove case popolari a canone sociale (in primis, la caserma Lupi di Toscana). Urgente, conclude Grandi, anche la “riconvocazione della Commissione Disagio Abitativo, a seguito dello stanziamento dei Fondi Casa nazionali”. In tutto questo, riprendono gli sfratti di gennaio. “L’inverno sarà caldo, anzi bollente – concludono Cgil e Sunia – dal momento che le notizie che ci arrivano parlano di almeno 25 richieste settimanali di nuovi provvedimenti di sfratto per morosità presso il tribunale di Firenze”.

 

 

 

 

 

 

 

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