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Distretti: Prato e l’età dell’oro, che forse era solo bronzo Economia, Società

Prato – Anche se oggi pare sorprendente, per lungo tempo nessuno a Prato ha messo in dubbio che l’arrivo dei migranti cinesi fosse indispensabile. Siamo a pagina 157 del libro “Oltre il distretto. Prato e l’immigrazione cinese” scritto dal sociologo Fabio Bracci, uscito da poco per la casa editrice Aracne di Roma. E ancora, qualche pagina prima: “La migrazione cinese fu considerata, non solo inizialmente, ma per un periodo piuttosto lungo, come un’opportunità di rilancio del sistema locale”. Non è una provocazione o sottovalutazione del fenomeno, quello che afferma Bracci in questo saggio, scritto con la pazienza e la perizia tipica dello studioso, di chi non ha paura di immergersi nei numeri e nelle analisi, e di ripercorrere le fasi precedenti e successive alla nascita del “modello distrettuale”, quello che al giorno d’oggi viene rimpianto come il modello migliore che la città degli stracci abbia mai avuto, e grazie al quale ha vissuto la sua mitologica età dell’oro.

La sua è al contrario scientifica e obiettiva conoscenza dell’agonia lenta del distretto, con la quale smonta anche quest’ultimo stereotipo mitizzato- da gran parte della stampa e della opinione comune- e ci fa capire con calma e sicurezza che in realtà nemmeno questa tanto decantata “età dell’oro” è mai esistita; anzi, al massimo è stata solo un’età del bronzo, in cui le condizioni economiche erano assai diverse, per certi versi più facili, i controlli -sanitari e ambientali- quasi inesistenti e la protezione statale nei confronti dell’economia nostrana ancora possibile.

Venti anni di migrazione e economia cinese hanno indubbiamente cambiato il volto e l’economia della città, ma Bracci ci ricorda che non è mai stato oro quello che luccicava. Che il successo dell’economia distrettuale è stato il prodotto di fattori fortunati e forse irripetibili, che i migranti cinesi non hanno invaso Prato (benché sia una delle comunità più numerose, ma presente anche in altre città e in altri distretti come Brescia o Treviso), che il loro arrivo è stata una conseguenza e non la causa della crisi che già bussava con insistenza alle porte ormai economicamente sgangherate della città.

Perché dunque si è continuato a parlare per anni, e alcuni lo stanno ancora facendo, di modello distrettuale come modello-mito da rianimare e riportare in vita? La risposta è ancora una volta fin troppo scontata, per quanto amara, e va individuata nella mancanza dell’idonea capacità di lettura di un fenomeno complesso come quello pratese, nel quale si intrecciano economia, migrazione, integrazione e capacità d’innovazione. E di fronte a tale complessità non possiamo più permetterci il lusso di fornire risposte semplici e semplicistiche. Bracci, già dal titolo del saggio, ci esorta dal canto suo ad andare oltre il distretto. Costringe noi, e la politica, e l’amministrazione, ad allungare il collo e lo sguardo oltre gli steccati sicuri ma fasulli che ci siamo costruiti per schedare e catalogare il problema, come se fosse il prodotto della cosiddetta “invasione cinese” e del “distretto parallelo”.

Non minimizza le difficoltà, anche enormi, che hanno conosciuto tanti lavoratori e imprenditori pratesi, ma non si limita alle risposte autoassolutorie del cosiddetto “assedio cinese” né si fa ingannare dalla retorica del passato d’oro della città. La sua operazione consiste nell’aprire la “scatola nera” distrettuale e scoprire che la componente cinese è divenuta parte strutturale di una realtà che può essere letta e affrontata solo con strumenti, e occhi, nuovi.

Nella prefazione al libro, scritta dal professore Eduardo Barberis dell’Università di Urbino, viene ricordato l’apologo dei porcospini, contenuto nei Parerga e Paralipomena di Schopenhauer: nelle fredde giornate invernali, i porcospini di stringono per scaldarsi, fino a pungersi e a farsi male reciprocamente, ma non possono allontanarsi troppo per non congelare. Nell’apologo, i porcospini trovano un’adeguata via di mezzo. Conclude infine Barberis: “un promemoria del fatto che le condizioni per il benessere delle comunità locali ce lo dobbiamo costruire giorno per giorno e che le scelte fatte hanno conseguenze”.

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