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Disuguaglianza, il 23% delle famiglie italiane a rischio povertà Breaking news, Economia

Firenze – Sale il reddito medio equivalente delle famiglie nel 2016, secondo l’indagine di Bankitalia, che prende in esame il 2016, ma mai come ora vale la legge statistica del pollo. Infatti, all’analisi della composizione dei redditi delle famiglie italiane, si scopre che sale anche la iato fra famiglie ricche e quelle povere, con un divario che s’allarga sempre più. ricordiamo che per reddito delle famiglie, secondo la definizione di Bankitalia, s’intende “l’insieme delle risorse monetarie che permettono il consumo senza impoverimento (restando inalterato il patrimonio)”, mentre il reddito primario è “l’insieme dei redditi percepiti dalle famiglie come contropartita della propria attività lavorativa: da un lato i redditi professionali (pagamenti e benefici provenienti da un’attività non di lavoro dipendente) e dall’altro redditi da collocamento mobiliare (interessi e dividendi), o immobiliari (canoni di affitto)”.

Prendiamo ad esempio la distribuzione dei redditi. Ebbene, la stessa Bankitalia sottolinea che “è tornata in prossimità dei livelli prevalenti alla fine degli anni novanta del secolo scorso”. Il rischio di povertà individuale aumenta, secondo la definizione che individua gli individui a rischio di povertà come “quelli che dispongono di un reddito equivalente inferiore al 60 per cento di quello mediano”, ovvero, per dirla in soldoni, pari, nel 2016 a circa 830 euro mensili. “L’incidenza di questa condizione – evidenzia la ricerca – che interessa perlopiù le famiglie giovani, del Mezzogiorno o dei nati all’estero, è salita al 23 per cento, un livello molto elevato”.

Interessante anche la collocazione della ricchezza netta, vale a dire, sempre secondo la definizione di Bankitalia “(la ricchezza) costituita dalla somma delle attività reali (immobili, aziende e oggetti di valore), delle attività finanziarie (depositi, titoli di Stato, azioni, ecc.) al netto delle passività finanziarie (mutui e altri debiti)”. Secondo l’indagine, la quota di ricchezza netta detenuta dal 30 per cento più povero delle famiglie, in media pari a circa 6.500 euro, è l’1 per cento; tre quarti di queste famiglie sono anche a rischio di povertà. Il 30 per cento più ricco delle famiglie, di cui solo poco più di un decimo è a rischio di povertà, detiene invece circa il 75 per cento del patrimonio netto complessivamente rilevato, con una ricchezza netta media pari a 510.000 euro. Oltre il 40 per cento di questa quota è detenuta dal 5 per cento più ricco, che ha un patrimonio netto in media pari a 1,3 milioni di euro.

Per valutare la natura prevalente di questa ricchezza, è esplicativo un dato, vale a dire che la diminuzione che si è avuta tra il 2014 e il 2016 della ricchezza netta media (valutabile al 5 per cento a prezzi costanti) mostra un calo in linea con l’andamento delle attività reali; vale a dire “che ha riflesso prevalentemente la riduzione del valore degli immobili”.

Torna infatti un elemento che è sempre stato caratteristiche della composizione economica italiana: le attività reali (immobili, aziende, oggetti di valore) rappresentano l’87 per cento del patrimonio lordo delle famiglie italiane rilevato nell’indagine. Con una precisazione, intanto, che il loro valore è perlopiù determinato dalla casa di residenza, e poi che questo valore diviene apprezzabile dal quarto decimo più povero, dove è in media pari a circa 70.000 euro, e sale fino a quasi 800.000 euro nella media del decimo più ricco delle famiglie. Infatti nel decimo più ricco, “la quota di attività finanziarie sul patrimonio lordo oscilla attorno al 10 per cento”, dato che cresce ancora, attorno al 20%,  per il 5 per cento più ricco. Nel decimo più povero delle famiglie italiane le cose vanno ben diversamente: in questo caso, circa il 70 per cento delle famiglie non detiene infatti nè attività finanziarie e neppure, per circa metà del gruppo, possiede attività reali; e quand’anche le detenesse, “i valori sono contenuti (in media pari a circa 1.500 e 2.500 euro, rispettivamente)”.

Inoltre, il dato si chiarisce ancora per quanto riguarda la distribuzione delle attività finanziarie, che è analoga a quella della ricchezza netta. “Il 30 per cento delle famiglie italiane con patrimonio netto più basso detiene solo circa il 4 per cento della ricchezza finanziaria complessiva (in media circa 4.000 euro a famiglia) – si legge nell’indagine di Bankitalia – il 30 per cento di quelle più abbienti ne possiede poco meno dell’80 per cento (in media circa 72.000 euro), di cui oltre metà riconducibile ai nuclei appartenenti al 5 per cento più ricco, che detengono in media circa 220.000 euro in attività finanziarie”.

Anche la composizione dei portafogli è molto differenziata: se le famiglie più povere detengono sostanzialmente depositi, nelle classi centrali di ricchezza netta cresce progressivamente la quota di titoli di Stato, obbligazioni private e investimenti gestiti (prevalentemente fondi comuni). A detenere azioni direttamente è il 20% più abbiente delle famiglie, che affidano anche la gestione di una parte cospicua delle loro attività finanziarie a operatori professionali. E anche per quanto riguarda la ricchezza finanziaria, fra il 2006 e il 2016 è valsa la legge della “concentrazione”: “la quota di attività finanziarie posseduta dalla metà delle famiglie con ricchezza netta più bassa è scesa di circa 5 punti percentuali, a poco meno dell’11 per cento; quella detenuta dal 10 per cento più abbiente è salita di quasi 5 punti, a poco meno del 53 per cento”. Quindi, meno famiglie detengono titoli di Stato, obbligazioni, azioni, fondi comuni e gestioni patrimoniali, mentre è aumentata, pur restando complessivamente contenuta, la quota di famiglie più abbienti che detengono titoli esteri.

Ma attenzione, l’indagine di Bankitalia racconta anche che “questi andamenti hanno tuttavia contribuito solo marginalmente alla maggiore concentrazione che ha invece riflesso prevalentemente la riduzione del valore complessivo dei portafogli detenuti dai quattro quinti delle famiglie meno abbienti e la crescita di quello detenuto dal 20 per cento più ricco”.

 

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