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Donne al potere, alle radici della misoginia Breaking news, Cultura

Firenze – Tra i numerosi libri saggi di Cesarina Casanova, ordinario di Storia moderna all’ Università di Bologna,  ce n’è uno che ha un titolo curioso “Regine per caso” esplicitato poi nel sottotitolo “Donne al governo in età moderna”. In questa intervista con la professoressa Casanova abbiamo tenuto questo titolo come incipit, per una conversazione che ci porta alle radici culturali della misoginia.

D. Perché “regine per caso” ?
R. Ho scelto questa formula (… per caso), sebbene alquanto abusata, perché volevo rendere evidente il paradosso di norme e di pregiudizi culturali che avrebbero dovuto sbarrare l’accesso al potere alle donne, che erano contraddette dalla presenza ricorrente di sovrane in area europea, a dispetto dell’idea che l’intervento sulla scena pubblica fosse prerogativa esclusivamente maschile.

D. La legge Salica che regolava la successione per linea maschile risale al VI secolo…Perché tornò in auge quasi mille anni dopo ?
R . Nel XVI secolo ci fu in Francia una recrudescenza della legge salica che stabiliva la successione solo in linea maschile con l’intento di stabilizzare la dinastia regnante trasmettendo il cognome insieme con la sovranità. Infatti, quando regnava una donna i figli venivano poi ad appartenere alla dinastia del marito. Comunque, in regine come Maria Teresa ma anche come Vittoria d’Inghilterra e Caterina II di Russia per citarne solo alcune, la sovranità si esprimeva in modo assai forte, carismatico. Maria Teresa e Caterina II si collocano, in maniera molto diversa, in un secolo di grandi dibattiti sul potere e sui diritti, che sarebbero sfociati nelle rivoluzioni americana e francese. Maria Teresa era l’unica erede di Carlo VI, e la sua posizione, costata una guerra lunga e sanguinosa, fu rafforzata da immagini che la ritraevano nelle vesti di buona moglie e prolifica madre, colta nell’intimità delle stanze private. Lo stesso avrebbe fatto un secolo dopo la regina Vittoria, ma con una differenza sostanziale: il suo amato Albert dovette adattarsi al ruolo di principe consorte, non inedito nei fatti ma per la prima volta istituzionalizzato.

Per quanto riguarda Caterina II di Russia, il suo potere non era derivato da un diritto dinastico interpretato al femminile – era tedesca – ma fu scelta a succedere al marito, lo zar Pietro III, contro il quale si erano sollevati la guardia imperiale e i circoli di corte, che lo avevano deposto e ucciso. La sua immagine ufficiale di donna forte, emancipata e colta, amica e protettrice di esponenti di primo piano dei dibattiti dei philosophes francesi, celava una spietata durezza, che non aveva bisogno di una figura maschile per imporsi come donna regnante.

D. E c’erano anche grandi feudatarie come Eleonora, potente signora d’Aquitania… .
R. Questa è una storia ancora più complessa, riferita a rapporti di forze diversi in tempi nei quali le donne erano più libere di giocare il proprio ruolo e di valutarne autonomamente le conseguenze. Le regine, le grandi feudatarie, le contesse e le duchesse medievali indossavano la corazza e combattevano sul campo. La forza militare non era una prerogativa maschile. Anche in Italia si possono ricordare le notissime e combattive Caterina Sforza, signora di Forlì e madre di Giovanni de’ Medici detto dalle Bande Nere, e molto prima Matilde, la grande contessa di Canossa.

D. Perché la leggenda nera colpisce soprattutto le donne e specialmente sui temi della sessualità ?
R. L’esclusione dalla sfera pubblica ha sempre avuto come presupposto la debolezza e l’inferiorità biologica femminile. Ne conseguivano fragilità e mancanza di raziocinio congeniti che nel migliore dei casi erano riscattati dalla funzione riproduttiva: solo le funzioni del corpo definivano i ruoli accessibili alle donne. Se una di esse si trovava nell’imprevista condizione di esercitare una funzione pubblica, i detrattori immancabilmente le attribuivano scarso raziocinio e sfrenatezza sessuale. Per le regine anche il giudizio sulle loro attitudini al governo si basava infatti, nel bene e nel male, sull’uso che si diceva facessero del loro corpo: un uso legittimo – l’ostentazione del pudore verginale (Elisabetta I) e l’inespugnabile castità vedovile – un uso esecrabile -l’irrefrenabile soggezione sessuale a perfidi manipolatori e usurpatori del potere.

D. Perché ci fu un particolare accanimento di vari storici francesi nei confronti di Caterina de’ Medici ?
R. Caterina, che aveva sposato Enrico II non riuscì mai del tutto ad integrarsi nell’entourage che gravitava attorno ai Valois, malgrado fosse apprezzata dal suocero Francesco I. Era stato proprio Francesco I a negoziare nel 1533 con il papa Clemente VII (Giulio de’ Medici) l’accordo matrimoniale fra il proprio figlio e la nipote del papa per rafforzarsi contro la minacciosa concentrazione di potere nelle mani dell’imperatore Carlo V d’Asburgo. Pur dotata riccamente e proveniente dalla più prestigiosa famiglia italiana, la giovane fiorentina appariva come una parvenu alle pretenziose dame francesi.
Ma poi, di fatto, alla morte di Enrico, i figli (anche quando ebbero raggiunto la maggiore età) le lasciarono la guida del regno. E’ questo che spiega l’accanimento contro di lei (avvelenatrice è l’epiteto riservato alle donne che vengono ritenute manipolatrici senza scrupoli), che non ne aveva alcun titolo ma che regnò di fatto per quasi quarant’anni. La definizione di Théodore Agrippa d’Aubigné divenuta emblematica della leggenda nera di Caterina de’ Medici (“Erynne envenimée”) è un tipico esempio di cultura misogina per la quale il Rinascimento attinge dal mondo classico e dalla cultura misogina medievale: “la donna al potere non può che essere uno scherzo di natura: strega, avvelenatrice, sessualmente sfrenata, incestuosa, eretica”.

D. Per Isabella di Castiglia si sa che il marito non accettava di buon grado un ruolo subordinato.
R. Il matrimonio tra Isabella e Ferdinando d’Aragona portò all’unione dei due regni di Castiglia e di Aragona, sostenuta da una politica bellicosa e spietata che portò alla cacciata degli arabi da Granada e all’espulsione degli ebrei. Tuttavia la coppia mantenne separati i propri diritti nei rispettivi stati. La Castiglia era più grande e più ricca dell’Aragona e il potere di Isabella rimase pari e virtualmente superiore a quello del marito. Gli assi ereditari si sarebbero unificati con i figli della coppia ma – ulteriore capriccio del destino – l’unica erede superstite fu una figlia, Giovanna.
La giovane donna venne data in moglie a Filippo il Bello figlio dell’imperatore Massimiliano d’Asburgo, ma ella difese fino alla morte il suo ruolo di regina sui juris. La morte del marito (bello ma fedifrago), gettò Giovanna in uno stato di prostrazione che rese facile farla passare alla storia come pazza. Fu il suo amato figlio Carlo a rinchiudere in un monastero remoto la madre, che non aveva mai accettato di controfirmare ledecisioni di stato che Carlo, suo malgrado, doveva sottoporle in quanto, appunto, regina.
Qui la donna fini effettivamente per impazzire per essere stata interdetta e tradita proprio dal figlio, che non cessò mai di amare.

Foto: particolare del ritratto di F. Clouet a Caterina de’ Medici, regina di Francia

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