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Donne in divisa: ruolo nuovo, via dalla logica delle “quote rosa” Società

Firenze – “La condivisione di esperienze, opportunità e difficoltà genera ricchezza e crescita. L’ingresso della donna in settori fino a qualche anno fa impensabili rende bene il senso di quanto i tempi stiano cambiando e quale occasione straordinaria esse rappresentino”. Così Marco Carraresi, membro dell’ufficio di presidenza del Consiglio regionale, ha aperto i lavori della seconda edizione del convegno nazionale “Esperienze con-divise”  che si è tenuto a Firenze   in palazzo Bastogi.

Organizzato con l’istituto di formazione Psagroup (Professional security accademy), il seminario rientra nell’ambito della giornata internazionale contro la violenza sulle donne ed è stato realizzato in partnership con il sindacato di polizia Sap e con l’adesione del centro studi internazionali dell’Università di Firenze. Alla base dell’iniziativa, dare risalto agli aspetti di vita quotidiana e alle problematiche che ogni donna è costretta a fronteggiare in ambito privato e sociale. “E’ un’occasione importante “– ha ricordato Carraresi – “perché il principio ispiratore è prendere consapevolezza del ruolo e dell’importanza della presenza femminile nelle forze armate e nei corpi di polizia” .

E Paolo Padoin, ex prefetto di Firenze,  moderatore del Convegno,  ha ricordato Rosa Oliva che nel 1960 lottò e vinse la battaglia contro le discriminazioni di genere nelle carriere pubbliche e con la sentenza n.33 della corte costituzionale aprì la strada di prefettura e diplomazia alle laureate italiane. Nel 1963 fu il turno della magistratura e nel 1999 fu la volta della carriera militare. Tra i tanti interventi che si sono succeduti, anche il contributo di donne impiegate in forze di altri paesi come Svezia, Spagna, Germania, Russia, Israele, Stati Uniti che hanno dato un senso ancora più particolare all’iniziativa.

Su questo tema abbiamo  intervistato Serena Lisi  dell’Università di Firenze  

Nella sua relazione ha  parlato dell’importanza della presenza  femminile nelle missioni internazionali di pace. Perché?
La questione della presenza femminile nei pubblici uffici, nelle Forze dell’Ordine, nelle Forze Armate e, quindi, anche in operazioni fuori area non attiene semplicemente alla sfera della political correctness e delle cosiddette equal opportunities. Si tratta di una questione di valorizzazione delle naturali differenze ed dell’impiego ottimale delle potenzialità di ciascun operatore: genere, etnia e cultura, infatti, devono rappresentare una ricchezza e non un ostacolo per il processo di pacificazione e stabilizzazione. In questo senso, si è mossa l’ONU con la Ris. 1325/2000 del Consiglio di Sicurezza, a proposito di “Donne, pace e sicurezza”. Anche in campo strategico si sono registrati gli stessi trend: la NATO, ad esempio,  afferma l’importanza del ruolo femminile sia nella risoluzione delle controversie (sia con misure diplomatiche che implicanti l’uso della forza, in quest’ultimo caso con speciale attenzione al principio di proporzionalità), che nel potenziamento della cooperazione tra organizzazioni regionali, internazionali e sovranazionali quali la NATO, l’ONU, l’Unione Europea, l’Unione Africana ed altre ancora. 

Quindi donne in divisa con  compiti operativi, al pari degli uomini. Una parità ormai raggiunta?
Se da una parte possiamo parlare di una parità raggiunta in molti Paesi, tra i quali quelli dell’Unione Europea, dall’altra ritengo che non raggiungeremo mai una vera  parità se continuiamo ad usare le cosiddette “quote rosa” come strumento politico, talora demagogico, anziché di sviluppo. Parità significa integrazione e valorizzazione delle differenze, interscambio, non livellamento ed imposizione di una artificiosa uguaglianza. Un conto è vestire la stessa uniforme (anche avente la stessa foggia), simbolo di appartenenza ad uno stesso corpo, ad una stessa organizzazione: ben diverso è negare forzatamente le naturali differenze. Esempio di uguaglianza nella diversità è il sacrificio di Maria Cristina Luinetti, Sottotenente del Corpo Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana, uccisa a colpi di pistola il 9 novembre 1993, a soli 24 anni, mentre prestava servizio presso il Poliambulatorio Italia di Mogadiscio: una ragazza mite ed animata da profonda fede e coraggio, che ben rappresenta le virtù delle donne in divisa celebrate in questo giorno. Altro esempio è quello del Cap. Silvia Guberti, ufficiale degli Alpini a capo del primo Female Engagement Team italiano in Afghanistan: anche in questo caso, una peculiarità nata per pacificare ed unire, finanche con l’uso della forza. 

Ha fatto riferimento  non solo a questioni di politica estera ma anche ad ogni  situazione di criticità anche di ordine pubblico “ interno”.
Il personale femminile è impiegato con successo anche in territorio nazionale: un esempio è l’operato delle Volontarie ed Infermiere Volontarie della Croce Rossa ,di diversi comitati locali, in iniziative di lotta alla prostituzione ed alla violenza. Un altro esempio importante è l’impiego di personale femminile dell’Esercito Italiano nella Missione Domino (12/10/2001-31/2006), nata all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle, allo scopo di sorvegliare e proteggere i punti sensibili di interesse nazionale  a norma dell’art. 18 della L.128/2001. 

Il contingente militare venne posto a disposizione dei Prefetti per un periodo iniziale di 6 mesi, con una successiva estensione delle attività fino al 2006. In questo caso, tra l’altro, contesto nazionale ed interno cominciano a non delinearsi più come nettamente separati, bensì a figurare animati da un continuo scambio, interdipendenti, come esplicato anche dall’allora Ministro degli Esteri (una donna!) Emma Bonino durante il Convegno 2013 della Società Italiana di Scienza della Politica (SISP).

Degna di nota è una considerazione sul contesto di politica interna italiana, che ha talora visto sorgere sotto-sistemi del tipo “stato nello Stato”, come nel caso delle associazioni a delinquere di stampo mafioso e affini: a questo proposito, è doveroso ricordare il sacrificio della giovane Emanuela Loi (1967-92), primo Agente donna  della Polizia di Stato caduta in servizio, deceduta nella strage di via D’Amelio dove persero la vita altri quattro suoi colleghi ed il giudice Paolo Borsellino. La giovane si sarebbe dovuta sposare di lì a pochi giorni. Sempre con la stessa ratio, è doveroso ricordare chi la divisa l’ha indossata per “procurata persona”: fulgido esempio è Rosaria Costa Schifani, moglie di Vito Schifani, agente della scorta di Giovanni Falcone, caduto in servizio con il Giudice, Francesca Morvillo ed altri due agenti nella strage di Capaci.

Foto: www.stemmipolizia.it

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