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Donne in politica: Toscana peggio del Ruanda Società

Ora blasonate come soluzione definitiva al problema delle pari opportunità, ora vituperate come strumento lesivo della meritocrazia, le quote rosa fanno sempre parlare di loro. In Italia, il 22% delle camere è rappresentato da membri di sesso femminile, una cifra che ha fatto richiedere da più parti e fa richiedere tutt'oggi meccanismi legislativi per diminuire – usando una parola di moda – lo “spread” di genere. Ci superano 22 paesi europei, a loro volta messi in riga dal sorprendente Ruanda, che vede il suo parlamento rappresentato per il 54,9% da donne (44 i seggi totali, dei quali 24 “garantiti” con quote).
E in Toscana? Anche la nostra regione non fa eccezione ed è surclassata a sua volta dal Ruanda. Il Consiglio regionale è composto da 9 donne su 55 membri (16,4%), una proporzione bassa che pur stacca di circa sei punti percentuali la media dei consigli regionali italiani.
Ma sono le quote rosa una via d'uscita concreta da questa impasse? Qualche risposta l'hanno provata a fornire politici ed esperti in materia durante il convegno “Quote rosa. Davvero pari opportunità?”, organizzato dal Fli al Palagio di Parte Guelfa a Firenze.
La senatrice di Fli Maria Ida Germontani confessa la sua personale “conversione”: «La mia posizione generale è cambiata. Tempo fa ero assolutamente contraria. Poi, dopo anni di partito e di vita parlamentare, oggi mi ritengo favorevole, seppur per un tempo limitato, ovvero finché non si arriva a regime».
Ma se è vero che, come ricorda l'assessore alla Pari opportunità del comune di Firenze Cristina Giachi, «le quote non sono un orizzonte ma uno strumento e il Pd ha deciso di fare 50 e 50 nelle sue giunte regionali», è vero anche che il partito di Bersani si trova davanti ad uno strano bivio in Toscana. «Come si fa a contestare la legge Calderoli a livello nazionale e a pensare che la legge elettorale toscana, di cui essa è madrina, possa andare bene così?», si chiede il coordinatore regionale di Fli in Toscana Angelo Pollina. La legge 270 del 2005, il famigerato “porcellum”, non prevede quote di genere, ma nelle tornate elettorali che essa ha disciplinato c'è stato comunque un aumento della presenza femminile nelle aule parlamentari. «Non credo sia merito esclusivo dei partiti», spiega la senatrice Pd Vittoria Franco, che alla luce dell'imminente decisione della Corte Costituzionale sul referendum elettorale e della congiunzione di questa con il governo tecnico del presidente Monti precisa: «delle leggi elettorali se ne deve occupare il Parlamento e non il Governo. Il Pd ha la sua proposta di 50 e 50 nelle liste elettorali. È più difficile farla approvare che per i consigli di amministrazione, ma noi ci proveremo comunque».
La Franco si riferisce alla legge approvata nel giugno scorso che prevede la partecipazione di almeno un quinto di donne ai cda delle aziende quotate in borsa nel 2012, per passare a un terzo nel 2015. Un provvedimento che ha riacceso il dibattito sulle quote di genere nelle liste di genere, ma sul quale non tutti sono d'accordo. Paolo Amato, senatore Pdl, attacca infatti il sistema delle quote sia in politica che in economia: «Penso che anche in politica avremo prima o poi un meccanismo del genere. Un meccanismo che a me però non convince. Sono contro le quote. Se sosteniamo il merito, che non ha sesso, le quote non devono esserci. Cos'ha a che fare con le pari opportunità una quota per le società quotate in borsa? Così vince la nomina, non il merito».
Con il senatore si schiera, neanche troppo velatamente, il moderatore del dibattito, il giornalista Francesco Colonna. Partendo dal presupposto che i tre ministeri assegnati da Monti a donne – Interno, Giustizia, Lavoro – siano di qualità superiore rispetto a quelli storicamente affidati a rappresentanti di genere femminile, il giornalista ha chiesto provocatoriamente «nessuna quota è applicabile esclusivamente per “peso” quantitativo. La società da sola sta andando verso l'inclusione delle donne. Quanto è giusto giurisprudenziare tutto questo?».
Una domanda che ha solleticato il “tecnico” di turno, il professor Carlo Fusaro dell'Università di Firenze, noto per essere cultore di materia elettorale ed esperto giurista. Soluzioni interessanti in materia di quote rosa, e di legge elettorale tout court, arrivano direttamente dal suo corso di laurea in Diritto Elettorale e Parlamentare. Fusaro – spiega ai cronisti – sta conducendo una particolare simulazione in aula, con la quale sono gli studenti in prima persona a progettare una nuova legge elettorale. Dopo averli suddivisi in “gruppi” politici e funzionari, questi hanno confrontato le loro singole proposte dando vita ad un testo base, destinato proprio in questi giorni ad essere approvato con modifiche ed emendamenti. «Si tratta di un sistema proporzionale con premio di maggioranza nel quale le piccole circoscrizioni portano come in Spagna ad un effetto maggioritario», rivela il docente, che prosegue: «Rispetto alle quote rosa, ai miei studenti sembrano piacere. L'idea che sta prendendo più piede, anche se non è ancora dato per certo, è la formula campana della doppia preferenza. Ovvero, la seconda preferenza che si dà deve indicare un candidato di genere diverso rispetto alla prima».
Punto di onore per gli studenti di Fusaro è stato quello, se non altro, di aver preso in considerazione il problema. Un problema per il quale molteplici sono le soluzioni, sia di carattere culturale che di carattere strettamente elettorale. In sistemi uninominali uno stesso partito potrebbe candidare “in coppia” due candidati di sesso differente, sommando i voti ottenuti dall'uno e dall'altra, assegnando il seggio a chi fra questi ha ottenuto più preferenze. Il dibattito è aperto e il tempo delle riforme sembra essere arrivato.


 

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