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Dopo Covid/ Brotini (Cgil): “La tecnologia non è mai neutra, necessarie nuove regole” Breaking news, Economia, Opinion leader

Firenze – Cominciamo oggi, con l’intervista all’esponente della Cgil toscana Maurizio Brotini, una serie di interventi che vorrebbero contribuire, dando la parola alle competenze della società italiana, a rendere più evidenti non solo i nuovi spunti di riflessione che la pandemia da coronavirus ha fatto emergere nella società occidentale e in particolare in quella italiana e toscana, ma anche le vere e proprie criticità e i rischi. Tre sole domande, ai nostri interlocutori, sempre uguali, per capire gli snodi, le difficoltà, le proposte, le possibilità e i rischi del ritorno in marcia della società civile.

D. Quale sarà il problema o i problemi più immediati che dovremo affrontare nella fase del dopo coronavirus?

R. Il problema immediato è la liquidità necessaria per evitare il collasso del sistema, in questo è decisivo il ruolo che vorranno svolgere i Governi e le istituzioni europee. Collasso che riguarda soprattutto i redditi di coloro che non hanno potuto lavorare e che non lavoreranno per la contrazione della base produttiva, alimentando una disoccupazione che rischia di arrivare a livelli insostenibili, mettendo a rischio anche la tenuta democratica. Siamo di fronte alla necessità di smontare i Trattati che costituzionalizzavano un modello di unificazione basato sul primato del mercato, dell’impresa privata e della concorrenza a favore di un assetto che rimetta al primo posto coesione sociale, stato sociale, economia mista e lotta alla disoccupazione. Vista la complessità politica e temporale per far questo, è necessario che la BCE funzioni come vera e propria Banca Centrale dell’Unione, continuando altresì ad acquistare sul mercato secondario i Titoli di Stato dei Paesi maggiormente esposti. La pandemia da covid19 insiste su un sistema già in forte crisi, che non aveva ancora recuperato il crollo del 2007/8: occorre archiviare una volta per tutte le politiche di austerità e la compressione di salari e diritti in una folle competizione internazionale basata sulle esportazioni. Il rilancio dei mercati interni, partendo dal soddisfacimento dei bisogni primari e collettivi – a partire dalla sanità- , deve essere il futuro. La traiettoria di sviluppo della Toscana deve considerare queste linee di tendenza: il modello basato su rendita immobiliare, turismo distorto e distorcente ed esportazioni va profondamente rivisto. Il turismo non tornerà quello di prima, indipendentemente dalle nostre scelte, questo ridurrà il valore della rendita immobiliare, che va riconvertita verso attività manifatturiere di qualità maggiormente autocentrate e locazioni per residenti. Occorre aumentare il perimetro pubblico, partendo dal numero dei dipendenti impiegati direttamente in sanità per arrivare a tutte le attività di manutenzione del territorio e dell’ambiente. Questo aumenta e stabilizza il reddito disponibile per il mercato interno, che può e deve vedere produzioni che accorcino le filiere produttive e del valore, non solo nel settore agroalimentare. La Toscana stava già entrando in recessione prima della pandemia e se Governo centrale e politiche regionali lasceranno al mercato ed all’impresa privata la ripartenza quello che ci aspetta è un calo del PIL dal 9 al 12% con una ulteriore perdita di ore di lavoro equivalenti a 130.000 unità lavorative a tempo pieno ed indeterminato.

Maurizio Brotini

D. Quale sarà il ruolo della tecnologia nella ripresa economico-sociale?

R. La tecnologia non è mai neutra: lavoro a distanza e smart working hanno visto una crescita che, seppur non a questi livelli, marcherà una forte discontinuità col passato, così come probabilmente l’utilizzazione delle stampanti 3D per riavvicinare fisicamente segmenti di ciclo produttivo precedentemente frantumati e dispersi a livello planetario. E’ necessario che il Governo predisponga un ambiente favorevole alla contrattazione sindacale legiferando a tal proposito, evitando quanto già accaduto per il part-time che da autonoma scelta del singolo lavoratore (soprattutto lavoratrice) non divenga una modalità da parte aziendale per ridurre i costi ed aumentare gli orari effettivi di lavoro. L’aumento del sapere scientifico, che si traduce in tecnologia all’interno dei cicli produttivi, deve andare di pari passo –  deve essere anzi preceduta –  da una netta riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, prevedendo altresì momenti sabbatici di formazione lungo tutto l’arco della vita quando si è occupati e non come adesso, sostanzialmente solo dopo che un lavoro si è perso. Occorre rilanciare la ricerca di base e la formazione, riqualificando il sistema di istruzione pubblico, liberando il sistema Universitario ed i Centri di Ricerca dalla subalternità alle imprese private. Il pubblico, il sapere pubblico e condiviso, sono la premessa sia delle scoperte scientifiche che di una rinnovata democrazia.

D. Cosa pensa del digital divide, che per qualcuno potrebbe mettere a rischio i sistemi democratici?

R. La differenza di accesso e di possesso delle conoscenze informatiche e della strumentazione necessaria per la loro utilizzazione hanno mostrato ed approfondito le differenze sociali e territoriali. Non tutti i nuclei familiari posseggono risorse informatiche e spazi fisici (nella propria abitazione) adeguati a questa accelerazione, a partire dalle esigenze scolastiche per arrivare a quelle lavorative. Il diritto alla connessione, con le conseguenti risorse pubbliche che devono esserci investite, si configura in effetti come un vero e proprio diritto di accesso alla conoscenza e quindi alla democrazia. Oltre al digital divide occorre segnalare i rischi delle applicazioni di tracciamento e di messa a disposizione di dati sensibili, a partire da quelli sanitari, nell’ampliamento e pervasività del cosiddetto capitalismo della sorveglianza. Uno sviluppo di una branca della psicologia sociale di matrice comportamentista che attraverso la profilazione di dati e conoscenze può essere utilizzato non solo per fini commerciali ma per prevedere e soprattutto indurre comportamenti di tipo elettorale.  Siamo di fronte ad un doppio rischio democratico: il rapporto tra cittadini come elettori ed i possessori non cittadini del debito pubblico rispetto alle scelte dei Governi e gli accentuati dislivelli di conoscenze e di potere tra gli stessi cittadini elettori.

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