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Dopo covid, Simone Fana: “Progresso tecnologico e cottimo, democrazia sotto scacco” Economia, Opinion leader

Firenze – Altra tappa di Stamptoscana per il dopo covid. Questa volta abbiamo posto tre domande sul day after al giovanissimo sociologo Simone Fana. Fana ha 36 anni, siciliano, laureato in Scienze Politiche all’Università di Perugia, si occupa di servizi per il lavoro e formazione professionale. Ha pubblicato nel 2019 Basta Salari da Fame, edito da LaTerza con Marta Fana. Nel 2018 ha pubblicato per la casa editrice Imprimatur, Tempo Rubato. Una rivoluzione possibile tra vita, lavoro e società. Fa parte della redazione di Jacobin Italia. Ha scritto per riviste e settimanali come Left, Internazionale, Sbilanciamoci.info, il Corsaro su tematiche legate al mercato del lavoro e alle relazioni industriali

D. Quale sarà il problema o i problemi più immediati che dovremo affrontare nella fase del dopo coronavirus?

R. Il problema immediato sarà il sostegno dei redditi di chi perderà il proprio posto di lavoro. Solo nel mese di Aprile, secondo i dati riportati dall’Inps, il numero delle ore di Cassa Integrazione supera quello dell’intero 2009, l’anno successivo alla grande crisi. La drammaticità di questo dato non spiega da solo la gravità della crisi economica che dovremo fronteggiare. Interi settori produttivi, mi riferisco in particolare al turismo e al suo indotto, non ripartiranno nei prossimi mesi, per una ripresa si dovrà aspettare qualche anno. Sono settori produttivi dove si è concentrato l’aumento dell’occupazione nell’ultimo decennio e che ha quindi una rilevanza particolare per la struttura occupazionale italiana e per la vita di milioni di famiglie. Accanto al sostegno al reddito è necessario pensare ad un grande piano occupazionale, che abbia come baricentro il settore pubblico. Il mercato, le imprese private non riusciranno ad assorbire l’aumento della disoccupazione e non sono intenzionate a creare posti di lavoro in una fase di recessione, solo lo Stato può farsi promotore di un programma diretto (attraverso assunzioni nella pianta organica dell’amministrazione pubblica) sia in forma indiretta con investimenti pubblici funzionali ad alimentare occupazione nei settori strategici: infrastrutture, edilizia sostenibile, integrazione tra ricerca e sviluppo tecnologico. L’Italia deve investire necessariamente per incrementare la dotazione di beni tecnologici e specializzarsi su settori a più alto valore aggiunto. Questo richiede un intervento permanente dello Stato, il privato da solo non lo farà.

D. Quale sarà il ruolo della tecnologia nella ripresa economico-sociale?

R. Dipende molto da chi governerà le innovazioni tecnologiche e dall’uso concreto che ne verrà fatto. Sostengo un’ovvietà, che dovrebbe essere ormai acquisita, la tecnologia non è un fenomeno neutro, soprattutto l’uso che viene fatto dello sviluppo tecnologico può favorire alcuni interessi e penalizzarne altri. Pensate a vari settori del mondo del lavoro, dai rider alle commesse dei supermercati, dai fattorini nelle catene della logistica ad alcune figure del mondo dell’informazione. Questi lavoratori sono integrati in processi lavorativi che si servono di potenti mezzi tecnologici, ma sono contemporaneamente sotto pagati. Si tratta quindi di una contraddizione enorme, che vede convivere vette altissime di progresso tecnologico con il ritorno del cottimo, che è uno schema retributivo dove si viene pagati sulla base dei pezzi che si producono piuttosto che delle ore lavorate. Modernità e sfruttamento vanno a braccetto. Per consentire che il progresso tecnologico porti con sé benefici per la maggioranza delle persone che lavorano sono necessari tre elementi. Il primo consiste nel dare potere ai lavoratori e alle lavoratrici nell’organizzazione del lavoro, ovvero nella determinazione dei turni, nelle scelte che riguardano gli investimenti delle imprese, nel controllo del processo lavorativo (quindi il tema della salute e della sicurezza). In secondo luogo è necessario introdurre un salario minimo orario, che consenta a chi lavora di non essere ricattato e quindi di avere una retribuzione che gli consenta di vivere dignitosamente. Terzo, che la politica economica torni ad essere un terreno di conflitto politico, in cui le organizzazioni che rappresentano i lavoratori possano contribuire a determinare le scelte fondamentali che riguardano il paese. La tecnologia lasciata al mercato o al potere unilaterale delle imprese provocherà solo danni per chi lavora.

D.  Cosa pensa del digital divide, che per qualcuno potrebbe mettere a rischio i sistemi democratici?

I rischi ci sono. E’ un problema che dipende moltissimo dal rapporto tra capitale economico e capitale culturale, che sono due dimensioni fondamentali nel determinare il livello di diseguaglianze economiche e di potere nella società contemporanea. I divari possono solo allargarsi in assenza di interventi di regolazione pubblica, che facilitino da un lato l’accesso a tutte quelle fasce di popolazione che sono escluse investendo su programmi di formazione permanente, e dall’altro interventi mirati a migliorare le infrastrutture materiali e immateriali su cui si diffondono le conoscenze. Qui la scuola e in generale il complesso del nostro sistema di formazione ha un ruolo nevralgico, che andrebbe valorizzato come accennavo prima anche con assunzioni straordinarie nella pubblica amministrazione. Si tratta di una dimensione che assume rilievo anche rispetto alle diseguaglianze territoriali, sia quelle che riguardano il dualismo Nord-Sud, sia il rapporto tra grandi centri urbani e periferie geografiche e sociali.

Non lo scopriamo oggi che il divario economico e culturale è un problema di tenuta democratica, perché riduce la fiducia dei cittadini nel ruolo della politica e delle istituzioni democratiche come terreno di miglioramento delle condizioni di vita delle persone. E’ un rischio che non possiamo assolutamente permetterci, specie in una fase come questa.

Foto: Simone Fana in un intervento a Firenze

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