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Dopo il referendum: il Pd può vincere solo se è unito Opinion leader

Pistoia – “Non sciupate il Pd.” Ricordo la raccomandazione di Walter Veltroni, costituente del Partito Democratico, che lanciò sul rischio di “scissioni dolorose che renderanno possibili pericolosi contraccolpi per il centrosinistra alle prossime amministrative”. Possiamo dire oggi che ci ha visto chiaro e lungo? Perché quanto accaduto a livello sia nazionale che locale è sotto gli occhi di tutti. E già alcuni Comuni sono ” andati”, persi. E poi il referendum, una occasione importante che nonostante sia stato votato da tutti in Parlamento ed in maggioranza quasi assoluta al Nazareno, ha diviso il partito, oltre l’Italia, mettendo in luce le sue contraddizioni.

E’ evidente, il No ha prevalso e la delusione è ancora cocente. Ma sarebbe tempo per fare accurata analisi sul “perchè” della sconfitta, sulle vere cause intendo, cause non derivate dal mancato apprezzamento della Riforma, ma di ben altro si tratta. Beninteso, a qualcuno, così come era, non andava giù, ” se fosse stata spacchettata sarebbe stata meglio”, dicevano, perché avremmo votato sicuramente molte dei punti in questione. Ma era intera la Riforma, prendere o lasciare. Dopo sei riletture e modifiche apportare, richieste da tutti, è approdata al popolo. Ed il popolo è sovrano, già deciso che fosse meglio rimanere così come siamo. Ma davvero è stata una scelta dettata dal non gradimento? Sappiamo ormai bene che dopo la sua eccessiva personalizzazione, la mira era quella di usare il referendum per disfarsi del Presidente del consiglio, con tutte le conseguenze che abbiamo visto.

Le prime accuse a questa riforma, guarda caso, sono arrivate proprio dal gruppo di minoranza, quello capitanato da BersaniSperanza -D’Alema, per intendersi, che già nella -tre giorni- di scuola di formazione a Perugia lanciarono strali contro il Segretario ed all’epoca Presidente del Consiglio Matteo Renzi. E già ai tempi lui stesso replicò loro in merito che : “Siamo percepiti come un luogo dove litighiamo tra di noi e non un luogo dove si organizza una battaglia di cambiamento per il Paese. E’ un nodo che dobbiamo affrontare e sciogliere perché sennò diventa un elemento di debolezza”. Ed ancora : “Nel momento in cui usciamo dai confini nazionali siamo considerati il governo e il partito più a sinistra d’Europa. Poi torniamo in Italia e si apre una discussione lunare su cosa siamo diventati..e cosa non dovevamo diventare.”

Ed anche Veltroni intervenne per l’occasione, ricordando che : “Senza il Pd, per come lo abbiamo immaginato e costruito, l’Italia è esposta al rischio che stanno correndo le democrazie occidentali. Se si dovesse sciupare il Pd – proseguì – ciò che vedo dopo è solo il baratro del dilagare di forme inimmaginabili di populismo. Se si divide, con scissioni o minacce di scissioni, si indebolisce un presidio fondamentale della stabilità, della possibilità di riforme e di cambiamento, di ancoraggio all’Europa”. Ecco, alla luce di ciò serve lanciare un appello, forte e chiaro: “Il Pd deve ritrovare il suo senso”, non si tratta più neppure di unità o meno all’interno, ma di progetto che non deve naufragare.

Lo chiedono in tanti, quei tanti che si sono mobilitati nelle piazze, ai banchetti, nei Circoli, nei dibattiti. C’è fermento, oggi più che mai, seppur in un silenzio assordante da impaurire. C’è chi ha creduto nella possibilità di un vero cambio di passo, e sta rivolgendo al segretario, anche attraverso i social, la volontà di ripartire, e sono già pronti a scendere nuovamente in campo per difendere e sostenere nuovamente il loro ideale di partito nel quale e per il quale hanno lottato.

Il Partito democratico, lo ricordiamo, è nato per unire, non per dividere. Una realtà politica che voleva racchiudere un`identità nuova, con la coscienza che le comunità umane possono esistere e convivere solo con la libertà individuale e collettiva, con la piena libertà delle idee e la libertà di intraprendere. Con la libertà intrecciata alla giustizia sociale e all`irrinunciabile tensione all`uguaglianza degli individui, che oggi vuol dire garanzia delle stesse opportunità per ognuno. Un partito dell`innovazione, del cambiamento realistico e radicale, della sfida ai conservatorismi, di destra e di sinistra, che paralizzano il nostro Paese. Il Partito democratico, quel partito che avrebbe potuto, attraverso la riforma, dare l`ultima spallata al muro che per troppo tempo ha resistito e che ha ostacolato il pieno riconoscimento della soggettività femminile nella decisione politica e nella vita del Paese.

Il riconoscimento della differenza di genere come elemento costitutivo di una democrazia moderna. Ricordiamo con nostalgia i 3 milioni e mezzo di persone che si recarono ai gazebo organizzati in tutta Italia per votare alle primarie. Alle elezioni successive, pur in una situazione politica terribile, ottenne più di dodici milioni di voti. Una cifra che resta il record assoluto del consenso ai democratici. Pochi mesi dopo, a un anno dalle primarie, ci ritrovammo al Circo Massimo per un progetto di fondo: dimostrare che non era vero che la sinistra potesse solo avere, in questo paese, un profilo minoritario e che l`unico compito che dovesse assegnarsi era trovare alleanze spurie e improbabili pur di governare, a scapito della reale praticabilità di un progetto riformista di radicale cambiamento della società italiana.

Era quella che si chiamava “vocazione maggioritaria”, senza la quale il Pd non aveva e non ha senso. Mettemmo delle radici buone e solide, pur in una stagione arida. Nel corso di questi anni prima con Dario Franceschini, poi con Pier Luigi Bersani, ed infine, con Matteo Renzi, che all`ispirazione di quella nascita ha fatto più esplicito riferimento, la pianta del riformismo democratico in Italia è cresciuta. Davvero oggi il Pd è un partito di “una testa, un voto” dell’epoca di veltroniana memoria? In molti si sono allontanati e la logica dei gruppi ha finito con l`inficiare la vita del partito, col renderla asfittica, col sottrarle la meraviglia della discussione libera, della selezione su base di merito dei gruppi dirigenti.

Si deve far vivere il protagonismo dei circoli e dei loro militanti, che bisogna ascoltare e rendere liberi di potersi esprimere, per poi fare sintesi. Il riformismo italiano è oggi di fronte a una prova carica di responsabilità ma anche di ottime, seppur faticose, possibilità. Ma per questo è d’obbligo l’apertura, l’inclusione, la maturità politica. Deve poter riuscire a smontare le casematte dietro le quali si possono nascondere anche usi spregiudicati del potere, specie ( e soprattutto) a livello locale, dove si avverte realmente la distanza. Quello che fondammo anni fa, tutti insieme, era l’idea di un grande partito riformista. Partito, come comunità aperta che discute e decide liberamente. Riformista, soggetto della modernizzazione e della giustizia sociale inedito, in un paese che spesso ha scisso questi due termini. Partito e riformista.

E piano piano ci stiamo avviando alla resa dei conti. E quel che oggi, in questo tempo, occorre davvero è una seria e concreta analisi di cosa deve o vuole diventare questo Pd, perché ciò che è lo abbiamo sotto gli occhi. Da tempo si vive, un po’ tutti diciamolo, questa guerra intestina che poco ci rappresenta e che a poco porta se non alla autodistruzione. L’ascesa di un leader come Matteo Renzi ha generato sicuramente una scossa ad una politica stagnante di decenni che stava perdendo colpi. Forse a qualcuno andava bene così come era, ma a molti no, ed il segnale forte e deciso lo hanno dato proprio ad un giovane con idee social democratiche di stampo blairiano, che ha presentato il cambiamento denunciando a viva voce la necessità di riformare il paese. Inutile dire, perché già più volte lo abbiamo esternato nelle varie sedi e nelle occasioni di confronto, che ciò era riuscito solo in parte e solo a livello governativo, se pur con mille difficoltà.  A livello locale, diciamolo pure,  siamo alle baruffe chioggiotte e la parola “democrazia”, spesso abusata, serve molto a riempire la bocca di qualcuno che ne fa erroneamente e falsamente baluardo personale.

Un Partito “dicasi” democratico deve essere aperto al confronto, deve tenere, obbligatoriamente, conto dei pensieri diversi all’interno, ciò non significa che debba prevalere l’uno o l’altro, ma che una volta raggiunta una proposta scaturita dal dibattito interno, la maggioranza decida. E ci si dovrebbe unire per poter portare avanti ” quella” decisone.

Oggi vediamo nella scena politica un Pd con una opposizione che è più interna che esterna. Questo non fa bene al Pd, questo non fa bene sopratutto perché il Pd è ancora ( ma non sappiamo certo per quanto lo sia) il primo partito italiano. Possibile non comprendere che perseverare con le chiusure e continuare a dividersi può solo portare all’avanzata sempre più pericolosa di un Salvini e di un Grillo, che non perdono certo tempo ad inserirsi nelle falle create dalle guerre intestine?Come potrebbero continuare a fidarsi gli elettori di chi, pur essendo dello stesso partito, danneggia il compagno accanto con l’intento di indebolire la sua figura solo perché appartenente ad un’area diversa?

Sui social, ogni giorno, si leggono accuse ed attacchi di ogni tipo. Gratuiti. Perché al di là dello “sfogatoio” quale un social è, l’immagine che esce non è certo costruttiva. Se venissero usate le stesse forze per proporre e costruire anziché puntare il dito per cercare di conservare quel ” giardinetto”, che mano a mano qualcuno pensa potrebbe venire a mancare, sarebbe di gran lunga più utile. Ed è proprio sotto i colpi delle «marchette politiche» e delle faide interne che rischia di implodere anche il Pd pistoiese. Perchè è vero, i ” renziani” vengono mal digeriti, anzi spesso esclusi volutamente da tutto. Oggi gli viene addossata pure la sconfitta, senza sapere che non è la loro sconfitta, bensì quella di un progetto, di una idea di modernità che non è stata compresa a fondo. Sta qui il vero senso del cambiamento, si dovrebbe giudicare obiettivamente e non per logiche correntizie.

Si dovrebbe poter scegliere la classe dirigente per meriti, competenze e non per legami e convenienze. Invece che si fa? Si chiude il confronto e si blinda la roccaforte, quasi a difesa di ideologie che si sentono minacciate. Nelle nostre realtà locali si respira questo grande immobilismo e la poca lungimiranza, un dibattito interno inesistente e riservato ai pochi intimi. È questo il Pd che vogliamo? Direi di no. Un Pd nato da varie espressioni, una “fusione a freddo” come si usa spesso dire, ma che può finalmente trovare quella sintesi indispensabile per poter continuare nella direzione giusta.

Lo scenario a cui stiamo assistendo a livello nazionale, con esponenti dissidenti che sono più opposizione dell’opposizione, è inquietante. Ed a caduta naturale, nei territori, la musica non cambia. Se provassimo a superare quella barriera del ” noi ” e ” voi” e riuscissimo con maturità a capire che le differenze ideologiche rappresentano un valore ed una opportunità faremo davvero quel passo avanti necessario per dare risposte concrete. Ma solo trovando unità si vince, non divisi. Così facendo si lascia spazio ad altri e spero di cuore che, per la politica in cui crediamo e soprattutto per il nostro territorio che presto andrà ad elezioni, ciò non venga permesso.

Il Pd ha ancora i numeri per governare, ha capacità ma occorre ripartire dall’ascolto e dal confronto dei Circoli, anche quelli on line che rappresentano l’innovazione politica. Ripartire allora dalla base, dalla gente e dalle loro riflessioni, spesso inascoltate. Ma è chiaro che quel traguardo si raggiunge se si ricostruisce una unità di intenti vera. Un prossimo futuro con l’asse Salvini-Berlusconi-Grillo è davvero inquietante, non possiamo permetterlo, ma si può andare avanti soltanto a condizione che ci sia una nuova capacità del Pd, a differenza di quello che è avvenuto negli ultimi mesi.

Vorrei, a livello locale, dirigenti di partito che puntano più all’azione politica nel mettere all’angolo l’opposizione, più che ad affondare la “minaccia” renziana. Ed a chiusura vorrei ricordare l’appello di Debora Serracchiani, un monito lanciato alla minoranza in occasione della campagna referendaria: «Si può anche mandare a casa questo governo ma bisogna avere chiaro in testa che l’alternativa si chiama Salvini e Grillo e accettare questo rischio. Chiedo a tutto il Pd, minoranza compresa, di respingere questo rischio. Il Partito democratico ha tutti i numeri per cambiare questo paese ma dobbiamo avere la capacità di trovare un senso». Questo può accadere anche dalle nostre parti. E non ci saranno né vincitori né vinti ma solo una ennesima dolorosa conta di morti, noi tutti.

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