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Dopo il Tottenham: Sousa, l’ultimo dei Mohicani Opinion leader

Firenze – Molto spesso si sente dire (e lo ha detto appena venuto in Italia anche Sousa) che il calcio italiano ha da fare ancora per arrivare ai livelli del calcio europeo. Si sta entrando nella fase calda delle coppe internazionali e dei vari campionati e vien da riflettere sul tema. Cosa abbiamo visto, in questi giorni di grandi scontri al vertice nei vari campionati e di eliminatorie nelle coppe? Un calcio “europeo”?

A essere onesti, abbiamo visto il solito calcio spagnolo travolgente e spettacolare; un calcio tedesco sempre più tatticamente sofisticato e vincente; un calcio inglese sempre più “isolano” e perdente (questa volta lo United ha trovato il modo di perdere anche da degli impronunciabili danesi!).

Il calcio italiano, è vero, mostra di essere tecnicamente modesto e poco competitivo, ma mi pongo il problema di che cosa possa voler dire per noi adeguarsi “al calcio europeo”. Anche perché si verifica uno strano fenomeno nella conduzione tecnico-tattica delle grandi squadre a tutte le latitudini: i tecnici italiani, quelli di scuola Coverciano, sono i più gettonati.

In Inghilterra, comanda Ranieri; in Spagna, il Real, dopo Ancelotti che vinceva tutto, non vince più nulla; il Bayern si accinge a sostituire quello che sicuramente è il grande “innovatore” del momento, Bep Guardiola, con Ancelotti; e poi ci sono i Simeone, i Blanc, e i tanti altri di scuola italiana che vanno a succedere ai Mancini, ai Capello, agli Spalletti ai vertici del calcio europeo. Taccio degli Zaccheroni o dei Lippi che sono andati di recente a insegnare tattica in Asia, perché il nostro tema è oggi il grande calcio europeo.

Ma, parlando di tecnici, non possiamo non osservare anche un altro movimento, parallelo e inverso rispetto a quello cui accennavo sopra: tutti i tecnici stranieri importati in Italia con l’intento di svecchiare e internazionalizzare il nostro calcio falliscono miseramente. In questi mesi è successo a Benitez e Garcia, prima di loro a Luis Enrique, Zeman, Petkovic; ed è successo praticamente a tutti coloro che sono venuti in Italia a “educare” il nostro calcio a moduli offensivi e soprattutto concepiti con intransigenza didattica al limite dell’ossessivo: in sostanza, tutti questi allenatori si sono bruciati per la loro ostinazione a voler “convertire” il calcio italiano a un’idea (e a un'”idea fissa”, avrebbero detto gli psichiatri della Salpetrière!) di calcio diverso.

Avete capito dove voglio venire a parare. Il nostro Sousa è l’ultimo dei Mohicani. In Italia resta lui a volerci cambiare. E qual è il calcio europeo cui si ispira? Naturalmente quello meno esportabile e più internazionalmente perdente, a dispetto della sua faraonica ricchezza e dei tanti campioni di cui fa ogni anno aggiotaggio: e cioè il calcio inglese.

Nel calcio inglese, praticamente tutte le squadre giocano il 4-2-3-1 di Sousa (fatta eccezione, ovviamente, per Ranieri, e per i neo arrivati in Premier Guidolin e Klopp). Qual è la peculiarità di questo gioco, al netto delle varianti che se ne possono proporre (i tre dietro l’attaccante possono essere tre trequartisti, oppure due ali e una mezzala, e lo stesso “centravanti” può essere, come preferisce per esempio il nostro Spalletti, un “finto” centravanti alla Totti o alla Perotti)? La peculiarità sono i due mediani a centrocampo senza un centrale. Che siano Yaya Touré e Fernando, Bellerin e Ramsey, Dier e Dembelé, Schneiderlin e Fellaini, Matic e Obi Mikel, comunque sono mediani: in genere forti fisicamente e veloci, adatti a recuperare palla e a portarla di corsa, e più di tutto a fare un lavoro sporco, di fatica, di “traghettamento” rapido del gioco dalla difesa alla trequarti, dove in genere fior di campioni (“numeri dieci” o ali velocissime) ci pensano loro a “inventare” soluzioni, a imbucare, a crossare, a tirare da fuori ecc.

È indubbiamente un gioco spettacolare e offensivo (diciamocelo sinceramente: sui canali TV, si preferisce tutti vedere Arsenal-Chelsea, piuttosto che Eintracht-Schalcke04, o anche piuttosto che Bologna-Juventus!), ed è il calcio che gli inglesi vogliono veder giocare e per il quale riempiono gli stadi. Un’altra caratteristica che quel modulo ha è che, aprendo spazi (quasi voragini!) a centrocampo e facendo velocemente transitare la palla in zona d’attacco, tenendo quasi costantemente almeno quattro uomini davanti alla linea del pallone, non dà tempo a ostruzionismi e a “condense” a centrocampo.

La palla corre e le azioni si susseguono in un cavalleresco “ora tocca a me e poi tocca a te in ripartenza!”; comunque quasi sempre lasciando la difesa (e il contrasto a centrocampo) all’uno contro uno. Ovviamente ci sono tecnici, come Spalletti, forse il vero grande interprete di questo gioco, che lo fanno diventare di partita in partita un gioco diverso e molto più complicato tatticamente (non sarà sfuggito a nessuno il marcamento a uomo su Modric fatto fare a Nainggolan, uno dei “trequartisti”, per tutta la partita contro il Real di martedi’).

Invece ci sono tecnici come Sousa che lo fanno giocare sempre scolasticamente nello stesso modo, sia che si giochi contro il Tottenham sia che si giochi (lo vedrete!) contro l’Atalanta, che non cambiano una virgola in nessun caso, neanche in corso di partita, e che penalizzano e escludono tutti i giocatori (da Suarez e ormai anche a Mati) che non si dimostrano adatti a giocarlo, anche se gli esclusi sono giocatori che valgono, tecnicamente e patrimonialmente, assai di più di quelli considerati “adatti” (il mercato stesso ha stabilito le differenze tra un Suarez e un Tino Costa!).

Ho detto e ripeto che a Sousa della Fiorentina gliene importa molto meno che della sua carriera. Andrà a allenare in Inghilterra, con uno stipendio triplicato e con la garanzia di piacere, lasciandosi alle spalle macerie che tanto anche i DV avevano “progettato” quando hanno fatto le loro scelte. Perché non si dichiara con una inappellabile sentenza che “un ciclo è finito” quando la squadra è nel pieno della sua ascesa e della sua forma; non ci si avventura esoticamente in un calcio che in Italia non si giocherà mai (vedi la recente esperienza di Benitez) e che comunque, anche quando avesse raggiunto un qualche risultato esteticamente apprezzabile (quel risultato che almeno Benitez aveva conseguito, ma che al momento a Firenze non si intravede neppure) sarà in Italia sempre perdente. E se invece lo si fa, lo si fa perché non si vuole vincere.

E guarda destino! L’altra sera la Fiorentina finalmente si è misurata contro una squadra speculare, il Tottenham. Come se si fosse in Premier League! Il giudizio sull’esito del confronto non può che essere parziale, perché a tutt’e due le squadre mancavano molti titolari (il Tottenham ci ha graziato dell’intero centrocampo e di metà attacco, Kane compreso).

Comunque non possiamo gioire, né del gioco, che pure ci hanno lasciato giocare senza contromisure e senza ostruzioni, né del risultato. Mentre esattamente un anno fa si consumava al Franchi la stessa partita, con un gioco ispirato a altre latitudini europee (si diceva che quello della Fiorentina era più “spagnolo”; sicuramente più consono alle caratteristiche dei giocatori – che ci sono anche quest’anno – e senz’altro meno monomaniacale). La Fiorentina un anno fa vinse 2-0 e in tribuna, al Franchi, c’erano 14.000 spettatori in più. Scusate, ma io mi ostino a rimpiangere.

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