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Dopo la pandemia: verso una società del post-capitalismo Opinion leader

Reggio Emilia – C’è qualche speranza che, passata la pandemia, nel sentire delle persone qualcosa cambierà. Possibilmente in meglio:  che aumenti la fiducia nelle istituzioni europee; che venga riconosciuto il ruolo dello stato nell’aiutare i più deboli; che venga apprezzato l’aumento del lavoro a distanza; che ci si renda conto dell’importanza della sanità pubblica; che cresca la fiducia nella scienza.

D’altra parte, La pandemia ha evidenziato alcuni aspetti critici nelle strutture della società capitalistica attuale. Di conseguenza anche qualcosa di più radicale potrebbe cambiare  nella società in generale, nell’economia, nella politica.

E ’evidente che l’egoismo individuale come motore del benessere globale, ossia la smithiana “Mano invisibile” del mercato, mostra vistose crepe: il mercato è capace di creare povertà anche nell’abbondanza. Il neoliberismo ha distrutto ogni freno all’avidità, L’individualismo ha sostituito  la solidarietà. Inoltre, la crisi della nostra società non riguarda solo le strutture economiche, ma colpisce ideologia, politica, morale, aspetti militari,  rapporto con l’ambiente.

Lo spunto per imporre una svolta può essere la constatazione che, nell’imperversare della pandemia, i ricchi si sono arricchiti ancor più e i poveri hanno attraversato difficoltà ancora maggiori, al limite da sfiorare la sopravvivenza fisica in mancanza di interventi caritatevoli.

Gli stessi grandi capitalisti si erano già resi conto che esiste un nesso tra l’aumento delle diseguaglianze economiche e la ribellione  della folla di persone che del capitalismo hanno visto solo il volto più duro (Financial Times, agosto 2019). Sul Time del 19 ottobre leggiamo:

Washington’s economic recovery strategy  has disproportionately helped the rich, amplifying the national’s existing wealth gap. While workers … have lost their jobs, the stock market  continued to perform well … While American billionaires saw their wealth skyrocket  by $282 billion from mid-March to mid April,  … more than 22 million Americans lost their jobs …

In Italia la situazione è analoga. Molti altri sintomi sparsi indicano che qualcosa di profondo non va nell’attuale struttura sociale. Indichiamone alcuni.

Secondo il Fondo monetario internazionale, grazie all’elusione fiscale ogni anno svaniscono oltre 450 miliardi di dollari, dovuti dai ricchi e dalle grandi società ai loro governi.
Mentre la pandemia gradualmente si estinguerà, l’effetto serra accentuerà la sua nefasta azione. nonostante che negli ultimi tempi  la coscienza della gravità del problema  sia ampliata.

Secondo il Centers for Disease Control and Prevention nel 2017 i morti per armi da fuoco sono stati 39.773; di questi, più della metà sono stati suicidi (23.854), mentre gli omicidi sono stati 14.542. Nel periodo 1999-2017 sono morte per armi da fuoco 612.310 persone. In alcune città i genitori mandano a scuola i bambini con il giubbotto antiproiettile!

Le spese militari globali, Secondo il Centers for Disease Control and Prevention, hanno sfiorato i 2.000 miliardi di dollari nel 2019, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri). Le grandi potenze hanno tuttora in corso progetti per rendere più efficaci gli armamenti nei loro arsenali. Il Mediterraneo è tomba di migliaia di persone che fuggono da guerre e carestie e non trovano sufficiente accoglienza negli stati della ricca Europa.

Le elezioni sono la base della democrazia, ma i candidati non competono su basi uguali; chi dispone di somme maggiori accresce le sue probabilità di vincere – ancche se a volte comunque perde. Donald Trump e un candidato democratico  hanno investito circa 10 milioni di euro ciascuno per essere presenti con uno spot all’interno del Super Bowl del 2 febbraio.

La provenienza di questo fiume di denaro  rivela molto sui rapporti di interdipendenza tra politica ed economia americane. Di fronte a tali criticità del nostro sistema – e l’’elenco potrebbe essere arricchito – sarebbe necessario intervenire in modo incisivo.

Alcuni economisti, non solo i nostalgici del marxismo, si domandano se anche le strutture economiche di base delle nostre società capitalistiche avanzate, società del profitto e del mercato, non possano andare incontro a una profonda revisione, se non si debba passare a un nuovo tipo di organizzazione economica e sociale.

Siamo coscienti che, come diceva  John Maynard Keynes, “Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non produce i beni necessari. In breve, non ci piace e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi.”

Non a caso lo storico Donald Sasson, alla domanda se  assisteremo alla fine della globalizzazione e del capitalismo risponde: “Non penso. La fine del capitalismo vorrebbe dire che ci sono delle alternative, e in questo momento non è così.”

La società, liberata dall’ossessione del profitto e dalle logiche irrazionali del mercato, dovrebbe indirizzare il proprio sviluppo verso forme di produzione e di consumo in grado di garantire a tutti parità di diritti e un livello di vita dignitoso. Certo la strada non dovrebbe essere cercata in una società la cui economia sia impostata sulla pianificazione dall’alto e sull’assenza del mercato; questa strada ha contribuito al collasso dell’Unione Sovietica. Un vincolo essenziale nell’eventuale profondo cambiamento sarebbe, in ogni caso, il contrasto all’aggravamento del clima terrestre.

Auguriamoci che economisti e politici illuminati e coraggiosi abbiano la voglia di affrontare il problema e di delineare le strutture di un post-capitalismo. Un esempio interessante lo dà Thomas Piketty, con la sua proposta di un “socialismo partecipativo”.

Più oltre non mi spingo. Ho vissuto e lavorato in un ambiente scientifico dove dominano le cartesiane “idee chiare e distinte”, dove le teorie sono condivise e le previsioni sono confermate o scartate sulla base dei risultati sperimentali. In campo economico e sociale la situazione è ben diversa e più difficile.

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