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Dopo Napoli: con quei tre a centrocampo viola formidabili Opinion leader

Firenze – Così si gioca al calcio a Firenze. Così si giocava, e si vinceva, gli anni scorsi, così dobbiamo tornare a giocare senza più tentennamenti e esperimenti. In questi giorni abbiamo avuto riprove indirette. Lo Swansea di Guidolin e Paloschi, squadra di bassa classifica in Premier ma una delle poche che non giocano il 4-2-3-1 canonico delle inglesi, è riuscita a tenere in scacco quel Tottenham che ci ha surclassati pochi giorni prima facendo densità a centrocampo.

Forse Sousa quella partita l’ha vista, ha riflettuto, e ha concluso quello che io sostengo da tempo: che in Italia si deve giocare con il centrale di centrocampo e i mediani allineati. È il centrale che dà gli equilibri, è lui che detta i tempi, è lui che aiuta la difesa e che si mette sulle linee di passaggio e soccorre i due mediani quando la squadra non è in possesso palla. Giocando così, ovviamente sono di più i giocatori dietro la linea del pallone e la squadra è più corta e ha meno spazi dove andare.

Ma quando si ha la fortuna di avere centrocampisti con le qualità tecniche della Viola, che sanno mettere la squadra in superiorità numerica quando vogliono, è un delitto giocare di corsa e di rincorsa negli spazi. Sono gli altri a doverci rincorrere e a doverci intercettare. Ma non credo ce ne siano molte di squadre in Europa che contro Borja, Mati, Vecino e Badelj, finalmente centrale a far valere il suo straordinario senso della posizione, sappiano contrastare tanta qualità. Siamo stati grandi! Finalmente all’insegna di un sano realismo.

Le buone notizie della serata di ieri non finiscono con il gioco ritrovato. C’è Tatarosanu, che tra i pali è veramente un campione, freddo e tempista come pochi. C’è una difesa che concede pochissimo, a parte i soliti eccessi di confidenza, uno dei quali pagato molto caro. E c’è un Tello che stasera sembrava (il figlio fresco di) Joaquin. E Mati! Non ho ragione ad adontarmi per averlo visto in campo soltanto dal girone di ritorno in poi? E non mi dite che prima non era in forma.

Prima, semplicemente, non sapeva giocare quel gioco verticale in velocità, come non lo sapeva giocare Suarez (che non vorrei ora si rimpiangesse, perché questo centrocampo è quello dell’Atletico, in cui lui è sempre stato padrone). Ma la cosa che mi ha sorpreso più favorevolmente è la condizione psicofisica della squadra. Devo dire che non l’avevo mai vista, gli anni scorsi, giocare a questi livelli e a questi ritmi, quando spesso il gioco era davvero troppo compassato e prevedibile, talvolta anche insicuro.

Ieri sera è stato un gioco bellissimo, sfrontato, davvero “europeo”. Ed è l’ora di finirla coi giochi di parole. Tutti sono calci europei, e il più europeo di tutti è quello che vince. Dicevo prima dello Swansea di Guidolin. Ho detto e ridetto del Leicester di Ranieri. Potrei dire dell’ennesimo sgambetto dell’Atletico Madrid, la più italiana delle squadre europee, in casa del Real. E non è un caso che domenica in finale della Coppa di Lega inglese ci fosse il Liverpool di Klopp (anche lui teorico di un gioco anti-inglese) che imbrigliato i miliardari del City fino ai rigori.

Basta con il 4-2-3-1! Ti prego, Sousa. Non lo gioca più nessuno in Europa. Lo giocano solo in Inghilterra dove però perdono dalle squadre all’italiana per poi perdere dalle altre europee nelle coppe. Noi, in Italia, non abbiamo bisogno di ispirarci a nessuno. Bisogna semmai acquisire la duttilità per giocare molte partite in modo diverso, per essere meno prevedibili e più abili a non mostrare i difetti che via via gli avversari ci scoprono.

È la cosa semplice semplice che ha fatto Spalletti a Roma. Spalletti è il tecnico che ha inventato il 4-2-3-1, e lo ha riproposto anche quest’anno per il dopo Garcia; ma cambiando modulo anche durante la partita, e soprattutto giocando senza punti di riferimento in avanti, col “finto” centravanti (una volta era Toitti, ora è Perotti) che ti ritrovi ad accorciare la squadra anche davanti alla difesa. E se c’è in campo Dzeko, Spalletti è capace di cambiar tutto e di passare al più classico dei 4-4-2.

Spalletti ha vinto le ultime sei partite, ripeto, cambiando continuamente giocatori e schemi. Io non ho mai capito perché Sousa dicesse, e lo ha detto più volte, che per cambiare schema ci vuole tempo. Solo a lui, forse. Perché agli altri, da Spalletti, a Allegri, a Conte, tutto questo tempo non ci vuole. E ora che se non altro la Fiorentina ha ritrovato un gioco che sa giocare a memoria da anni, almeno approfittiamo di quello: i giocatori della Fiorentina non hanno da imparare nulla, e forse hanno da insegnare qualcosa che già sanno! Sentite cosa dice Sarri a fine partita: la Fiorentina è la squadra tecnicamente più forte del campionato! Non sperperiamo questo valore in nome di velleitarie utopie tattiche!

Se ora c’è da studiare qualcosa, è all’attacco. Quello dell’attacco è stato, per varie ragioni, il problema anche di Montella. Ora che abbiamo paradossalmente più soluzioni offensive, con Tello, Berna, Zarate, Ilicic e con un Babacar che potrebbe ritrovare, con il gioco, anche la fiducia dei bei tempi, è doveroso perfezionare i movimenti intorno a un insostituibile Kalinic. Sono proprio curioso di vedere venerdì a Roma cosa succederà. Non dimenticandoci che possiamo anche avvicendare un più difensivo 3-5-2. Purché nel mezzo ci siano quei tre: Vecino-Badelj-Borja, il centrocampo più tecnico e completo del campionato. Da cui ricominciare…da tre!

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