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Dopo Palermo: il gioco ideale è solo nella mente di Sousa Opinion leader

Firenze – Sollecitato dalle domande di Bergomi & C su Sky, Sousa ieri sera a fine partita si è per una volta sbilanciato spiegando le sue scelte tattiche. Ha confermato, e con convinzione, quello che da tempo tutti vediamo a occhio nudo: lui “vuole vincere” (cioè, fuor di metafora, vuol giocare all’attacco), e cerca la vittoria attraverso l’ampiezza, gli spazi, la velocità.

Ha ammesso che, giocando come predica lui, con la squadra poco equilibrata (lo ha ammesso) e quattro giocatori costantemente davanti alla linea del pallone, bisognerebbe concludere le azioni che si cominciano, perché c’è il rischio di subire le ripartenze di avversari in superiorità numerica. Cosa che infatti regolarmente accade, contro chiunque. Ha aggiunto anche che il possesso palla conta poco, e se conta conta solo quando la squadra si vuole difendere (frecciatina al vecchio gioco di Montella), mentre invece contano le “transizioni” (pronunciato dall’ineffabile Sousa con tre o quattro zeta).

Ci hanno spiegato in TV, perché Mauro confessava candidamente di non aver capito, che il tempo di transizione è quello che passa da quando perdi palla a quando la recuperi (!?). Sousa ritiene che sia quello importante, non il possesso. A questo punto però è mancata la domanda cruciale e che poteva davvero illuminarci una volta per tutte sullo stato mentale del tecnico: ma come vanno alla Fiorentina, da un anno e mezzo in qua, questi tempi di transizione? Perché, con questo gran gioco d’attacco, di furia nei recuperi e nel pressing alto, di dispendio in corse e rincorse, la  Fiorentina conclude le azioni molto meno di quando teneva palla e la mandava “noiosamente” in orizzontale?

E infine: si è chiesto Sousa se per caso anche le transizioni non contino esattamente come il possesso palla, e cioè contino solo se sortiscono gli effetti sperati? E cosa dice della partita giocata ieri sera contro una squadra da lega semipro, venuta a Firenze con tre titolari squalificati (Goldaniga, Gonzalez e Diamanti) e senza altri cinque (sic!) infortunati, dopo aver giocato i supplementari in Coppa Italia tre giorni prima, e stranita dall’ennesimo cambio di allenatore? Non vorrei che Sousa ripetesse (e, per pudore, non l’ha fatto) che la squadra “è in crescita” e che però ci vuole lavoro, credere, obbedire ecc. ecc.

Ma tranquillizziamo Mauro. Non è che Sousa ci abbia rivelato chissacché di nuovo con le sue “ztranzizzioni”. Ha dato solo parole, confuse e come sempre oracolari, a concetti noti a tutti, perché le alternative di cui parla rappresentano in sostanza due scuole (una “spagnola” e una “inglese”) che esistono e si confrontano da anni, con in mezzo la scuola “italiana” (e ora con una emergente grande scuola “tedesca” di ispirazione “guardioliana”). Ma anche questa è un’approssimazione bell’e buona; perché fa torto a tutti quei tecnici eclettici e davvero “moderni” che sanno giocare secondo bisogna, senza “credere” troppo in uno schema e soprattutto rispettando le caratteristiche degli avversari e quelle dei propri giocatori (vedere Allegri o Conte, per credere).

Oltretutto, torno a ripetere, se proprio volessimo valutare quella contrapposizione tra giochi espressi esemplarmente nei tre campionati (spagnolo, inglese e italiano), bisognerebbe anche guardare ai risultati. E i risultati ve li ridico io. Lo scorso anno le otto semifinaliste delle coppe europee erano squadre spagnole (mi permetto di definire spagnolo anche il Bayern di Guardiola). Le squadre inglesi, maestre del gioco idolatrato da Sousa, non vincono nulla da anni in campo internazionale e ora stanno cercando di aggiornare il loro dispendiosissimo gioco (inutilmente dispendioso, di soldi e di fatica) importando tecnici soprattutto italiani, che a quanto pare stanno insegnando qualcosa che sembra vincente. E poi c’è il campionato italiano, dove quel gioco non alligna (vedi Napoli di Benitez o Inter di De Boeer, gli ultimi stranieri che con Sousa sono venuti a insegnarci calcio). Ma mi viene il dubbio: qualcuno ha avvertito Sousa che sta giocando in Italia?

Sousa dunque crede che ci sia un gioco ideale e vincente e che quel gioco lo gioca lui. Necessariamente, essendo un gioco perfetto, gli umani non potranno che darne delle approssimazioni. Ma a lui basta che ci sia il “gruppo” (di scemi, verrebbe da dire) che lo segue e che ci sia la fede…C’è poi anche il pubblico e ci sono i giornalisti. Tutti mi sembrano un po’ sconcertati e incerti nel giudicare. In fondo la Fiorentina ha vinto, poteva aver già vinto nel primo tempo, e poco importa se la vittoria è venuta con un rigore (non nettissimo) e con un gol che l’occhio malizioso della moviola avrebbe annullato.

Cinque punte (sette, se si contano anche i subentrati Chiesa e Zarate), due centrocampisti di cui uno (il migliore, Vecino) da corsa e da incursioni in avanti, e solo tre uomini a fare tutta la fase difensiva! Per ottenere quel mirabile risultato! Naturalmente con i soliti giocatori fuori ruolo (Berna, Borja, ieri Kalinic, soffocato da Baba, nel finale Astori all’ala sinistra…). Alla prevedibile domanda su dove vedeva meglio Berna, Sousa ha coerentemente risposto dove “serve” al “giogo”. Mentre invece io, scettico impenitente, continuo a chiedermi, senza risposta, a che serve quel “giogo”.

 

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