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Dostoevskij alla Pergola: l’inferno è dentro di noi Spettacoli

Firenze – Fastidiosa luce bianca, stanza austera. Un tavolo d’acciaio, un uomo disteso. Un intermittente neon riporta la scritta “FEDE”. Costante il “bip” ospedaliero di un rivelatore cardiaco, da paziente in fase terminale. Ivan Karamazov si alza, si guarda intorno, in modo schivo, spasmodico, disorientato, confuso. Si odono lamenti, rumori esterni. Passi. Sopraggiunge un uomo minaccioso, seducente, entra ed esce dalla scena con fare armonico, disteso.

I primi venti minuti della rappresentazione trovano corpo nell’assenza totale di parole. Questo silenzio, carico di tensione, vede dialogare tra loro i corpi dei due uomini. Si confrontano, si rincorrono, si toccano. Ivan è costretto a confrontarsi con le paure, i drammi, il bene e il male, i delitti commessi in una vita che, ormai, volge al termine.

L’altro, suo demoniaco alter-ego, sua malattia, sua immondizia. Il lato oscuro di un’anima schiva, incline al tradimento, di un essere eternamente fuori posto all’interno di un mondo in cui le individualità vanno lentamente appiattendosi, sfumando, morendo. Ivan è portato a ragionare sulle inclinazioni dell’uomo, attraverso minacce, anche fisiche, che lo confondono, lo guidano attraverso un confronto con il suo affascinante e giovane doppio.

Scaturisce all’interno della sua mente un labirinto di emozioni contrastanti, rabbia, impotenza, dolore, panico. Libertà, evidenziata nella scritta su un velario che lo avvolgerà. Improvvisamente, l’animo si placa. È pace, anche solo per un attimo.

Si riporta alla mente di Ivan il romanzo, da lui scritto in giovane età: La Leggenda del Grande Inquisitore. Ai tempi della Santa Inquisizione, Gesù Cristo fa ritorno sulla terra e, riconosciuto subito da tutti, viene fatto arrestare dal Grande Inquisitore, con l’accusa di eresia, colpevole di aver messo gli uomini di fronte ad una situazione incontrollabile per esseri così fragili, inesperti, mediocri: la Libertà, di scelta, d’azione, di dubbio. La Chiesa, che in sedici secoli si è assunta la missione di ricondurre a rettitudine gli appetiti umani, adesso è pericolosamente a rischio.

Le parole del testo, che richiamano i persuasori occulti e i manipolatori delle coscienze, i sottomessi, gli omologati, i corrotti, le udiamo solo negli ultimi quindici minuti dello spettacolo; quando Ivan le pronuncia in una TED Conference, una delle lezioni pubbliche via web tenute da personaggi illustri nel mondo che in 18 minuti pronunciano discorsi per veicolare idee ritenute degne di essere diffuse. La rappresentazione si conclude quando Ivan viene zittito dalla mano di un ecclesiastico che gli chiuderà la bocca mentre pronuncia l’oratoria finale.

Un magistrale, incredibile Umberto Orsini che, attraverso una rivisitazione attenta, ma creativa, intorno ad uno dei monologhi più disorientanti della letteratura contemporanea, ha conferito una lettura attenta, in chiave estremamente moderna, alle già lungimiranti parole di Dostoevskij.

Un uomo che affronta il suo demone, specchio di un passato disturbato, tristemente rimpianto. Le difficoltà incontrate lungo un cammino non si vedono, non si toccano e, sopratutto, non si affrontano. Vengono incubate all’interno dell’anima, fino al momento in cui, inaspettatamente, si rivelano. E brillano. Brillano di una luce intermittente, nervosa, disturbata, che le rende impossibili da ignorare. Parte inevitabile dell’esistenza umana è la consapevolezza di essere destinati ad affrontare, un giorno, la propria demoniaca entità interiore, testimone indesiderata di una memoria indelebile.

Orsini chiama a sé tutta la platea, i palchi, la galleria, in modo che assistano al dramma di un Ivan Karamazov imprigionato all’interno di una austera stanza, in compagnia della voce della sua maledetta esistenza, che gli riporta alla mente l’opera giovanile, ricordata con fatica e paura, a causa degli aspetti pungenti, a tratti eretici, presenti nell’accusa, rivolta dal Grande Inquisitore, al Cristo tornato su una terra mutata, profondamente diversa.

Aver concesso agli uomini una libertà della quale non erano in grado di essere padroni, costringendoli così, mediocremente, ad un’infelicità inevitabile, questa è la grande colpa del figlio di Dio. L’ecclesiastico, dal fascino disarmante, si fa portavoce di una Chiesa che si è assunta la fastidiosa missione di  regolamentare e guidare i compiti dei miseri, deboli uomini.

Estremamente attuale è la riflessione di Dostoevskij e, così, anche l’interpretazione di Orsini, favoloso interprete della riflessione su di una natura umana agghiacciata e derisa da una situazione di cui non sono e non possono essere padroni. Ogni uomo ha un demone che lo perseguita, lo tortura, lo costringe alla visualizzazione di un inferno, generatosi dalla completa libertà che egli ha avuto nel compiere scelte sbagliate, senza una guida, un giudizio, un appiglio. Nella completa solitudine.

Demoniaca Solitudine

La Leggenda del Grande Inquisitore

da I Fratelli Karamazov

di Fëdor M. Dostoevskij

con Umberto Orsini

regia Pietro Babina

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