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La Toscana del capitalismo municipale Opinion leader

Con questa indagine del politologo Massimo Carrai Stamp apre un’ampia riflessione sul futuro della Toscana ex grande regione “rossa” che vuole salvare il meglio della sua storia e delle sue tradizioni politico-amministrative proponendosi tuttavia nuove prospettive di sviluppo.

Firenze – La domanda è di quelle importanti, che potrebbe dare il “là” al cambiamento epocale che sta avvenendo sotto i nostri occhi. E se il declino dell’identità della sinistra in Toscana fosse anche da attribuirsi alle ricadute nella società locale di una “cattiva” opera di gestione politica del territorio e del suo assetto istituzionale e amministrativo? 

La domanda merita una risposta perché aldilà delle punte di eccellenza raggiunte, le vibrazioni che da un decennio provengono dai territori della ex Toscana rossa spingono verso un approdo di ricerca che indaghi anche in questa direzione. Questa ipotesi di lavoro mi è stato suggerita dal contenuto di interviste e colloqui informali, avuti tra il 2004 e il 2011, con esponenti apicali e non delle amministrazioni locali della Toscana; con esponenti del mondo dell’associazionismo; del volontariato; e con rappresentanti della cosiddetta sinistra diffusa. I temi che più di altri riecheggiavano nelle parole dei miei interlocutori, quando si trattava riflettere sulla cause del declino della sinistra post comunista, scontati gli effetti dell’89 e la fine di un mondo, si ricollegavano, appunto, a precisi mutamenti avvenuti nell’architettura politica ed istituzionale del territorio, a partire dalle riforme amministrative ed elettorali dei primi anni ’90.

Il “Capitalismo municipale” – Da un lato venivano chiamati in causa gli effetti obliqui della possibilità offerta ai comuni, a partire dalla legge 142 del 1990, di gestire i servizi pubblici locali tramite la costituzione di società per azioni, di cui si erano dovuti nominare, ovviamente, consigli di amministrazione e collegi sindacali. “Capitalismo municipale”, così gli addetti ai lavori, con una certa dose d’ironia, hanno ribattezzato questo fenomeno. Dall’altro lato, invece, si rimarcavano le ricadute nella prassi politica locale dell’elezione diretta dei sindaci e delle nuove misure riguardanti l’organizzazione del governo locale introdotte dalla riforma elettorale del 1993. Una riforma che aldilà del sistema di voto, lo ricordo, ha modificato talmente in profondità l’intero assetto del governo locale e la relazione elettori – eletti dal far ipotizzare agli studiosi l’affermarsi nel sistema politico italiano di “una nuova democrazia locale”.

Publiservizi e Consiag, la gestione dei servizi –  Cercando il filo rosso che mi permettesse sbrogliare la matassa degli effetti “imprevisti” dell’interazione tra riforme amministrative e riforme elettorali, quali si stavano palesando sul territorio toscano e che mi venivano segnalate dai miei interlocutori, ho deciso di approfondire le ricadute del capitalismo municipale, la faccia in ombra della nuova democrazia locale, sui percorsi di carriera della classe politica.

Ho concentrato, quindi, la ricerca su due delle principali holding di servizi operanti sui territori delle provincie di Firenze, di Prato, di Pisa e di Pistoia: Publiservizi e Consiag. Di ciascun’azienda ho fotografato “la struttura del gruppo” al 2011/2013 e ho ricostruito la composizione dei Consigli di amministrazione e dei Collegi sindacali delle società che ne facevano parte. Le controllate e le partecipate direttamente e quando è stato possibile, oppure l’ho ritenuto interessante mi sono dedicato allo partecipate di secondo livello. Il passaggio immediatamente successivo è stato quello di guardare alle caratteristiche del loro ceto politico direttivo: alla biografia politica dei sui esponenti, al mondo professionale di provenienza, al numero delle cariche ricoperte.

Lavoro sui dati semplici e incrociati della Pa – Ho lavorato su dati pubblici, quelli forniti dalle stesse partecipate e dai “comuni soci” e li ho incrociati con dati altrettanto pubblici, reperibili sul sito del Ministero dell’Interno, da cui ho ricavato le biografie politiche dei miei attori. Dati pubblici, sì, è opportuno sottolinearlo, ma anche estremamente fluidi, difficili da rimettere insieme in un quadro esplicativo coerente. Dati che rischiano di far navigare a vista anche il cittadino più appassionato in un labirinto di sigle, di modelli societari diversi, di regolamenti e di competenze tecniche… il naufragio è quasi sicuro.

I risultati della ricerca sono riassunti nella tabella che segue. Lascio al lettore il compito di incrociarli come più gli piace, da parte mia mi limiterò ad alcune osservazioni e a un confronto tra i dati e le testimonianze dei miei interlocutori.

Gestione al “chiuso” – Lo spunto per queste riflessioni, lo devo a una ex assessore provinciale del Pds che con fulminante semplicità, era il 2005, così mi descrisse il suo stato d’animo: a volte mentre siamo in riunione mi viene proprio da pensare che meno male siamo al chiuso di una stanza dove la gente non ci può sentire. C’erano motivi sufficienti per una domanda di fondo: Cos’era che la gente non doveva sentire ? La signora non andò oltre, si parlava di quanto la politica non appassionasse più, e quello era stato un intermezzo spontaneo. A tornare sullo stesso concetto, fu, però, un suo collega di partito, già passato per i vertici delle partecipate e prossimo, per dare un segnale di coerenza, a lasciare ogni carica. Questa volta ciò che non andava mi fu esposto con grande franchezza: “Su questo sono isolato, ma lo sto dicendo da tempo: ai livelli intermedi della politica si è affermato il professionismo della politica. A tutti i sindaci allo scadere del mandato è stato trovato un posto di lavoro e questo non è mica un obbligo !!! … è la nostra migliore classe dirigente, però è anche una classe dirigente che per prestigio, per soldi, rimane in carriera non si rinnova e questo è un blocco. La stessa legge che regola il mandato e i poteri dei sindaci a contribuito a creare questa situazione”, e concludeva, “queste sono cose che si avvertono tra i militanti più attenti, tra i quadri intermedi, tra i segretari di sezione, ma non alla base. La base sociale non ci arriva perché i giochi, quelli veri, vengono fatti nelle segrete stanze”.

Non disturbare il manovratore – Tra le tante su una cosa il mio interlocutore si era sicuramente sbagliato: nell’autodefinirsi isolato. Forse avrebbe dovuto usare il termine inascoltato, poiché le sue parole erano tutt’altro che una voce nel deserto. Il sentimento più diffuso di una larga fetta di esponenti del popolo della sinistra nei confronti di quanto stava avvenendo, lo sintetizzò per tutti il responsabile di un Comitato Arci della provincia di Pisa: “l’ordine è di non disturbare il manovratore i cittadini non decidono un c…!!! … I livelli di partecipazione sono bassi le cose si presentano come già decise e alla fine si creano dei gruppi chiusi, autoreferenziali”.

Ma cosa stava avvenendo ?  – Una possibile risposta la possiamo trovare guardando all’esperienza di Consiag e Publiservizi.  Consiag nasce nel 1975 come consorzio tra i comuni di Prato, di Sesto Fiorentino e di Scandicci. Nel 2002 avviene la sua evoluzione in Consiag Spa che “attraverso società controllate o collegate” gestisce i servizi pubblici per conto di 24 comuni compresi nelle provincie di Firenze, Prato, Pistoia e Arezzo. Publiservizi Spa, invece, nasce nel 1999 dalla ex azienda consortile Publiser di Empoli. Il suo obiettivo, “gestire i servizi pubblici locali per conto di 35 comuni soci che risiedono nelle provincie di Firenze, Pisa, Pistoia e Siena”.

Consiag Spa, conta 16 aziende, per un totale di 73 cariche ripartite tra Consigli di amministrazione e Collegi sindacali. Il gruppo Publiservizi tra il 2012/2013 era costituito da circa 27 aziende per un totale di 173 ruoli direttivi. Una semplice somma ci dice che il totale dei posti da ricoprire per il funzionamento di tutto il sistema porta in dote 193 cariche da assegnare a ogni ricambio che avviene ai vertici delle partecipate dei due gruppi. Di queste 193 cariche, al momento della mia rilevazione, 56, pari al 29% del totale era occupato da ex amministratori pubblici. Rispettivamente, 17 nel caso di Consiag e 39 in Publiservizi. 

Trasloco fisico dei poteri – Ciò che stava avvenendo, dunque, era un trasloco fisico di poteri e personale dai centri della rappresentanza elettiva verso le nuove sedi del “capitalismo municipale”. Si stava, cioè, edificando un sistema di relazioni politiche, parallelo alla rappresentanza elettiva e da quest’ultima indipendente. Un sistema “di rappresentanza a chiamata”, con sedi decisionali proprie e strumenti nuovi di aggregazione e concertazione degli interessi.

Un fenomeno, che nella prassi politico amministrativa consolidatasi nella ex Toscana rossa, sembra avere avuto come ricaduta sul territorio, almeno tra chi non considera esaurita la sua partecipazione nel binomio “cittadino-utente” e nella delega elettorale, quella di alienare intere reti comunitarie di sociabilità politica e di lasciare molti fra quanti le animavano con la spiacevole sensazione di essere esclusi da qualsiasi processo partecipativo e decisionale.

Professionalizzazione delle carriere politiche – Ma quanto questo fenomeno incideva sull’altro segnalatomi: la professionalizzazione delle carriere politiche ? L’interrogativo va sciolto. Cercherò, allora, per quanto lo consentono i dati, di tracciare un “indice di continuità temporale” tra l’ultima carica elettiva ricoperta e l’approdo nel sistema partecipate. Partiamo, quindi, dall’ultima legislatura fatta dai nostri amministratori pubblici e cerchiamo di capire quanto tempo può essere passato prima di veder ricomparire i loro nomi tra i membri del ceto direttivo Consiag-Publiservizi. Ebbene, dei 56 nominativi, 23 sono stati eletti una volta o più volte nel corso delle legislature dal 1985 al 1999. I restanti 33, invece, hanno ricoperto cariche nel governo locale tra il 2000 ed il 2012. Per chi è stato eletto, una o più volte, tra il 1985 e il 1990 e ricompare tra i vertici delle partecipate nel 2012/2013, il periodo di latenza sembra piuttosto lungo. In realtà è più probabile che ciò dipenda dal fatto che la ricerca sui Consigli di amministrazione e sui Collegi sindacali dei gruppi Consiag-Publiservizi non è retrospettiva e che l’incarico documentato, quindi, non sia stato il primo. Per gli altri, quelli eletti tra il 2000 e il 2012, invece, l’attesa sembra essere stata molto più breve. Per 14 di loro, legislatura 2004-2009, la cooptazione nel sistema partecipate è stata immediata al termine del mandato elettivo.

Ancora continuità – Se guardiamo, invece, alla carica occupata immediatamente prima dell’approdo al sistema partecipate, scopriamo che: 6 sono i sindaci, 5 i vicesindaco, 13 gli assessori comunali e 23 i consiglieri comunali. Abbiamo, poi, un vice presidente di Provincia, 2 assessori provinciali, 4 consiglieri provinciali, un consigliere regionale e, fuori categoria, un parlamentare. La “nuova democrazia locale”, dunque, sembra affidare ai rappresentati dei municipi una chance in più per saltare dai banchi della rappresentanza elettiva ai vertici delle partecipate e premia non soltanto i sindaci e gli assessori, ma anche i consiglieri comunali. Tra quest’ultimi, peraltro, si ritrovano politici a fine carriera, magari con predenti ed importanti esperienze come sindaci, oppure assessori.

Cambiano i meccanismi di reclutamento – Ma questo, come si dice, è solo una faccia della medaglia. Insieme a quel trasloco di poteri e personale cui ho accennato sopra, stavano cambiando, infatti, anche i meccanismi di reclutamento del personale politico-amministrativo e già s’intravedeva l’emergere di una nuova generazione di amministratori. Due argomenti, il reclutamento e il ricambio generazionale, che stavano molto a cuore a un ex sindaco del Medio Valdarno Inferiore, già assessore allo sviluppo economico della provincia di Pisa. Anche lui esplicito nelle sue argomentazioni: “Da noi esiste una cultura di alta amministrazione che però in qualche modo si sta indebolendo… oggi l’80% dei politici proviene dalla pubblica amministrazione, sono dirigenti pubblici. Difficilmente un politico viene da altri settori della società e questo è pericoloso perché segna una chiusura nei meccanismi di reclutamento Sono i partiti, ma non la politica, che hanno perso gran parte della loro capacità di rappresentanza e di mediazione tra società e amministrazione… Non c’è più la mediazione dei partiti e si sono affermate altre forme di mediazione. Oggi si devono fare i conti con i centri di potere e questo credo che porti in se una certa dose di rischio”.

La riprova sul campo – In effetti, se raggruppiamo i protagonisti del nostro elenco secondo le professioni svolte, le parole del nostro assessore sono ampiamente confermate. Del nutrito drappello di ex amministratori locali arruolati in Consiag – Publiservizi, infatti, il gruppo professionalmente più numeroso e omogeneo risulta composto, secondo il macchinoso linguaggio ministeriale, da ex “impiegati amministrativi con mansioni direttive e di concetto”, 22 su 56. Seguono i liberi professionisti (11) tra i quali il gruppo più consistente è quello dei “commercialisti e assimilati”. Al terzo posto, invece, troviamo una categoria assai singolare: le “professioni non altrove classificabili” (7). Si tratta, chiaramente, di politici di lungo corso, tanto lungo che lo stesso database ministeriale sembra aver perso traccia di ogni loro precedente appartenenza professionale. I restanti nominativi in elenco (16), ad ulteriore conferma della prevalenza nel sistema partecipate di un tipo di personale politico reclutato in alcuni ambiti specifici, appartengono senza nessuna caratteristica degna di nota un po’ a tutti i mestieri. L’altro tema in rilievo, come dicevo, era il profilarsi di una nuova generazione di amministratori, nuova più che per età, per stile di governo e aspettative di carriera. Si tratta della generazione, per usare ancora una volta le parole del mio interlocutore, “post anni 90”, quella dei nati tra la meta degli anni ’60 e il decennio successivo. Approdati alla politica nel clima degli anni ’80 e ’90 che al nostro interlocutore sembrano avere introdotto, quasi un elemento di mutazione antropologica nell’esser amministratore pubblico: I giovani che oggi entrano in politica è difficile dire come sono, concretamente li potremo valutare tra 20 anni… Ancora, su tutte, vale la regola della cooptazione e per come la vedo io trovo che questi giovani siamo molto preparati, determinati, pragmatici, concreti. Tanto concreti e preparati che talvolta mi fanno paura. Alcuni, viva dio, hanno ancora ideali. Molti, invece, cercano di trovare delle risposte alla loro ambizione nella politica ed anche questo è un segno dei tempi che cambiano… entrano in politica sotto l’ala di un tutor, ma poi quando raggiungono posizioni importanti sanno bene come farsi spazio, sanno conquistare la loro autonomia e preferiscono stare dove si conta”. 

CdA delle partecipate, il trasloco del “potere” –  Sicuramente i tavoli dei consigli di amministrazione delle partecipate permettono di stare dove si conta e di starci con buone prospettive di “carriera”. Stando ai dati raccolti, infatti, non sembra esistano vincoli normativi rigidi al numero di poltrone che i singoli possono occupare nelle società dei due gruppi aziendali. Se è vero, infatti, che la maggioranza degli ex amministratori pubblici (43) ricopre un solo incarico in una sola partecipata, ai restanti 13 nominativi elencati si possono collegare incarichi in più di un organo direttivo delle società dei gruppi Consiag-Publiservizi. Rispettivamente, nove hanno un doppio incarico, tre un triplo incarico. E i restanti due, distaccano nettamente gli altri, con cinque e sei incarichi.

Per concludere, è opportuno tornare alla domanda iniziale. Possibile che dalla seconda metà degli anni ’90 il collasso dell’identità della sinistra, la sua perdita di rappresentanza sociale e culturale, sia stato innescato da mutamenti nel sistema di gestione politica del territorio e dei suoi bisogni e che questo passaggio, nell’ansia di bruciare i tempi e l’ambizione di essere sempre più efficienti, sia stato governato male, o forse non sia stato governato per niente. Molte evidenze dicono di sì. E se è vero che lo “spirito civico dei toscani” si è costantemente alimentato di un dialogo vitale con le proprie istituzioni rappresentative, i partiti e le amministrazioni locali, questo dialogo sul terreno strategico delle partecipate è miseramente fallito. Anzi, secondo i miei interlocutori non è neanche cominciato.

 

Quadro 1 NumeroIncarichi

 

 

 

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