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Dramma sociale, chi perde il lavoro perde la casa Cronaca

Firenze – Inattaccabile endiadi, casa-lavoro, che per tanti significa ormai l’unico concetto: precarietà. E stamani, all’incontro con Sunia e Cgil, la stretta parentela fra i due sostantivi non è stata solo teorizzata e comprovata dai numeri, ma anche da una storia esemplare, che mette insieme casa, lavoro. E perdita. Il protagonista è un signore di 53 anni, fiorentino e residente da sempre a Firenze, che essendo stato licenziato dopo 38 anni di lavoro alla pompa di benzina, non ha più potuto onorare l’affitto. Con la compagna che lavora part-time, il canone di 650 euro al mese (che per Firenze, come sottolinea la segretaria provinciale del Sunia Laura Grandi è “fra i canoni medio-bassi”) non è più stato raggiungibile: perché, fra bollette e necessità quotidiane, tutto viene mangiato dall’ordinario tran tran dell’esistenza. Così, a distanza di un anno dallo sfratto, il signore in questione, Maurizio, è ormai sull’orlo dell’esecutività con forza pubblica. E tra qualche mese (“forse sei”) dovrà uscire con tutta la sua roba e la sua compagna da quello che è stato il tetto sotto cui si è svolta la sua vita. Per andare dove? Mistero. Nessuno lo sa. E i servizi sociali? “Qualcosa la mia compagna guadagna”. Certo, qualcosa, ma sufficiente appena per vivere, figurarsi per pagare un affitto. E anche il contributo del Comune non serve a molto: infatti la casa non si trova. Affitti troppo alti, o come viene spiegato, “chi cade sotto l’accetta dello sfratto per morosità ha sempre ulteriori difficoltà a ritrovare casa”. Insomma, è come se si fosse “segnalati”. Inoltre, dal momento che l’ultimo bando per le case popolari risale al 2013, Maurizio e la sua compagna non hanno certo pensato a quei tempi di fare domanda per la casa popolari. “Figurarsi – dice Maurizio – se potevo prevedere questa svolta”. Semmai, contava gli anni che mancavano per la pensione. Dunque, nessuno spiraglio neppure per il bando dell’Erp. Per ora,  l’alternativa non esiste: sfratto e poi il buio.

Andando a esaminare la situazione cittadina, un primo dato che si ricava è che la storia di Maurizio non è purtroppo che una delle tante. Infatti Firenze risulta essere la terza (dato assoluto) in Italia con 6.117 sfratti emessi per morosità nel 2014. Un momento: riguadagna però la prima posizione, scavalcando Roma e Milano, se si fa la proporzione fra sfratti per morosità e numero degli abitanti. Ma guardiamo agli ultimi 3 mesi: 130 sfratti con forza pubblica, il 98% per morosità, l’80% imputabile alla perdita del lavoro. O ad altre fattispecie riconducibili al lavoro: riduzione dell’orario, ad esempio, o chiusura della propria attività.

Un trend che viene da lontano e non si ferma: “I prossimi mesi – dice Laura Grandi – si stimano oltre 600 sfratti”. Emergenza alle porte, dunque, di altre 600 famiglie fiorentine, residenti o d’adozione poco importa. A fronte il dato dell’assegnazione di case popolari: l’ultimo bando del 2013, ha visto 3mila domande e solo il 3% ha avuto un alloggio dalla graduatoria. In compenso, dice sempre il Sunia, “Dopo le case di viale Giannotti (in costruzione) non sono previsti altri lotti”. Con la fame di case che storicamente affligge il territorio, è nel migliore dei casi “allarmante”, come spiega Grandi. “Del resto – interloquisce Rossano Rossi, Cgil Firenzeil problema è in buona sostanza di ordine politico: bisogna riprendere le politiche della casa”. Ma se mancano le risorse? “E’ una questione di priorità, non di risorse – continua Rossi – le risorse ci sono se ce le metti e la scelta è della politica”. Insomma se i soldi sono pochi è necessario decidere dove metterli. E non c’è dubbio che le priorità “prioritarie” almeno secondo Sunia e Cgil siano “casa e lavoro”. Ed ecco quanti alloggi servirebbero a Firenze per placare almeno il bisogno effettivo immediato: almeno 2mila, nuovi e a canone sociale. E non pensiamo che il problema tocchi solo gli “stranieri”: affatto, la maggioranza degli sfrattati per morosità da perdita di lavoro sono per il 55% italiani. Diverso è il discorso se si va ad esaminare la provenienza geografica di chi arriva all’accesso con forza pubblica: lì la percentuale si ribalta, ma è normale, suggerisce Grandi: i fiorentini, messi alle strette, possono per lo più contare su una rete parentale che spesso si occupa di supplire in qualche modo a un welfare ormai a pezzi. Diverso il discorso per i migranti, che invece sono sradicati e non hanno altro su cui contare che la rete amicale. Spesso “nei guai” come loro.

Ma che profilo ha la “famiglia a rischio”? Di solito italiana (ricordiamo la percentuale del 55%, ma sta “guadagnando” terreno anche la percentuale degli stranieri) la percentuale che arriva alla fase finale con la forza pubblica è al 65%, lo ripetiamo, straniera. Il reddito “a rischio” è quello basso, 22mila euro all’anno, ma si sta assistendo al suo innalzamento, fino a 35mila euro lordi. Impiego prevalente, operaio (55%), in particolare nel settore dell’edilizia, 53%. A secondo posto di “rischio” morosità e sfratto, precari in gran parte laureati che rappresentano il 23% dei casi e infine i disoccupati, 12% e i pensionati al 10%. 

Fra le varie criticità rilevate stamattina, un discorso tutto speciale è riservato dalla segretaria del Sunia alla famosa commissione per il disagio abitativo, vale a dire quella che, capofila la Toscana, si guadagnò l’appellativo di “commissione di graduazione degli sfratti”. Per essere precisi si tratterebbe della commissione “interforze” che svolgerebbe la funzione di “graduare” gli sfratti e che è formata da Prefettura, Corte d’Appello, Comune e Sindacati e servizi sociali. Ebbene, la commissione che l’Italia ci ha copiato “è ferma – dice Grandi – non riesce neppure a produrre un calendario degli sfratti”. Responsabilità della Corte d’Appello, dice Grandi. In questo mese poi neppure gli uffici casa hanno la lista degli sfratti.  “Bisogna che le istituzioni comunali e regionali si muovano”.

Ed eccoci alle richieste. Sunia e Cgil, stabilito che “siamo davanti a un’emergenza sociale” chiedono: in primis, che venga riattivata la commissione disagio abitativo che “dovrebbe governare gli sfratti e il passaggio casa a casa”. Poi, alla Prefettura e alla Corte d’Appello viene richiesto un calendario “certo” che permetta la graduazione degli sfratti. Infine, appello alla Regione “per fare uscire l’edilizia pubblica dal Patto di Stabilità e venga previsto un finanziamento certo  per la stessa edilizia pubblica“. Perché, e anche questo è storia, è illusorio e ingannevole pensare che “l’edilizia pubblica si automantenga”. Tant’è vero che i Paesi europei più evoluti in materia (Olanda, Francia, Gran Bretagna …) finanziano stabilmente i propri “parchi abitazioni”.

 

 

 

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