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Due progetti pisani per l’Africa ricevono finanziamenti europei STAMP - Università

Pisa – Sono due i progetti coordinati dall’Università di Pisa che l’Europa ha finanziato per lo sviluppo della bioingegneria in Africa. Il primo, denominato ABEM (African Biomedical Engineering Mobility), ha lo scopo di incentivare la mobilità tra le università africane, utilizzando il programma Erasmus come modello. Il secondo, che si chiama UBORA, ha come finalità la costruzione di una piattaforma virtuale per bioingegneri dove condividere know-how e risorse. A coordinare i progetti sarà Arti Ahluwalia, docente del dipartimento di Ingegneria dell’Informazione e ricercatrice del Centro Piaggio dell’Università di Pisa, che già da tempo lavora con l’UNECA (UN Economic Commission for Africa) come consulente scientifico nell’ambito di un progetto per lo sviluppo di risorse umane in ingegneria biomedica in Africa.

«Come Università di Pisa abbiamo contribuito alla nascita del consorzio “African Biomedical Engineering Consortium” dedicato al miglioramento della salute in Africa tramite la formazione di ingegneri biomedici e l’utilizzo di tecnologie open source – spiega la professoressa Ahluwalia – Insieme a me lavora anche il ricercatore Carmelo De Maria, che è un esperto di prototipazione rapida. Entrambi siamo visiting professor in università africane, io alla Kenyatta University di Nairobi e De Maria alla Addis Ababa University. È anche grazie a queste iniziative che l’Europa ha finanziato i nostri progetti».

Il progetto ABEM-African Biomedical Engineering Mobility, rientra nell’ambito dei programmi della Education, Audiovisual and Culture Executive Agency (EACEA – Intra African Mobility Scheme) e avrà una durata di cinque anni. È stato finanziato con un milione e mezzo di euro e sono sette i partner che partecipano: oltre a Pisa, sono coinvolte la Kenyatta University (Kenia), Addis Ababa University (Etiopia), University of Cape Town (Sud Africa), University of Cairo (Egitto), Mbarara University of Science and Technology (Uganda), University of Lagos (Nigeria). L’Università di Pisa, in qualità di coordinatore tecnico, avrà un ruolo di supervisione, assicurandosi che le università coinvolte riescano a sfruttare al meglio le opportunità presenti e sviluppino un sistema di riconoscimento reciproco. In pratica, il progetto implementerà un modello di mobilità grazie al quale gli studenti delle università africane potranno fare scambi e periodi di studio e ricerca in altri atenei per sviluppare e condividere le conoscenze in ingegneria biomedica, proprio come succede in Europa con il programma Erasmus.

UBORA, che in lingua Swahili vuol dire “eccellenza”, è un progetto Horizon 2020 in cui il Centro di ricerca “E. Piaggio” coordina 6 partner: Kenyatta University (Kenya), Royal Institute of Technology (Svezia), University of Tartu (Estonia), Technical University of Madrid (Spagna), Uganda Industrial Research Institute (Uganda) e l’azienda estone AgileWorks. Il progetto ha ricevuto dalla Commissione europea un milione di euro e ha lo scopo di costruire tra Europa e Africa una piattaforma virtuale per condividere nuove soluzioni, basate su tecnologie open source, in grado di dare risposte alle sfide nel campo della salute. UBORA coinvolgerà università europee e africane, con i loro centri di ricerca tecnologici, combinando la filosofia dell’open design con le norme di sicurezza basate sulle linee guida europee. Il progetto dovrà portare allo sviluppo di soluzioni innovative nell’ingegneria biomedica, con un miglioramento significativo nella formazione in questo campo e nuovi stimoli per l’economia dei paesi coinvolti. Tra le prime iniziative vi è un contest per il design del logo del progetto aperto agli studenti appartenenti alle 4 università partecipanti (http://www.centropiaggio.unipi.it/ubora-logo-design-contest). Nei prossimi due anni, sono inoltre in programma competizioni per il design di dispositivi biomedicali open, efficienti, efficaci, sicuri e progettati per rispondere alle diverse caratteristiche del contesto africano ed europeo.

 

Foto: il ricercatore Carmelo De Maria e la professoressa Arti Ahluwalia, coordinatrice dei due progetti

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