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Come declinare in positivo un Natale dell’austerità Economia, Opinion leader

Così titolava il Sole24 lasciando trasparire che oramai nella recessione ci siamo in pieno e non dovremo aspettare i prossimi mesi del 2012 per avvertire le prime, serie ed evidenti, avvisaglie.
I consumi stanno fermi o declinano. Le imprese non hanno sbocchi e il mercato estero non può essere, se non per alcune “nicchie” ancora vivaci, una valida, plausibile, alternativa al mercato interno.
La situazione è molto grave e sappiamo bene che la recente manovra del Governo Monti non può che aggravare una situazione che era già pessima. L’incremento delle tasse (a tutti i livelli) porterà con sé una maggiore contrazione dei consumi e i tagli agli enti locali si tradurranno in una richiesta di maggiore compartecipazione delle famiglie ai costi di gestione dei servizi pubblici locali.
Eppure. Eppure c’è qualcosa di ambivalente in questa crisi che deve essere colto. Ed è la soddisfazione, per molti di noi, nel vedere un Natale meno consumistico. Con regali più simbolici, più utili e di minor costo. Meno corse nei negozi a trovare l’ultimo gingillo per  riempire il “sotto albero” con pacchi e pacchettini che contengono oggetti inutili per chi li fa e per chi li riceve. Insomma un Natale più austero, più sobrio e, c’è da immaginare, più riflessivo . Speso più a divertirsi fra amici e conoscenti, in famiglia e con i figli a ritrovare il gusto per le cose più genuine e meno sfarzose. In tavola ci sarà stato un buon spumante italiano e non lo champagne francese, il buon salmone e non le uova di storione russo e forse i tradizionali mandarini profumati rispetto all’insolito frutto tropicale. Ma è facile che questo non abbia ridotto di granchè la riuscita della cena natalizia.
Insomma mi viene da dire che se questo Natale austero fosse il “provino” di una vita meno consumistica, di vacanze meno sfarzose, di acquisti di beni meno “posizionali” e più “utilitaristici” . Beh. Forse non sarebbe male. E si potrebbe dire che il superamento della crisi potrebbe essere indirizzato non al “ritorno a ciò che c’era prima” ma piuttosto alla scoperta di un “vivere nuovo, adeguato ai nostri livelli di ricchezza e di civiltà, ma fondamentalmente meno consumistico”.
Già dopo la crisi “petrolifera” degli anni ’70 si era parlato di austerità. Ne aveva parlato Enrico Berlinguer come risposta politica alla crisi che, anche allora si presentava come crisi economica ma che investiva anche il sentire quotidiano della popolazione. Di fronte allo smarrimento, l’austerità parlava di una via nuova e alternativa. Ma nella proposta c’era troppo di utopistico e di alternativo. Come dire, rispondeva ad una richiesta di senso di fronte ad una popolazione smarrita, ma non riuscì ad affermarsi come modello di crescita e di sviluppo del paese non appena gli indici economici ripresero a crescere. Fu una provocazione. Bella. Di alto livello morale. Ma non andò oltre il livello della provocazione.
Quello che invece potrebbe venire fuori come uscita dalla attuale crisi e che quindi potrebbe essere un valido sentiero di crescita per il futuro del paese,  non è una austerità politico-morale. Una alternativa buona per gli anticapitalisti, eredi degli hippies degli anni ’70, in cerca del regno di Utopia. No. Quello che potrebbe emergere è invece una vera e propria alternativa di sviluppo, sempre fondata sul mercato, su imprese innovative e su lavoro specializzato, ma non tesa al consumismo individualistico, narcisista e, alla fine, frustrante (si vedano le belle intuizioni di Hirshman). Ma piuttosto indirizzata al rafforzamento della infrastrutturazione del paese e all’innalzamento e alla qualificazione di quei consumi collettivi che stanno alla base di una migliore qualità della vita nelle città e  nelle campagne del nostro paese.

Cioè si tratterebbe di scambiare un minor consumismo individuale e familiare, magari dando spazio ad un’industria del recupero che è un’antitesi, anche culturale, al superato e direi vecchio modello “dell’usa e getta”, con una qualificazione del paese, delle città, delle coste e dei monti in cui viviamo e che ci scandiscono con la loro bellezza, efficienza e utilità  il senso della vita in comunità.

Penso ad una industria dell’energia rinnovabile innovativa e diffusa a tutti i livelli e in tutte le realtà territoriali. Penso  ad una industria dell’acqua e dei rifiuti moderna, con il minor impatto ambientale e il minor spreco di risorse. Penso  a un’industria della mobilità centrata sul ferro, sia fuori che dentro le città, e sul trasporto pubblico in mezzo a oasi pedonali e ciclabili. Penso a investimenti che ci tengano lontani dai rischi naturali e che ci rendano la bellezza e l’agibilità dei nostri territori. Penso a mari e fiumi puliti, a coste tutelate dall’erosione, accessibili ai cittadini e godibili in ogni stagione. Penso, in sintesi, ad un paese diverso. Dove la naturale bellezza e godibilità, per residenti e turisti, è  amplificata dalla efficienza,  dalla innovatività e dalla sostenibilità delle infrastrutturazioni.

E per far questo penso a famiglie e cittadini che comprano un vestito in meno, che tengono un elettrodomestico più vecchio (magari dopo aver trovato qualche “tecnico dei tempi andati” che è in grado di raccomodarlo a prezzi inferiori alla sostituzione con uno nuovo!!) e che fanno qualche vancanza in più nella bella Toscana e qualcuna in meno nelle, oramai invase, isole esotiche di un lontano oceano. E che, di contro, pagano tariffe adeguate per l’uso dei beni e dei servizi collettivi. Certo, dopo aver allontanato dalla gestione e produzione di questi beni e servizi i troppi politicanti e falsi tecnici  incapaci e disonesti e dopo aver reso trasparenti e controllabili le gestioni e i rendiconti come deve avvenire in ogni impresa nei confronti dei loro “padroni”. E, altrettanto certo, dopo aver rimesso in ordine i conti di un paese dove troppi “disonesti” usano beni e servizi pubblici senza contribuire in virtù del loro reddito ad un corretto e necessario sostegno finanziario.

Insomma questo periodo austero e sobrio potrebbe parlarci di un paese meno vistoso, meno sfarzoso con degli interni delle case meno ricercati e esclusivi e con invece una qualità del “fuori”, delle città, delle piazze, delle campagne, dei treni, dei bus, delle scuole e così via meno degradata e meno accurata. Spostare i consumi dal privato al collettivo, spostare l’economia dal consumo agli investimenti, colpire gli evasori fiscali e tassare i consumi opulenti e posizionali. Insomma una nuova Italia. Chissà che non potrebbe essere una valida alternativa al vivere con depressione e malinconia un Natale meno scintillante degli altri anni. Potrebbe essere questo il nostro, più amabile e godibile, Natale per gli anni futuri.

Foto lolandesevolante.net: Persistenza della memoria, Salvador Dalì

 

 

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