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Eduardo alla Pergola: la fragile (e meschina) condizione umana Spettacoli

Firenze – Non è un basso dei Quartieri Spagnoli ma un super attico con 18 stanze e 68 balconi quello che i coniugi Lojacono, Pasquale e Maria (anima in pena l’uno, anima perduta l’altra, secondo le indicazioni di Eduardo) si preparano a occupare per cinque anni senza dover tirar fuori un lira.

Hanno (in verità solo lui) un compito da svolgere: un decalogo di impegni giornalieri scandito da precise consegne e improcrastinabili raccomandazioni: sfatare con la loro presenza la leggenda che vuole quelle stanze, dopo la “schifezza” perpetrata secoli addietro da due amanti, abitate dai fantasmi.

Ma siccome siamo in alto, vicino al cielo, e i panni stesi sono aquiloni, è forse normale credere che più che creature da paura “questi fantasmi” siano angeli benefattori. L’equivoco è metafisico. Il paradosso sublime. L’arte del travestimento una provvidenziale àncora di salvezza. Serve a sottrarsi alla sconfitta, a mitigare l’angustia di giorni grami e fallimentari come furono per molti quelli usciti dalla guerra, a modellare un futuro, chissà, meno arido e desolato.

Il meccanismo eduardiano del reale che svapora nell’irreale si concretizza nel “fantasma” dell’amante della moglie che, chiuso nell’armadio del trasloco, prende “corpo” davanti al marito. La verità che si tinge di inverosimile, il dialogo incestuoso, ma fruttuoso, fra i vivi e i morti, un mondo non a parte dove alla fine ognuno può credere quello che più gli fa comodo, paravento e vetrina, specchio e riverbero, magistralmente messo a punto in Questi fantasmi!, a 70  dalla sua prima rappresentazione (7 gennaio 1946, Roma, teatro Eliseo) e a un anno dalla scomparsa di Luca De Filippo, sfocia alla Pergola in prima nazionale nel nuovo allestimento firmato da Marco Tullio Giordana, protagonisti Gianfelice Imparato e Carolina Rosi.

Elementi perturbatori e rivelatori di una condizione umana ed esistenziale fragile, difettosa di solidarietà quanto priva di reale comunicazione, questi fantasmi di Eduardo (come il “Presepe” di Luca Cupiello o le “Voci di dentro” di Alberto Saporito) aprono le quinte a una girandola di punti di vista, inquadrature indocili e sbilenche, ottiche trasversali, incapaci di trovare una bussola prospettica, un canone relazionale, continuamente sottratti alla precisione dei fatti e all’eloquenza degli eventi, condannati alla rarefazione e alla dissolvenza.

Il fantastico si introduce nel quotidiano come controcanto espressivo, Pirandello non è più l’umorista tragico della risata in quanto impulso biologico ma un cantastorie irridente dell’eterna commedia umana, l’ambiente “teatrale” è un covo di allucinazioni dove l’unico che ha chiaro il quadro delle cose, il mosaico degli svelamenti, da un’altra parte, che non è quella di noi spettatori, il dirimpettaio che ascolta l’anima in pena Pasquale che gli insegna come si fa il vero caffè, che tutto sa e tutto immagina (anche come andrà la seconda puntata) ma che non parla mai, il professor Santanna, l’anima utile che non compare mai.

Giordana rispetta il mandato eduardiano nella precisone dei tempi e delle entrate, una lettura congrua che affida alla genuina napoletanità degli interpreti il trasferimento alla contemporaneità di un opportunismo e una meschinità sempre in voga sui nostri panorami, cogliendo semmai con precisione, più che la metafisica demolizione del consorzio umano, l’ansia di solitudine, alienazione e incomunicabilità che attraversa, come la lucertola del caso, tutti i testimoni della storia (nessuno escluso). Dopo Firenze lo spettacolo sarà al Manzoni di Pistoia dal 4 al 6 novembre.

 

Foto: Carolina Rosi  (ph.Fabio Lovino)

 

 

 

 

 

 

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