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Elezioni regione: incognite e certezze di una istituzione in crisi Opinion leader

Firenze – Uno strano clima di fredda indifferenza caratterizza questa vigilia del voto regionale, un clima che lascia aperte le porte a risultati a sorpresa. Se la campagna elettorale si è svolta senza grandi acuti e ciascun candidato, di qualunque parte politica, ha svolto con impegno e diligenza il proprio compitino, forse è stata proprio la mancanza di temi forti, di politica vera, a creare questa atmosfera.

Se si escludono le cannonate a salve di Domenico Chiurli, candidato “fai da te” di Democrazia diretta per la presidenza della Regione, in lotta disperata per il quorum, gli altri pretendenti al posto di governatore se la sono presa più tranquilla, dato che la conferma di Enrico Rossi, presidente uscente del Pd, non è in discussione. Promosso con il 60% dei voti quando la soglia per non andare al ballottaggio era del 50%, oggi gli basta il 40% per riaprire l’ufficio al palazzo Strozzi Sacrati il primo di giugno.

Neppure il candidato della Lega Nord, Claudio Borghi, economista milanese, è andato troppo sopra le righe, tanto ci pensava il suo segretario Matteo Salvini ad attizzare gli animi con le uscite ai campi rom e gli slogan lanciati ai sanguigni carrarini. Giacomo Giannarelli, candidato per il Movimento 5 Stelle, ha rappresentato dignitosamente il nuovo corso del suo partito, sigillato dall’assenza di Beppe Grillo da queste scene: niente intemperanze verbali, molte mosse concrete su sanità, infrastrutture e cittadinanza. Forse è suonata  davvero l’ora di far politica.

Per diversi motivi, anche di forza maggiore, gli altri hanno fatto onestamente da comprimari. Gianni Lamioni, industriale grossetano di Ncd e Udc;  Stefano Mugnai, consigliere uscente di Forza Italia e Tommaso Fattori della sinistra di Sì Toscana. Il secondo, soprattutto, si è buttato nella campagna  lancia in resta e con parole di fuoco, ma in ritardo e con alle spalle un partito sempre più diviso. Il terzo, giovane emergente, ha prodotto una campagna elettorale cercando il contatto con la gente, cosa  che dovrebbe aiutarlo a superare la soglia del 5% necessaria per ottenere seggi in Consiglio. Il suo problema è che Rossi non gli ha lasciato molto spazio, perché non ha perso occasione, da uomo di sinistra non pentito, alleato (provvisoriamente?) con Matteo Renzi,  per togliergli argomenti e ossigeno.

Più animato è stato il confronto fra i candidati delle varie liste in lotta per la conquista delle preferenze, ma non lasciatevi ingannare, perché il coinvolgimento dei cittadini è stato molto limitato. Sul voto del 31 maggio pesa come un macigno l’incognita dell’astensionismo, che pochi giorni fa si è meritata una lunga nota di Rossi che ha parlato di “problema della democrazia e della partecipazione” e di “discredito della classe politica che continua con atteggiamenti inaccettabili”.

Per fortuna la Toscana non ha un problema di impresentabili, e neppure di sprechi  e spese pazze, ma è inevitabile che risenta dell’onda nazionale di scontento e di disillusione per gli episodi di corruzione e mala amministrazione che continuano a inquinare, senza sosta, la politica italiana. La distanza della Regione dai cittadini è un fenomeno che appare oggi difficilmente contrastabile. L’indifferenza di chi considera che il risultato sia scontato e che non vale la pena perdere neppure un giorno del super ponte della Repubblica, è dunque solo un aspetto della crisi di un’istituzione assai screditata e che anche il governo non manca di indebolire nelle parole e nella pratica, applicando un modello alla francese di rapporto diretto con i Comuni.

Nessuno teme una sindrome emiliana,  che vide in dicembre un’affluenza al voto del 37%, dopo che l’elettorato era venuto a conoscenza di come il Consiglio regionale spendeva i suoi soldi. Tuttavia, per la Toscana campione di senso civico, i sondaggi sono abbastanza unanimi nel prevedere una partecipazione intorno al 50%, alcuni anche al di sotto, che sarebbe un fatto storico per la ex regione rossa, A soffrirne potrebbero essere proprio il partito di governo e quello della vecchia opposizione di centro destra che sembra ormai destinata a un ruolo del tutto secondario.

Del resto,  la decisione di Renzi di venire a chiudere la campagna a Firenze per dare un’iniezione di entusiasmo ai militanti è un segnale inequivocabile di preoccupazione davanti alla prospettiva di un Consiglio nel quale il Pd dovrà confrontarsi con due opposizioni forti e motivate (Lega e M5S) e dire addio alle pratiche di accordo e spartizione del potere che negli ultimi anni hanno privato questa regione di una salutare dinamica politica.

Fra le variabili non va infine dimenticato il collaudo del “toscanellum” il nuovo sistema elettorale toscano che è servito da banco di prova per quello nazionale appena diventato legge. Gli incerti, i critici, gli scontenti giocheranno  sul voto disgiunto e sull’obbligo di equilibrio di genere nelle preferenze.

E c’è da giurare che alla voce voto disgiunto ne vedremo delle belle. 

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