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Enel “indagata” da Greenpeace per gli impianti a carbone Ambiente

Greenpeace chiede ad Enel di non aumentare la produzione a carbone nel Sulcis, di eliminare progressivamente la produzione elettrica da carbone entro il 2030 e di sostituirla con produzione da energie rinnovabili.
Questa mattina attivisti del Reparto Investigazioni Climatiche (R.I.C.) di Greenpeace sono entrati in azione davanti la sede dell’Enel a Roma per denunciare gli impatti ambientali, climatici e sanitari dell’energia prodotta dall’azienda utilizzando il carbone. Le responsabilità di Enel denunciate dagli attivisti riguardano la centrale a carbone di Enel Federico II a Brindisi, impianto segnalato dai dati dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (AEA) come l’impianto industriale più inquinante in Italia per emissioni in atmosfera, al diciottesimo posto in Europa. L'impianto causa annualmente danni ambientali, climatici e sanitari stimati tra i 536 e i 707 milioni di euro, importi riferiti ai dati del 2009. Cifre che Greenpeace calcola "equivalere agli extra-profitti lordi che Enel ricava dal sito nel quale produce a un costo assai minore rispetto a quello di vendita", che significa "guadagni dell’azienda equivalenti ai danni che produce su ambiente e salute".
Per divulgare alla gente le scomode verità sul colosso energetico Greenpeace lancia oggi una piattaforma online, www.FacciamoLuceSuEnel.org, con la quale, prosgeuendo nella metafora giudiziaria dell'avviso di garanzia, recluta “investigatori” per seguire e partecipare a tutta l’indagine che i R.I.C. di Greenpeace condurranno nei prossimi mesi.
Da poche settimane, informa la nota di Greenpeace, dirigenti della centrale di Brindisi sono indagati per omicidio colposo e lesioni colpose, in relazione agli impatti patologici sulla salute pubblica che le emissioni della centrale avrebbero sulla popolazione del territorio. 12 dirigenti della stessa centrale sono indagati per gettito pericoloso di cose e danneggiamento alle colture.

La manifestazione degli attivisti
Tre attivisti si sono calati dal tetto lungo la facciata dell’edificio e hanno aperto uno striscione di oltre 70 metri quadri con la scritta “Enel killer del clima” sul quale è rappresentata l’arma con la quale Enel commette molti dei suoi crimini ambientali: il carbone. Gli attivisti hanno poi transennato l’ingresso dell’edificio per marcare la “scena del crimine” e consegnato ai vertici dell’azienda un “avviso di garanzia” nel quale si ipotizza il “reato di grave danno ambientale, climatico e sanitario, reato di profitto indebito tramite danno sanitario e ambientale a persone ed ecosistemi”.

Le dichiarazioni
«Oggi siamo entrati in azione nella sede istituzionale di Enel, nel quartier generale di un soggetto criminale, armato e determinato contro il clima per notificargli l’avvio di un indagine che i R.I.C. di Greenpeace hanno appena iniziato e che porterà alla luce, da qui ai prossimi mesi, tutti i reati e i misfatti connessi allo sporco business del carbone» dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Clima e Energia di Greenpeace.
“Brindisi, purtroppo, è solo la punta dell’iceberg – ha proseguito Boraschi. “Enel controlla otto impianti a carbone, in Italia; e conferma di volerne costruire altri due. Ha portato la produzione da carbone, nell’ultimo anno, dal 34,1% al 41% del totale. E il suo amministratore delegato, Fulvio Conti, ha più volte ribadito di voler quasi raddoppiare la produzione da questa fonte. È uno scenario catastrofico per l’ambiente, il clima, la salute pubblica e l’occupazione. Ed è tanto più sconcertante quanto pensiamo che l’azionista di maggioranza di Enel è il Ministero del Tesoro. Come si giustifica questa quota di controllo pubblico per un’azienda che privatizza i suoi profitti e scarica sulla collettività i costi dei danni che provoca?»

Foto Greenpeace Italia
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