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Ente Cassa, metafora della società fiorentina Opinion leader

E’ naturale che sia così. La nomina di colui che dovrà coordinare la distribuzione di 20 milioni di euro in un momento di così forte stretta finanziaria assume i contorni di una decisione cruciale per il governo del territorio paragonabile a quella di un grande (e indipendente) tesoriere di sua maestà.
Lasciamo alla cronaca riferire della ridda di voci e di interpretazioni in materia di poltrone da dare e da avere e soffermiamoci un momento a riflettere su che cosa realmente sta avvenendo. Tentiamo cioè di fare un ragionamento strutturale, quello che cerca di illuminare le profonde dinamiche sociali per far emergere quella primaria che condiziona scelte personali e comportamenti collettivi: la dialettica cambiamento – conservazione.
Nella fase attuale sono in azione potenti forze che spingono per il cambiamento. Forze tanto più impetuose quanto più la città è rimasta per molti lustri paralizzata da un incrocio di poteri che hanno preferito l’immobilismo rassicurante a quella che Giorgio La Pira definiva l’interpretazione dei segni dei tempi, premessa per un’azione politica efficace diretta al bene dei cittadini.
Queste forze si scontrano tuttavia con l’eredità del passato. La gestione del potere nella fondazione è stata per decenni improntata al principio di uno stretto controllo da parte delle famiglie discendenti dei fondatori e dei soci cooptati successivamente, tenendo il più possibile in posizione periferica i rappresentanti del territorio. Tutto ciò aveva ovviamente anche un lato positivo: la distribuzione era tenuta sotto controllo, senza eccessive tensioni e con una sostanziale soddisfazione collettiva.
La crisi economica, le connesse restrizioni finanziarie, e non ultimo la fase di incertezza – sulla sua identità e il suo futuro – che sta attraversando la città, hanno messo questo organismo sotto pressione. La consapevolezza della necessità del cambiamento è ormai un dato acquisito all’interno del comitato di indirizzo. Il problema è che regole e prassi consolidate in diversi decenni non offrono le condizioni necessarie perché questa volontà possa concretizzarsi in uomini e scelte determinate. Ci vorrebbe più tempo a disposizione per portare a conclusione il rinnovamento. Ma nella competizione globale il tempo è sempre più scarso. Occorrerebbe una per il momento imprevedibile unanimità di intenti. Ma non vi pare che questa storia non sia altro che la metafora di quello che accade al livello macro, della città, del Paese?

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