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“Eretici e corsari”, il magnifico incontro tra Marcorè-Gaber e Gioè-Pasolini Spettacoli

Due voci che si intrecciano nell’essere provocatori e profeti, con il loro sguardo lucido e disincantato verso una realtà che si sta trasformando e che volge inesorabilmente al peggio (ossia a oggi). Nessun conforto per gli italiani, ormai sommersi da questo «nuovo fascismo» (cfr. Pasolini) che li inganna e li svilisce. A distanza di quasi trent’anni i testi di Pier Paolo Pasolini e di Giorgio Gaber fanno rabbrividire per la loro assoluta attualità. Sul grande palco del teatro tenda Obihall di Firenze due bravissimi attori evocano due intellettuali del passato, due uomini che hanno detto la loro senza timore, che si sono indignati di fronte al degrado sociale e politico della loro Italia. Neri Marcorè interpreta le canzoni e i monologhi di Giorgio Gaber (scritti insieme a Sandro Luporini), mentre Claudio Gioè da ampio sfogo agli Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini. A metà degli anni ’70 Gaber e Pasolini ci descrivono in modo identico la situazione italiana, ognuno con i propri mezzi: il teatro e la musica l’uno, la poesia l’altro. Gaber ironico e sarcastico, Pasolini crudo e feroce, entrambi pungenti e diretti. Delusi e amareggiati i due artisti denunciano a spada tratta tutto il sistema, politico, sociale, culturale, morale, religioso.

In loro emerge un bisogno incontrollabile di contestazione, il desiderio di ribellarsi alla nuova politica del consumismo e del finto benessere, la quale ha come obiettivo finale l’omologazione e l’obbedienza assoluta dei cittadini. Si rendono conto gli uomini di tutte le contraddizioni interne al sistema che avanza? I due “poeti dell’opposizione” non tacciono. Decidono di esprimere con tutte le loro forze il male, quel «cancro sociale» (cfr. Gaber) che si propaga tanto velocemente. Pasolini afferma che “per mestiere”, da intellettuale, da scrittore, osserva e indaga la realtà nel suo insieme. Quanti sono oggi gli intellettuali inferociti che con tale foga gridano all’oscenità? Sono quasi svaniti o semplicemente emarginati? Esiste ancora il “mestiere dell’intellettuale”? Quanto credito viene dato loro? Purtroppo finisce che spesso l’unico spazio per parlare di queste cose è riservato ai comici, che attraverso la satira politica ogni tanto (ma raramente) ci ricordano i vecchi intellettuali di una volta. D’altronde quale italiano oggi avrebbe il desiderio di ascoltare un “noioso” intellettuale quando ha la possibilità di alleggerirsi l’anima con futili programmi televisivi? Ma c’era un tempo in cui questi uomini di cultura (una parola che risuona quasi paradossale nel mondo odierno) contavano, erano considerati “scomodi”, auspicabile addirittura la loro eliminazione.

La partitura scenica è opera di Giorgio Gallone il quale è riuscito in modo eccelso a strutturare lo spettacolo in cui le parole dure e pesanti di Pasolini trovano un perfetto equilibrio con i pezzi ironici e sagaci di Gaber, non per questo meno amari. Calda e accattivante la voce di Neri Marcorè, brillante nel duplice ruolo di cantante e attore degli indimenticabili testi gaberiani, tra cui “L’appartenenza”, “Gli oggetti”, “Il cancro”. Incisivo e sanguigno Claudio Gioè nell’interpretare gli scritti di Pasolini e nel rappresentarne la rabbia. E una lode va sicuramente allo Gnu Quartet, che accompagna i due attori con musiche dal vivo che avvolgono lo spettatore rendendolo un tutt’uno con la scena: Francesca Rapetti (flauto), Stefano Cabrera (violoncello), Raffaele Rebaudengo (viola) e Roberto Izzo (violino). Emozionanti i duetti creati ad hoc come se Gaber e Pasolini si incontrassero per la prima volta in scena, come se l’incastro tra i loro testi fosse naturale: si assiste così al monologo gaberiano “Qualcuno era comunista” alternato al discorso pasoliniano il cui incipit è “Voto comunista perché…”. In conclusione, all’agghiacciante dichiarazione di Pasolini sulla sua scoperta dei responsabili di tutte le stragi e i complotti nell’ormai famoso scritto “Io so chi… ma non ho le prove” segue il pezzo di Gaber “Io se fossi Dio”. Si lascia il teatro amareggiati perché nulla è cambiato, ma felici di aver potuto per qualche istante rivedere i nostri intellettuali di un tempo e assistere ad uno show di alto livello culturale e artistico.

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