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Erp, Federcasa e sindacati: “Serve un flusso costante di risorse dedicate” Breaking news, Cronaca

Firenze – Emergenza casa, è necessario intraprendere subito una politica strutturale, non solo a livello territoriale ma anche nazionale. Il punto non è banale, come emerge dal convegno che si è tenuto oggi al Fuligno, a Firenze, con la regia di Federcasa e di Confservizi Cispel Toscana, alla presenza dei sindacati nazionali degli inquilini (Sunia, Sicet, Uniat e Unione Inquilini) perché tocca uno degli snodi fondamentali per garantire tutele e chances ai cittadini che si trovano in uno stato di difficoltà economica e sociale. Soprattutto, ciò che serve è che la politica nazionale metta al centro delle sue priorità proprio il problema della casa, sottraendosi alla tentazione semplificatoria di trasformarla in un semplice prolema di ordine pubblico. E le linee di come si potrebbe traghettare il Paese da una fase storica ormai conclusa (finiti i fondi Gescal, che avevano permesso il flusso costante dei fondi verso l’edilizia popolare residenziale), alla nuova complessità della realtà ordierna, sono dettate dal documento sottoscritto da Federcasa e Sindacati per il rilancio dell’ Erp.  Il testo è stato presentato oggi a Firenze e sarà sottoposto allattenzione del Governo, per richiedere una serie di interventi capaci di rispondere ai cambiamenti sociali in atto e ai nuovi bisogni emergenti che interessano il comparto abitativo. Si tratta, nello specifico, di una serie di misure volte a delineare una svolta nelle politiche abitative, oltre che nuovi ruoli per ledilizia residenziale pubblica.

Il tema è stato introdotto dal presidente di Casa spa Luca Talluri, che ha segnato l’obiettivo: riportare in alto il tema dell’edilizia popolare, al centro dell’agenda politica. Nazionale. Perché è la politica, di fronte a questa grande fase storica in esaurimento, cui spetta dare risposte. Anche perché i numeri sono imponenti: intanto, quando si parla di edilizia sociale di fatto si parla dell’edilizia residenziale pubblica, meglio conosciuta con l’acronimo Erp, che rappresenta il 98% della cosidetta edilizia sociale. L’offerta è di circa 18mila alloggi in Italia, Rispetto alla domanda reale, ci troviamo di fronte a circa un milione e seicento di nuclei famigliari in in disagio economico, che si traduce velocemente in disagio abitativo. Solo a Firenze, ricorda Talluri, ci sono 2mila le famiglie in attesa di casa.

Da parte di Talluri, c’è anche il posizionamento di alcuni paletti. Intanto, il carattere necessariamente pubblicistico della natura delle case popolari, in ossequio alla finalità di interesse collettivo che la residenza popolare ha. Poi, se rinascesse, come auspicato, una forma di finanziamento strutturale, dovrebbe essere a fondo perduto (magari con tasse di scopo, con l’utilizzo dello strumento dell’urbanistica…). Non solo, “potrebbe essere connesso a una legge quadro nazionale sugli aspetti gestionali”. Ma l’ipotesi, ad oggi, potrebbe essere non plausibile. Si potrebbe anche ipotizzare una legge quadro “pensata” in conferenza delle regioni. E poi, l’opzione C, ovvero quela che dà cotno della dimensione “industriale”   dei gestori delle case popolari. In Italia in particolare, dove 120 anni di edilizia sociale hanno prodotto tecnicità, patrimonio, competenze. dunque, conclude Talluri, “se si deve ripartire, si parta dall’esistente, riconoscendone la natura di gestori sociali, che, con i 900mila alloggi e i 7mila dipendenti di cui consistono a livello nazionale, non possono occuparsi solo di manutenzione straordinaria, ma hanno le carte in regola per mettere in atto la cosiddetta “rigenerazione urbana”, di demolizione del patrimonio popolare giunto a fine vita, di riutilizzo di aree urbane rimaste abbandonate”.

Una posizione che viene ribadita da Paolo Bechi, presidente Apes, che mette l’accento su quello che parve “l’anno zero”, il 2017, ministro Delrio, con la commissione composta da rappresentanti di tutta Italia, concorde su un punto: rilanciare la “casa pubblica”. Il tavolo nzionale del 2017 produsse il documento ancora oggi del tutto attuale. il punto ch permetterebbe la svolta, dice anche Bechi, è in buona sostanza, dopo la fine dei flussi di finanziamento costanti, la necessità di dare corpo al ritorno a flussi costanti, che permetterebbe di tornare alla programmazione. E un altro punto è da tenere in considerazione, dice Bechi, se si vuole giungere a un risultato, vale a dire tenere ferma l’alleanza e l’unità d’intenti fra Federcasa e sindacati. “Anche perché  – dice – per il futuro l’unità sarà fondamentale, in particolare per quanto riguarda il tema della rigenerazione urbana. Fra i punti salienti – contiua Bechi- è importante riuscire ad ottenere un sottosegretario per la casa nel governo centrale”.

Inoltre, da Bechi giunge anche un’importante sottolineatura, che è quella di integrare nel reddito di cittadinanza il pagamento dei canoni, attraverso le società di gestione del patrimonio Erp. Un problema, quello del pagamento dei canoni, che si congiunge con un latro che è quello delle utenze. Facendo un conto infatti, conclude Bechi, mentre il canone dell’Erp è diminuito fino a 4 volte rispetto a quello vigente sul mercato, le utenze non seguono questa “regola”. Così, aggiungiamo noi, le famiglie che sono giunte a ottenere un alloggio popolare, poi devono impegnare buona parte del reddito per le utenze. Quando ce la fanno.

Ed è Laura Grandi, segretaria regionale del Sunia, a tornare a porre l’accento sulla difficoltà della situazione odierna. “Le difficoltà, rispetto alle situazioni pur difficili che si sono verificate a partire dagli anni ’50, sono transitate dalla parte dell’offerta a quella della domanda. L’emergenza ha cambiato volto. Si è passati dalle situazioni classiche, occupazioni abusive, sfratti con forza pubblica, alla fascia dei working poors, vale a dire quei lavoratori, occupati e in attività, cui lo stipendio pagato è talmente basso da non potere far fronte allo stesso tempo al canone e a una vita dignitosa. Così, si comincia con le rinunce: al cinema, alla pizza con tutta la famiglia, al corso di danza per la figlia”. Niente di indispensabile, si dirà. Sì, ma in realtà ciò cui si rinuncia è la vita. Spesa alimentare e spesa per l’abitare, più le utenze: ecco che anche uno stipendio di 1500 euro diventa stretto, non si riescono a fare quadrare i conti, cambia l’esistenza. E il dato statistico non è rassicurante: si passa da un nucleo tutto sommato contenuto, a un disagio diffuso in strati sempre più larghi della popolazione. “Si calcola – continua Grandi – che oltre il 40% del reddito di lavoratori e pensionati se ne va nei costi dell’abitare”. Aggiungiamo le utenze, e la “frittata” è servita. “Di fatto, esiste tutta una fascia di lavoratori che, proprio perché svolgono un’attività, non sono tutelate”. La crisi inizia, conclude la segretaria del Sunia, con la liberalizzazione degli affitti. e la crisi è ancora più forte laddove non si può confidare sul patrimonio familiare. I dati Istat confermano l’analisi, configurando un numero altissimo di sfrati per morosità. dunque, la soluzione è una, dice ancora Grandi: serve un piano di aumento degli alloggi a canone sostenibile. I sindacati degli inquilini hanno più volte sollecitato il governo sul punto, ma ad ora nn sono giunte risposte. Fra le possibili soluzioni, l’utilizzo delle ultime risorse gescal, circa 250 milioni, sull’edilizia sociale, con tanto di apertura di un tavolo con i sindacati per decidere su questi fondi, che dovrebbro andare tutti all’Erp. ” I giovani, a Firenze almeno, sono costretti a comprare casa, incatenandosi a un mutuo per trent’anni, dal momento che spesso la rata del mutuo è minore rispetto al canone”.

Mentre Francesco Esposito, della segreteria nazionale del Sicet, pone l’accento sulla necessità strategica di mantenere ferma l’alleanza, da Vincenzo Simoni, segretario dell’Unione Inquilini, giunge un’analisi che prte dai flussi di finanziamento attinenti al piano periferie. “Non tutti si sono occupati per tempo di come veninivano orientati i programmi per le perfierie. L’utilizzazione dei fondi da parte dei comuni ha seguito il principio dell’abbellimento delle periferie, mentre di case popolari o periferie rigenerate non c’era quasi traccia.diciamo che esiste un generalizzato “disgusto” a realizzare case popolari. gli amministratori subiscono un clima generale che vuole le case popolari come “pericolo”. Occorre p il metodo di approccio. Vale a dire, ripartire dall’approccio umano, altrimenti sbattiamo il naso contro un’opinione pubblica contraria”. Altro punto toccato da Simoni, l’efficienza della spesa dei governi. “E’ grave che ci sia stata ina linea così avversa rispetto alla morosità incolpevaole – dice Simoni – la Toscana non ha speso neppure il 50% delle risorse dedicate. Il crollo del lavoro nero come quantità di salario, dovrebb portare una revisione globale fra erogazioni e povertà. Il 50% dei richiedenti del Rei ha visto scartare il 50% dei richiedenti per non essere risuciti a dimostrare la povertà”. Infine, una riflessione sulle regionali sulla casa: “L’ Unione inquilini ha contestato fortemente le opinioni dell’assessore Ceccarelli. Le case popolari devono essere un obiettivo di emancipazione dal bisogno e dalla precarietà. Non un ascensore da cui si scende. Se nelle case popolari c’è gente che ce la fa è un siuccesso. Non bisogna sbatterli fuori”. E nel futuro delle case popolari, dice ancora Simoni, non si dovrà parlare di integrazione, bensì di “coesistenza fra culture bassta sui valori costituzionali. Coesistenza sarà un termine fondamentale”.

Mentre Zanieri, dell’Uniat, ricorda che il “primo problema vero sono le risorse certe e costanti, se no, non c’è programmazione”, uno spunto importante viene introdotto da Grazia Galli, Progetto Firenze, che ricorda un dato interessante: “Le città d’arte sono un ambito d’investimento e preda dello spazio abitativo da parte di un’industria di investimento che riguarda il turismo”. E porta alcuni dati. “Il Rapporto fra affitti turistici e affitti residenziali, nel centro storico di Firenze è di 10 a 1. In periferia, 5 a 1”. Dunque, per evitare la “piranizzazione” del patrimonio abitativo delle città, occorre “una legge nazionale che dia agli enti locali modalità di intervento per programmare la diffusione di questa industria”. Perché il paradosso è: “l’abitare diventa un costo pubblico, mentre la dimensione del privato diventa appannaggio di pochi”.

Casa, una questione epocale: lo dice l’assessore del comune di Firenze Andrea Vannucci, che pone l’accento sul fatto che “stiamo affontando una rivoluzione non detta del modo di fare servizi sociali. Cambiano le tipologie classiche, simostrano fragilità sopravvenute. La misura del reddito di inclusione va a sostenere queste fasce. Ma ciò che mi preoccupa è il fatto che il tema casa sia assente dal dibattito politico nazionale. La casa è un bisogno primario in Italia”.

“Il modo di affrontare l’emergenza non è solo l’Erp – dice ancora Vannucci –  esistono modalità di prevenzione rispetto all’ultimo stadio, quello del tuffo nella precarietà abitativa assoluta, da dove si passa all’Erp: sto parlando del contributo affitto, una risposta che funziona, considerate le 3100 richieste su Firenze. Un successo”. Tant’è vero che, ribadisce e conferma l’assessore alla casa, “diventerà un contributo strutturale, mentre lasceremo in piedi anche lo stanziamento che abbiamo messo in piedi quest’anno”.

Chiude il convegno l’intervento di Vincenzo Ceccarelli, assessore alla casa della Regione Toscana. “Abbiamo oltre 50mila famiglie toscane sotto la soglia di povertà. L casa è uno strumento che permette alle famiglie di non cadere nel buco nero della morosità e dello sfratto. Sono in accordo con Vincenzo Simoni per quanto riguarda l’attuale percezione negativa che circonda l’istituto case popolari, ma ribatto che la storia dell’edilizia sociale non deve esaurirsi, deve tenere conto delle trasformazioni della società italiana. Tanto più che ad oggi il fabbisogno di edilizia sociale cresce”.

Circa i flussi e la programmazione, Ceccarelli ricorda: “Le attuali regole del bilancio armonizzato contrastano con la pianificazione degli investimenti. Perciò bisogna agire – dice ancora Ceccarelli – non solo con richieste di finanziamento, ma anche con il mutamento delle regole dei bilanci. Ad esempio, una misura preventiva come il contributo in conto affitto potrebbe avvantaggiarsi della quota di fondi non spesi sulla morosità. Ma si tratta di una questione che riguarda una legislazione statale”.

Intanto si sta profilando, verso l’autunno, l’organizzazione di una sorta di “stati generali” della casa, da tenersi a livello nazionale.

 

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