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Erp, un condannato nel nucleo famigliare? Tutti esclusi dal bando Breaking news, Cronaca

Firenze – Le colpe dei padri ricadono sui figli (e viceversa). Almeno, così sembrano pensarla gli estensori della nuova legge regionale sulla casa, in cui uno dei requisiti di accesso al bando Erp, non aver subito condanne non inferiori ai 5 anni, non è individuale, ma si estende all’intero nucleo famigliare.

La discussione sul punto si era aperta subito dopo la promulgazione e l’entrata in vigore della nuova legge regionale sulla casa. Infatti, l’art. 8 del nuovo testo, che titola “Requisiti per gli accessi agli alloggi” al secondo capoverso recita: “I requisiti sono dichiarati nella domanda e devono essere posseduti dal nucleo familiare dalla data di pubblicazione del bando al momento dell’assegnazione dell’alloggio, fatta eccezione per quelli all’allegato A , paragrafo 2, lettere a) e b), che sono soddisfatti dal soggetto richiedente”.  Il problema è il seguente: fra i requisiti che devono essere posseduti dal solo richiedente,  residenza e cittadinanza, non è stata introdotta la lettera b-bis, che prevede il requisito dell’ “assenza di condanne penali passate in giudicato per delitti non colposi per i quali è prevista la pena detentiva non inferiore a 5 anni ovvero avvenuta esecuzione della relativa pena”. Risultato: non inserendo anche la lettera b-bis) nei requisiti “individuali” necessari al richiedente, l’assenza della condanna penale deve sussistere per tutti i membri del nucleo famigliare.

Dunque, le colpe dei padri ricadono sui figli. O viceversa. Ma il problema resta: al di là dell’ironia, viene il dubbio che la norma così com’è abbia una ratio più etica che giuridica, scontrandosi proprio col principio base delle case popolari, vale a dire, la possibilità offerta a fasce fragili di poter “giocarsi” un’altra chance. Partendo per l’appunto da un tetto sulla testa.

E’ necessario ricordare che i sindacati, Sunia in testa, avevano richiesto modifiche e chiarimenti già prima che la legge entrasse in vigore. A queste richieste era sembrato di cogliere da un lato la disponibilità da parte dell’amministrazione regionale di “riaggiustare” il tiro, dall’altro quello comunque di intervenire, magari in un secondo tempo, con un’interpretazione “autentica”, seguendo una “scorciatoia” che sembrava potesse “correggere” quello che da più parti sembrava più uno “svarione” in fase di stesura che una vera e propria volontà di escludere dal beneficio della casa non solo il richiedente (e già questo aveva sollevato polemiche, essendo chiaro a tutti che la funzione decisiva della casa popolare come istituzione è in gran parte sociale) ma intere famiglie, che cadono, res sic stantibus, sotto una sorta di anatema di tipo etico. E invece, proprio in questi giorni, sembra che dagli uffici sia stato risposto picche. Vale a dire, pur con la massima comprensione delle perplessità sollevate dalla norma, sembra che l’amministrazione ritenga la norma chiara. Così com’è.

“Chiara lo è – commenta Laura Grandi, segretaria regionale del Sunia – nel senso che mette nero su bianco che il richiedente non solo non debba essere stato condannato, ma neppure debba avere nel proprio nucleo un famigliare condannato con pena definitiva superiore ai cinque anni. Spero non sfugga a nessuno che questa norma intanto si pone contro il principio costituzionale della responsabilità penale personale, allargando la “sanzione” a tutto il nucleo famigliare, ma mette anche in evidenza un profilo punitivo collettivo di tipo etico, da Antico Testamento, che fa fare alla nostra civiltà giuridica occidentale un bel salto all’indietro”.

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