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Esecutori dei servizi educativi supplenze brevi, precarietà infinita Breaking news, Cronaca

Firenze – Renata si sveglia all’alba, prepara la colazione per la famiglia, si sistema e accende il cellulare. Non sa se nel giorno che sorge andrà a lavorare, nè dove, nè per quanto. Dalle 7,30 alle 9,30 resta in attesa: il cellulare potrebbe squillare e Renata non può perdere quella chiamata, che le dirà se lavora quel giorno, dove e quanto. Non può rischiare di perderla, quella chiamata, perché se per caso non la sentisse, e non controllasse ogni dieci minuti il cellulare, la sua non risposta verrebbe presa per un rifiuto. E nel suo lavoro, un rifiuto è concesso, ma due no. Si va “fuori”. Nel senso, si “decade dalla graduatoria”. Si perde il lavoro. Dopo le 9,30 senza telefonate, Renata non può lo stesso lasciare il cellulare. Infatti, per domani o dopodomani, potrebbero sempre chiamarla, questa volta il lavoro non è nella giornata, ma vale sempre la stessa regola: rispondere subito o richiamare entro il quarto d’ora. Altrimenti, il meccanismo è lo stesso: alla seconda, “sei fuori”. Questa è la regola: ovviamente, l’operatore può essere più o meno comprensivo e tollerare un più o meno sostanzioso “ritardo” di chiamata. Certo, è sempre possibile produrre un “giustificativo” firmato dal medico di famiglia, o, alle brutte, un certificato medico vero e proprio.

Renata, nome di fantasia, è una dei 35 (maggioranza assoluta donne)  esecutori dei servizi educativi presenti sulla lista delle supplenze brevi. Supplenze brevi perché vanno da un minimo di un giorno (potrebbero anche essere poche ore) a un massimo di 12 giorni. Se la supplenza consta di più di 12 giorni, allora si “pesca” dalla graduatoria delle supplenze lunghe, vale a dire dai 15 giorni in su.

Ma chi sono queste signore? Intanto, lavorano negli asili nido e scuole dell’infanzia comunali. Questo ultimo dato è molto importante, perché cambia del tutto la situazione, rispetto, ad esempio, allo stesso lavoro svolto dai dipendenti statali. Nel Comune di Firenze, gli esecutori come Renata si trovano nello stessa situazione, senza che sia cambiato niente, anche da 15 anni. Alcune di queste operatrici mostrano i contratti di lavoro: 250, 300 contratti, anche 20 in un mese.

“Il problema non è il fatto che ci troviamo in un lavoro a chiamata – dicono – ma in quello di stazionare in questa situazione anche da 15 anni”. Chi va di mezzo in questa sorta di “superprecarietà assistita” è ovviamente la famiglia. Non sapere se nel giorno puoi fare la spesa, andare a prendere i figli a scuola, portarli a danza o dal medico o a calcio, ecco, tutto questo diventa, dopo 10-15 anni, insostenibile. E ora, spiegano, va un po’ meglio: infatti, ora è possibile in casi particolari “anche” ottenere un permesso (non retribuito) ad esempio per la laurea dei figli, o per il funerale di un famigliare. Fino a un anno fa, per questo tipo di eventi non c’era nessun permesso, al limite si prendeva malattia. Inoltre, questi lavoratori non maturano nè ferie, nè Tfr, dal momento che lavorano sempre meno di 15 giorni.

C’è anche un altro elemento, che contribuisce a rendere questa strada alla precarietà legale e continua, definitiva. Ed è il fatto che, ogni tre anni, il concorso viene ripetuto. Ciò significa, ad esempio, rinnovo della graduatoria con i nuovi “concorrenti”: si tratta di 30 domande che spaziano in moltissimi campi, dall’HCCP per la cucina, e il maneggio di alimenti, a domande su sicurezza e antincendio. Si passa se si risponde ad almeno 21. Ovviamente, se si prende il “minimo”, si resta ancorati alle zone basse della graduatoria, il che significa che si lavora meno o non si lavora affatto. Qualcuno dice che ha lavorato anche una giornata in  un mese. Ogni tre anni, comunque, la graduatoria ricomincia da capo. E le ore di esperienza maturate nel periodo successivo? Niente, tamquam non esset. Infatti, se qualche anno fa un pur minimo riconoscimento a livello di punteggio veniva riconosciuto, ad oggi è stato tolto pure quello. Si ricomincia sempre da capo. “Uno spreco ingiustificato di esperienza, valori aggiunti, formazione”, dicono gli esecutori supplenti. Già, formazione. A questi lavoratori non tocca. Eppure, testimoniano molti di loro, capita di trovarsi soli a supplire agli esecutori di ruolo, nelle più svariate mansioni, da cuoco (la mansione strettamente di compito della qualifica sarebbe “porzionatore”) a operatore di accoglienza. Una funzione quest’ultima particolarmente delicata, che vede il passaggio dal genitore all’esecutore che accompagna il bimbo (si parla di asili nido e di materne) dagli educatori. Nei nido, la mansione è ancora più delicata.

“Ma la questione formazione non tocca solo le mansioni diciamo “in più” – dicono i lavoratori – ma le stesse funzioni nostre”. Ad esempio, anche fare le porzioni richiede esperienza, si va dai bimbi celiaci a quelli allergici al contatto, ad esempio ai latticini. Senza parlare delle funzioni di accoglienza e gestione, ad esempio di bimbi con problematiche pesanti, come l’autismo.

Torniamo al concorso per la formazione della graduatoria, da cui il Comune attinge per coprire le assenze degli esecutori assunti con contratto “fisso”. La sua validità è di un anno, ma il Comune può prorogarlo fino a tre. Di fatto, il bando si tiene a scadenza circa triennale. I bandi sono due, uno per le supplenze corte (fino a un massimo di 12 giorni), uno per supplenze lunghe (dai 15 in su). I due bandi sono distinti proprio perché le due “chiamate” non devono confondersi. Ma è capitato che, nell’emergenza, anche qualcuno del bando “lungo” sia stato chiamato a coprire supplenze “corte”.

Tirando le fila, i problemi cui la vita di questi lavoratori è sottoposta sono svariati. Intanto, lavorare senza sapere se, dove e quando può essere situazione accettabilissima per un anno, due, ma quando gli anni diventano 10 o 15, le ricadute sulle vite personali diventano spesso non solo gravi, ma anche irreversibili. In secondo luogo, la continua esclusione dal cosiddetto “posto fisso” (che, al di là dell’ironia, comporta non solo tutele, Tfr, ferie, tredicesime ecc.) genera un risentimento che nel migliore dei casi, diventa depressione: perché il mio lavoro non è riconosciuto? Perché sono accolta con sollievo dalle strutture in quanto persona conosciuta, stimata, competente e capace, e invece il Comune da cui dipendo non si cura di rendere tangibile la mia esprienza e competenza concedendomi almeno un punteggio di anzianità? Sulla questione, per inciso, esiste già un caso: il Comune di Pistoia attribuisce punteggi rispettosi dell’anzianità di lavoro ai suoi dipendenti temporanei per gli eventuali bandi di concorso, contemplando un tetto minimo di ore lavorate nel settore in cui si è aperto il bando. Perché questa amministrazione lo nega?

Domande che, dalla rivendicazione sindacale, passano facilmente a domande esistenziali e sociali. Anche perché questo non è un lavoro che arricchisce: la media si aggira, per chi lavora tutti i giorni (si sta parlando sempre di fasce alte della graduatoria) sui mille euro al mese, spicciolo più o meno. Più sui novecento, per la maggioranza delle fasce alte. Tutto dipende ovviamente dalle giornate, che possono essere, scendendo nella graduatoria, anche una al mese: 50 euro.

Ed ecco le richieste dei 35 rimasti (erano 54): che sia riconosciuta l’anzianità professionale sotto forma di punteggio, che si possa avere delle ore di formazione (anche l’HCCP, indispensabile per entrare in cucina, viene acquisita privatamente).

Ma tutti i nodi vengono al pettine. Infatti, si stanno per esaurire i tre anni della validità della graduatoria (ricordiamo che la stessa ha validità annuale, quindi i tre anni in esaurimento sono il limite oltre il quale l’amministrazione non può prorogare le graduatorie)  ma ancora del nuovo bando non si parla. E il bando attuale scade a dicembre.

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