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Etica: i valori irrinunciabili all’identità e tradizione culturale dei cattolici Opinion leader

La libertà, diceva il filosofo francese Michel Foucault (1926 – 1984), è la “condizione ontologica dell'etica”, ossia, in termini meno filosofici e più prosaici, la sua condizione di possibilità. Non vi è infatti etica senza libertà: sarebbe solo prepotenza, imposizione, dipendenza infantile. L'etica, a sua volta, è la forma ragionata e responsabile che assume la libertà, ossia, la riflessione sulle motivazioni e condizioni del suo esercizio. Non vi è infatti libertà senza etica, senza il ricorso, cioè, a principi e valori che ne orientino l’esercizio: sarebbe solo anarchia, licenza irresponsabile e, a volte, irrispettosa. Libertà ed etica, pertanto, sono costitutive e essenziali al vivere relazionale, comune e sociale, e la moralità, quale espressione pratica e normativa dell’etica, è una dimensione propria, specifica ed esclusiva dell’agire umano. Il loro esercizio si esplica nel perseguimento, nel rispetto e, al limite, nell’eventuale violazione di fondamentali valori, quali ad esempio, la salute, il benessere, la sicurezza delle persone e dell’ambiente, il rispetto dei diritti umani fondamentali e, in senso più generale, il bene della società (bene comune) o dell’umanità (bene universale).
Non sempre il rispetto di determinati valori è possibile, non tanto intenzionalmente, quanto quale inevitabile o incontrollabile esito di situazioni conflittuali dilemmatiche, come ultimamente ci insegna, per esempio, la riflessione bioetica e come da tempo i diversi comitati etici cercano di prevenire, attraverso la previa analisi e valutazione di tutti gli elementi moralmente implicati nella possibile realizzazione di un protocollo di ricerca o di sperimentazione biotecnologica e biomedica. Sono sempre più frequenti, infatti, – soprattutto in questi ambiti di ricerca e nelle relative istanze di regolamentazione normativa e giuridica,- delle situazioni conflittuali, ossia delle circostanze in cui insorgono dei conflitti, a volte dilemmatici e irrimediabili, tra i valori perseguiti da determinati progetti di ricerca o di promozione sociale e i valori eventualmente violati dalle loro possibili conseguenze. Se il fine non giustifica i mezzi, non ne giustifica neppure le conseguenze e il coerente perseguimento del fine può a volte comportare la violazione di valori altrettanto fondamentali. La valutazione dei rischi e l’etica delle conseguenze, infatti, stanno assumendo sempre maggiore rilevanza rispetto alla tradizionale moralità dei fini, dei mezzi e delle possibili circostanze, in relazione alle sempre più complesse problematiche emergenti e in un contesto culturale e sociale profondamente mutato e caratterizzato da una crescente interculturalità e interreligiosità.
Il ripensare, ridefinire e propriamente contestualizzare, ma anche l’elaborare adeguati e operativi strumenti di valutazione etica, sarà sicuramente uno dei compiti più delicati e urgenti che interpellerà la responsabilità di tutti coloro che in diverso modo si sentono interpellati e coinvolti nel perseguimento del bene comune, a prescindere dalla pluralità delle sue possibili interpretazioni. La verità storica è per sua natura plurale. Si rivela in una molteplicità di circostanze e situazioni. La sua pretesa universalità, nel senso della tensione e non della presunzione, permane dell’ordine della speranza da assumere e non della certezza logica da dimostrare. Rischierebbe infatti di essere un idolo o, in ogni caso, contingente e circoscritta alla stessa ragione che l’ha prodotta. In questa dinamica, la Fede come atto, la Tradizione come memoria e la Spiritualità come risorsa hanno sempre avuto e continueranno ad avere per il credente un ruolo vitale, rigenerante e orientativo.
A questo punto si pone l’interrogativo di che cosa siano i valori, di quale sia la loro specifica natura, il cui rispetto spesso si invoca e su cui tanto e appassionatamente si discute, anche a prescindere dalle diverse appartenenze ideologiche o confessionali. Chiarire la natura dei valori è fondamentale, a maggior ragione in quel delicato e essenziale processo e compito di ricerca e promozione del bene comune, prezioso obiettivo e connettivo di una pacifica e creativa convivenza sociale e civile, nel rispetto della dignità culturale di ogni essere umano. In senso filosofico, infatti, la dignità esprime il valore intrinseco della persona (da considerare sempre come un fine e mai come un mezzo), mentre in senso teologico ne evoca la sua creaturalità (la sua creazione e costituzione a “immagine e somiglianza di Dio”).
In termini molto generali e approssimativi si può affermare che i valori esprimono qualcosa che “vale” – come si può desumere dalla stessa parola, – e “valgono” in quanto costituiscono un “bene fruibile”, per sua natura essenzialmente neutro. Sono “beni fruibili”, per esempio, il denaro, lo stesso sapere (che conferisce potere), la multiforme strumentazione tecno-scientifica a cui ricorriamo nella realizzazione dei nostri progetti, ecc. Essi possono acquisire valenza morale quando vengono assunti come mezzi in funzione di un determinato fine o progetto sociale. In tal senso essi rientrano appropriatamente nell’ordine della negoziabilità, in quanto implicati nelle logiche e dinamiche economico-contrattuali, a loro volta influenzate dalle condizioni e leggi di mercato.
La natura propria dei valori morali, invece, ossia dei valori in prima istanza implicati nel perseguimento del bene comune e nell’eventuale realizzazione pratica di progetti di utilità umana e sociale, non è propriamente di ordine contrattuale e quindi negoziabile in termini economici. Non tanto perché l’etica è prescrittiva, mentre l’economia, in quanto scienza, è operativamente descrittiva (distinzione da tener sempre presente, al fine di evitare quei frequenti malintesi che non aiutano la ricerca), ma soprattutto perché il valore morale evoca e rappresenta la proiezione ideale di un “dover essere”, – di una prospettiva (orizzonte) di compimento (in senso spirituale di “perfezione”), – sempre proposto e mai imposto, in ragione del rispetto dovuto alla libertà di coscienza e all’autonomia e responsabilità personali, che, – è bene ribadirlo – dal punto di vista antropologico e teologico, rappresentano la manifestazione più alta della dignità e creaturalità umane.
L’espressione “valori non negoziabili”, pertanto, nel modo e nel contesto in cui a volte viene citata, non solo è impropria, ma svilisce la ricerca del bene comune. Spesso infatti viene percepita come arrogante, – anche se intenzionalmente potrebbe non esserlo, – ed è avvilente ridurre la delicata questione della ricerca del bene comune a una contesa di negoziabilità valoriale, come se esistesse una “Borsa dei valori morali” a contrattazione negoziabile e spread variabile o indicizzabile. Sarebbe forse meglio e più  appropriato ricorrere all’espressione “valori irrinunciabili” alla nostra identità e tradizione culturale, nel rispetto però del principio dell’autonomia legislativa dello Stato o della Comunità civile di appartenenza.

L'articolo è una versione leggermente ampliata di quello comparso su Toscana Oggi del 18 dicembre 2011

P. Ennio BROVEDANI sj
Presidente Fondazione Stensen
Viale don Minzoni 25G
50129 FIRENZE FI
055-576551
segreteria@stensen.org


Foto: Michel Foucault
 

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