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Europa al voto, Spini: “Nuovo approccio alle politiche di bilancio” Opinion leader, Politica

Firenze – E’ uscito in questi giorni il libro “Alla ricerca dell’Europa perduta” di Piero Meucci e Benedetta Gentile (Thedotcompany: clicca e acquista l’ebook) che raccoglie dieci interviste a storici, politologi, filosofi ed economisti sui temi principali in discussione alla vigilia delle elezioni europee del 26 maggio. Gli intervistati sono Gianfranco Pasquino, Valdo Spini, Angelo Bolaffi, Sergio Romano, Valerio Castronovo, Sergio Givone, Agnes Heller, Jean Paul Fitoussi, Bert Rürup e Neriman Behravesh.

Libro disponibile qui

Come anticipazione del volume che il 2 maggio prossimo verrà presentato alla libreria IBS+Libraccio di Firenze pubblichiamo l’intervista a Valdo Spini. 

La crisi dell’adesione al progetto europeo nasce soprattutto dagli errori delle politiche di bilancio, che hanno aggravato la situazione dei Paesi già colpiti fortemente dalla crisi dei debiti sovrani. Bisognerebbe dunque ripartire prima di tutto con un approccio di tipo keynesiano, togliendo gli investimenti produttivi dal calcolo delle soglie di deficit dei singoli Paesi. Il Governo italiano si è messo a praticare l’accattonaggio sui decimali del suo deficit invece di chiedere le riforme strutturali necessarie per il rilancio dell’Unione Europea e in particolare dell’Eurozona. Ne è convinto Valdo Spini, presidente della Fondazione Circolo Rosselli di Firenze, già ministro dell’Ambiente, per molti anni parlamentare.

Queste elezioni europee hanno luogo in un momento di crisi. I Paesi dell’Unione pagano lo scotto della lunga crisi economica aggravata dalle politiche di austerità imposte dalla Germania. 

Siamo in un paradosso: da una parte la Grecia ci ha dimostrato che dalla zona euro non si esce; dall’altro la Brexit dimostra che uscire dall’Unione Europea è veramente difficile e oneroso. Dunque la ricetta dell’uscita ha perso molto del suo smalto. Però la crisi dell’Europa c’è, è profonda e ha due aspetti: da una parte è stato realizzato un allargamento senza modificare le istituzioni e dall’altro nell’Eurozona mancano gli strumenti di una politica economica comune. Il progetto di Costituzione europea, cui ho partecipato, si è infranto a suo tempo con l’esito negativo del referendum francese, che lo affossò. Avere allargato la membership senza avere compiuto preventivamente le modifiche istituzionali necessarie è alla base dell’attuale impasse.

Così si sono innescate tensioni centrifughe.

Da una parte con il fronte dei Paesi dell’Est e dall’altra con la crisi economica, che ha provocato reazioni contro l’euro. Guardiamo il caso dell’Italia, che si è distinta per una sorta di accattonaggio per ottenere qualche decimale in più del deficit di bilancio. Su questo, la reazione dei Paesi del Nord Europa è stata molto più dura di quella della stessa Commissione. In generale si può dire che si stanno formando gruppi di Paesi in seno alla Ue con un significato difensivo rispetto agli altri partner. Sono movimenti che contraddicono il senso della costruzione europea.

Cosa si dovrebbe fare per ridurre i danni collaterali per l’Europa dell’austerità?

È un problema di carattere keynesiano: bisogna togliere gli investimenti produttivi dal deficit. La Germania dovrebbe farsi promotrice di un coordinamento delle politiche della domanda; forse così potrebbe riversare il suo surplus a favore di una ripresa economica dell’intera Unione Europea, che oggi registra una stagnazione particolarmente grave per l’Italia. Ricordiamo che, sul piano politico, a parte la Germania nessun Governo dei Paesi europei, a cominciare dalla Grecia di Antonis Samaras fino a quelli del centro-sinistra italiani, ha retto elettoralmente all’austerità. Sono tutti caduti. Questo vorrà pure dire qualcosa.

Quale potrebbe essere la cura per l’Italia e il suo deficit strutturale? 

Ciampi per l’euro aveva puntato su una reazione positiva dell’intero sistema-Italia, che non c’è stato. Quando poi è arrivata la crisi del 2007-2008 il differenziale di produttività negativo dell’Italia ha giocato tutto il suo ruolo di freno alla crescita. Naturalmente quella che vogliamo è una crescita ambientalmente sostenibile ed equa socialmente. Per di più il differenziale di produttività è rimasto molto acuto tra Sud e Centro-nord. Dunque c’è un problema esterno, l’Europa, ma c’è anche un problema interno, quello del differenziale di produttività negativo dell’Italia, che afferisce anche all’efficienza della Pubblica amministrazione, ai tempi del processo civile etc. Per uscire dalla recessione bisogna che alcuni elementi di spesa non siano conteggiati nel deficit ma devono essere quelli che danno luogo a un moltiplicatore di tipo keynesiano, non semplicemente distribuzione della spesa. Solo così daremo impulso all’economia, altrimenti continueremo a sbattere la testa contro il muro. Bisognerebbe chiedere poi all’Europa un programma di investimenti, del tipo del piano proposto da Jacques Delors degli anni Novanta e che non ebbe operatività, in quanto fu bloccato dal veto inglese. Se l’Europa riparte, riparte anche la fiducia della gente. Con la sola retorica dell’Europa e sull’Europa non ce la potremo mai fare.

Come recuperare i Paesi dell’Europa centrale?

Forse rilanciando l’iniziativa centroeuropea che era partita a suo tempo dal Governo italiano a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta e che aveva permesso dialoghi fruttuosi. Poi non abbiamo fatto abbastanza sul piano dell’affermazione di una cultura comune europea, quella che contraddistingue un modello europeo sul piano dei diritti, delle libertà, della solidarietà: tutti problemi che condizioneranno il voto degli elettori a favore di forze euroscettiche. Il peso politico dei sovranisti è falsato dal problema dell’immigrazione. La gente vota sulla paura. Si ridestano fenomeni di intolleranza e di chiusura. Se si riaccende invece la speranza, la speranza prevarrà sulla paura. Per questo è importante dal punto di vista dei valori il ruolo delle Chiese cristiane, più in generale del dialogo interreligioso. Tuttavia è indubbio che l’integrazione avvenga con maggiore efficacia in periodi di espansione che non in periodi di recessione; ecco perché ponevo il problema del rilancio dell’economia. 

 Il flusso di migranti è stato una delle cause che ha spostato l’elettorato italiano verso le forze sovraniste e populiste.

Abbiamo accettato l’accordo di Dublino (chi riceve i migranti si fa carico della loro accoglienza) senza capire la dimensione del fenomeno e non c’è stata la forza per cambiarlo nel senso della solidarietà europea. Possiamo farlo adesso ma solo con una politica di alleanze a livello europeo, non con l’Italia sola contro tutti e che magari blocca una sua nave militare in un porto. Occorre una politica comune di immigrazione e una politica sociale europea. Come Fondazione Rosselli, insieme alla Fondazione Astrid abbiamo fatto uno studio sulle varie forme di reddito minimo garantito esistenti in Europa e abbiamo verificato che manca anche un coordinamento europeo delle politiche sociali. Ma torniamo a noi. Qual è stato il risultato della mancanza di politiche di sviluppo europeo (a parte il coraggioso quantitative easing di Mario Draghi)? Prima si credeva che l’Ue avrebbe raddrizzato la spina dorsale dell’Italia, che ci avrebbe costretti a migliorarci: ora si pensa che ci danneggi, che ci freni; cioè sta prevalendo l’idea opposta. Va tuttavia chiarito che ergere delle barriere è assolutamente controproducente per l’Italia. È questo il vero terreno di scontro, ci vorrebbe uno sforzo coordinato per una piattaforma culturale positiva che guardi alla storia comune europea per prendere un nuovo slancio.

Cosa pensa delle nuove proposte franco-tedesche per una effettiva Difesa europea? 

In linea di massima sono d’accordo. Vedo naturalmente i limiti di una Difesa europea senza il Regno Unito. Per ora siamo al livello di un dibattito franco-tedesco. Penso che sia importante che entri in campo anche l’Italia, comunque è un argomento che va assolutamente rilanciato. Nel clima attuale delle politiche del presidente Trump rafforzerebbe anche la Nato, a cui l’attuale presidenza americana non sembra guardare con l’importanza che merita.

Pensa che si potrà arrivare a una politica europea?

Scorgo uno spazio per la politica europea e anche per l’Italia, ora che un’uscita facile dalla Ue non la vede più nessuno. Rimane sempre incompiuta l’idea di una politica estera in cui l’Europa parla con una sola voce. Le forze europeiste dovrebbero porsi questa esigenza. L’opinione pubblica dovrebbe considerare questo semplice fatto: se Trump da una parte e Putin dall’altro non vedono con particolare favore il rafforzamento di una identità europea, perché dobbiamo proprio essere noi europei a dar loro una mano indebolendoci da soli? Non c’è un messaggio sufficientemente forte in questo senso, ci vorrebbe uno sforzo coordinato per creare una piattaforma culturale positiva. È quanto abbiamo cercato di fare recentemente con un documento di più di quindici fondazioni, Le culture della Repubblica per l’Europa (presentato il 7 marzo 2019), che parte dalla società civile, in questo caso dalle organizzazioni culturali. Una società civile e produttiva, quella italiana, che ha profondamente bisogno di Europa. E proprio partendo dalla necessità di Europa che ha la società civile e produttiva italiana spingere le forze politiche sul terreno dell’europeismo. Il fondamento comune del documento è molto semplice e chiaro: le culture rappresentate da queste fondazioni si sono confrontate anche duramente nei primi decenni di vita della Repubblica; ora prendono atto che democrazia in Italia e democrazia in Europa sono temi strettamente connessi e vogliono mettersi, insieme, al servizio di una politica europea dell’Italia.

Foto : Valdo Spini

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