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Europa alle urne, Danti (Pd): “Primo, rendere più forte il Parlamento” Opinion leader, Politica

Firenze – Cominceranno gli elettori olandesi, giovedì 23 maggio. Il giorno dopo andranno alle urne gli irlandesi e infine fra sabato 25 e domenica 26 maggio i 27 Paesi orfani del Regno Unito sceglieranno i 705 rappresentanti che siederanno nel Parlamento Europeo fino al 2024.

Come avvenne nel 2014, anche quest’anno si voterà con il sistema dello “Spitzenkandidat”, cioè la scelta da parte dei partiti di un leader che si candida alla presidenza della Commissione. Finora sono scesi in campo il tedesco Manfred Weber per il partito popolare europeo (Ppe, 221 deputati nel parlamento uscente), l’olandese Frans Timmermans per i socialisti e i democratici europei (S&D, 191), la tedesca  Ska Keller e l’olandese  Bas Eickhout per i Verdi  e sinistra (Greens/FFA, 50 deputati) .

Mancano all’appello i candidati di punta dei liberali di Alde (67 deputati), dei conservatori e dell’ala populista e nazionalista (Lega, Movimento 5 Stelle, Fronte nazionale) che attendono le decisioni di Matteo Salvini indicato anche dai francesi come il leader comune.

E’ la vasta area dell’estrema destra in grande espansione in tutta l’Unione che rappresenta l’incognita di queste elezioni cruciali, da quando 40 anni fa fu creata l’istituzione democratica dell’Unione. Una sfida che mette in gioco tutta la capacità di convinzione dei partiti tradizionali.

Sono dunque molte le questioni aperte, prima fra tutte quella che riguarda l’elezione del successore di Jean-Claude Juncker alla presidenza dell’Esecutivo di Bruxelles. Il Consiglio europeo si riserva una sua candidatura e il peso politico dei partiti è tutto da verificare.

“Il bilancio della legislatura non è stato negativo dopo il primo esperimento di “Spitzenkandidat” ed è stato un successo anche per l’Italia che si sia arrivati a mantenere il candidato del partito maggiormente rappresentativo”, spiega Nicola Danti, esponente del Pd, europarlamentare e Coordinatore del Gruppo S&D in Commissione Mercato interno e protezione dei consumatori. “E’ stato l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi a bloccare manovre in senso contrario a quello del candidato alla presidenza più votato.  Era un passaggio importante, in cui non si poteva tornare indietro”.

Ma in questa tornata la situazione appare più complicata…

Se guardo alle candidature attuali, questo elemento rischia di essere superato. Penso che con la candidatura di Manfred Weber il Ppe abbia scelto di non avere uno Spitzenkandidat perché tutti sanno che non potrà diventare presidente della Commissione se non in alleanza con la destra sovranista. Il capolista deve avere la fiducia del Parlamento e tutti sanno che non può che essere un candidato di mediazione.

Dunque secondo lei  si profila un parlamento con una maggioranza debole

Il Ppe sarà il partito maggiormente rappresentativo ma  poi si pone il tema delle alleanze, visto che non ci sarà un gruppo con una grande maggioranza. Finora il Parlamento era costituito da due grandi gruppi, due piccoli e due medi. Oggi secondo i sondaggi ci sarà un gruppo “medio” di 180 deputati su 700 (circa il  20%), il Ppe, un gruppo – quello socialista – di 130, un’ottantina di liberali e i Verdi in crescita significativa. Infine il gruppo dei conservatori sarà molto più piccolo. Dunque ci saranno probabilmente due partiti di media grandezza  che di per sé non possono avere la maggioranza in Parlamento.

Potrebbero allora allearsi i due partiti maggiori per fare una maggioranza e in questi modo contrapporsi alla scena populista-nazionalista..

Bisogna partire dal presupposto che nel Parlamento Europeo non c’è una maggioranza politica, non su ogni provvedimento. Le maggioranze sono variabili, non c’è né una maggioranza “organica” di centrodestra né di centrosinistra. Spesso ci sono maggioranze popolari-socialisti e liberali, o liberali verdi e sinistra, qualche volta anche molto più strane. Insomma la figura del Presidente della Commissione  uscirà un po’ indebolita.

Che fare dunque?

Bisogna mettere mano alle Istituzioni. Se nei trattati fosse specificata l’elezione diretta del Presidente della Commissione, ciò porterebbe più a candidature di possibile compromesso e non a candidature di bandiera. A livello di riforma istituzionale, in queste elezioni  abbiamo dovuto registrare un’altra sconfitta. Avevamo infatti lottato per liste transnazionali. Con l’uscita del Regno Unito si sono liberati seggi del Parlamento europeo e avevamo proposto di destinarne un terzo a seggi transnazionali, cioè eletti non da un singolo Paese ma da tutta l’Europa. E’ stata una battaglia portata avanti da Macron e da noi: eleggere 20 parlamentari che non sono di un  paese ma “europei”, rappresentanti di un partito europeo. Una battaglia persa in Parlamento, con il Ppe che era contrario. Sarebbe stata una decisione di grande valore politico e culturale perché gli elettori avrebbero votato per dei veri partiti europei.

Insomma una delle questioni principali, che poi è anche all’origine della disaffezione dei cittadini europei e mettere mano a una riforma istituzionale. Come?

Uno dei temi  da affrontare è quello di rendere le istituzioni europee più forti. Ora legiferiamo su tutte le materie che sono di nostra competenza.  Il problema è che si deve sempre trovare un accordo con il Consiglio, in un sistema bicamerale. Il Parlamento trova facilmente accordi e sintesi , ma sappiamo che il potere degli Stati è enorme perché questi possono fermare le leggi approvate dall’Assemblea. Bisognerebbe dividere in maniera chiara le competenze legislative, immaginando anche competenze concorrenti,  per dirla all’italiana, dove cioè c’è bisogno dei due legislatori per votare un testo. Ma ci devono essere poteri esclusivi su alcune materie nelle quali legiferare in maniera autonoma e piena senza dover trattare con il Consiglio. Ora occorre trovare sempre un compromesso fra volontà degli Stati e volontà del Parlamento.

Intanto però c’è un reale problema di salvare il processo di integrazione europea di fronte alla crescita dell’euroscetticismo e del nazionalismo…

L’Europa è cresciuta molto in fretta dall’inizio degli anni 2000, una scelta significativa di fronte a  un sistema istituzionale non perfetto a causa della difficoltà di legiferare con il doppio livello Parlamento-Consiglio. Una crescita che si è scontrata con il fatto che si siano affermati obiettivi diversi anche a seguito della grande crisi:  l’affermarsi di forze nazionalistiche e l’ascesa al potere  di  governi illiberali in diversi paesi che mettono a rischio la democrazia, come Polonia e Ungheria.  Con la crisi, insomma, si è assistito a un progressivo recupero del potere degli Stati in questi anni, all’interno del Consiglio europeo. Il Parlamento ha un ruolo importante di legislatore e lo svolgiamo in maniera  molto seria, ma la Commissione – che era il vero governo dell’Europa – ha visto diminuire il proprio potere.

Due fatti importanti si impongono all’attenzione degli elettori: la Brexit  e la mossa di Francia e Germania che hanno ribadito la collaborazione stretta come asse storico dell’Unione…

In un momento di difficoltà dell’Europa i due grandi paesi danno un forte segnale per quello che sta accadendo intorno. In questi ultimi tempi siamo passati da Ventotene a Aachen: dall’Europa con Italia, Germania e Francia all’Europa delle sole Francia e Germania. Vedo questo accordo come un messaggio: “Voi italiani fate quello che volete, noi rimarremo uniti e compatti e qualunque cosa succeda rimarremo il cuore dell’Europa”.

E’ molto difficile che possano dividersi Francia e Germania, insieme con l’Olanda e il Belgio, Paesi fortemente interconnessi. Il problema è che non c’è l’Italia… perché si è tirata fuori  da sola. Ormai siamo isolati in questo quadro. Il messaggio che ci arriva è un messaggio di forza, che comunque Francia e Germania sono indistruttibili. Noi avevamo individuato un’altra strada, la cooperazione rafforzata tra i paesi che ci stanno. Non due soli partner ma un gruppo di Paesi che procedevano nell’integrazione su temi come la difesa e l’armonizzazione fiscale.

Cosa vuol dire per l’Europa la Brexit?

Per i britannici i danni sono enormi, in particolare per quanto riguarda la questione irlandese. Un paese diviso in due per anni, insanguinato da lotte fratricide che aveva trovato un sistema di convivenza e che oggi rischia di avere un confine terrestre e una dogana in un’isola piccola e fortemente integrata. Il messaggio che arriva oggi è che la Brexit è attuabile o rimanendo nel mercato unico (il che  non avrebbe senso senza avere i poteri di prima), o staccando l’Irlanda inserendola nell’accordo di unione doganale. Non sono ottimista sulla soluzione, dico da un punto di vista europeo che questa è la dimostrazione che uscire dall’Europa non è impossibile. Si possono rifare le normative il giorno dopo. Il problema è che in un mercato  interconnesso da un punto di vista economico è svantaggioso uscire, come risulta  evidente perché l’ economia inglese sta perdendo più di tutti in Europa.. a parte l’Italia, per colpa dell’attuale governo. I britannici avranno uno svantaggio enorme e questo è la dimostrazione che l’Europa comunque conviene. Siccome l’idea che si impone è che l’Ue sia solo un apparato burocratico che frena la nostra economia, il caso inglese dimostra che l’Europa è la garanzia  della nostra libertà e capacità di sviluppo economico all’interno di un mercato unico. Quello che nessuno dice, ad esempio, è che l’Europa fa trattati commerciali per tutti i paesi dell’Unione. Se possiamo difendere i nostri standard e le nostre imprese è  perché siamo un grande mercato. L’Europa si mette a sedere con i grandi, Usa, Cina e garantisce l’accesso dei nostri prodotti ai loro mercati. Qualcuno pensa davvero che l’Italia potrebbe fare ciò da sola?

Sarà uno dei temi chiave della vostra campagna elettorale…

Siamo la seconda aerea geopolitica più ricca del globo, la prima area dove le differenze sociali sono minori. Il sistema europeo di investimenti sul welfare e sulla rete di protezione sociale è unico al mondo. È il luogo dove le libertà si vivono quotidianamente. Ci sono state conquiste straordinarie, il mercato unico, le quattro libertà di movimento, un sistema di imprese che nonostante una globalizzazione fortissima è il più avanzato  in innovazione, formazione e ricerca scientifica. Sono tutte cose che nessun Stato potrebbe fare da sé.

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