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Europa ed euro, Volpi: “Sovranità economica della lira? Mai stata reale” Breaking news, Economia, Opinion leader

Firenze – L’ Europa e l’euro sono  costantemente sotto attacco da parte di quanti  imputano loro le difficoltà dell’economia italiana.  Ma raramente viene analizzato in modo approfondito quali conseguenze  avrebbero l’abbandono dell’euro e il ritorno alla lira.

Il Prof. Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea nel Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di  Pisa, autore di vari saggi sull’argomento e del recentissimo libro “Perché non possiamo fare a meno dell’ Europa” (edito da Altreconomia e che ha per  sottotitolo Contro la retorica anti euro  sovranisti e populisti )  rileva che in base a considerazioni   storiche, eografiche, economiche dimostrino invece, con chiarezza, che l’Europa e la sua moneta sono indispensabili, smontando le visioni nostalgiche delle monete nazionali, le tesi autarchiche, le derive protezionistiche.   

Abbiamo cercato con questa intervista con il Prof. Volpi  di cogliere alcuni aspetti che vengono spesso enunciati negli interventi politici e  nei social e che senza un esame approfondito rischiano di divenire degli slogan.

D. Ma davvero, come si sente dire spesso,  la lira garantiva una sovranità economica  che l’euro avrebbe affossato?

R. In realtà la sovranità della lira, in quanto moneta storicamente molto debole, non è mai stata veramente reale; in diverse occasioni, infatti, per evitare il tracollo della nostra moneta non sono bastati i costosissimi interventi della Banca d’Italia che ha dovuto svendere le proprie riserve in monete forti per provare a tenere a galla la lira, ma sono stati comunque necessari “aiuti” internazionali. Così è avvenuto nel 1963, quando, a sostegno della lira, è stato decisivo l’aiuto americano, mentre nel 1976 e nel 1992 è stato importante il contributo europeo. Si tratta solo di alcuni esempi di un fenomeno assai diffuso, basti pensare all’importanza della doppia circolazione lire-dollari, in occasione della “linea Einaudi” negli anni della ricostruzione, che testimoniano che un paese con una moneta debole ha sempre bisogno di appoggi esterni, pena il rischio di tracolli continui.

D. C’è  chi ritiene  che con la lira la crisi economica sarebbe risolta… potremmo stampare moneta  e avere una capacità di spesa che farebbe da volano allo sviluppo…

R. Questa è davvero un’ipotesi singolare. Tornare alla lira vorrebbe dire dover ridenominare il nostro debito, ora in euro, in lire con costi altissimi e con l’impossibilità di trovare nuovi acquirenti del nostro debito; debito pubblico che, non dimentichiamolo, nel caso italiano è fondamentale per il pagamento di una parte importante della spesa pubblica, a cominciare da quella sanitaria e previdenziale. La possibilità di stampare carta moneta poi è ancora più complicata: l’Italia ha un debito di circa 2300 miliardi con la necessità di collocarne ogni anno dai 250 ai 350 miliardi di euro. Se non trovasse più compratori sufficienti, spaventati ovviamente dalla debolezza della lira italiana, la Banca d’Italia, “riappropiartasi” delle proprie funzioni monetarie, dovrebbe stampare una quantità di carta talmente gigantesca da travolgere la moneta stessa e il debito. Non bisogna dimenticare che le banche centrali potevano stampare carta moneta per acquistare le porzioni di debito invendute alle aste quando nel mondo non esisteva ancora una piena liberalizzazione dei flussi di capitale. In altre parole, i risparmiatori italiani potevano acquistare solo i titoli del debito italiano; a partire dalla metà degli anni Ottanta, invece, con la liberalizzazione dei flussi di capitali, i risparmiatori, e i grandi investitori, possono comprare titoli ovunque. E’ evidente allora che lo compreranno dove rendono di più e dove sono più sicuri. In questo senso se tornassimo ad avere un debito denominato in lire, moneta debolissima, dovremmo pagare interessi stellari, come infatti avveniva prima dell’euro, e dunque per coprirli dovremmo stampare tanta moneta da generare una insostenibile iperinflazione. Vale la pena ricordare ancora che l’inflazione è, nella sostanza, un’imposta che colpisce soprattutto le fasce più deboli dei cittadini e contribuisce a peggiorare la distribuzione della ricchezza.

D. Lei ha scritto che la storia della lira  non è stata esattamente una storia di successi…

D. E’ così. Il potere d’acquisto degli italiani si è sempre ridotto nel tempo. Erano deboli le lire emesse dagli istituti di emissione italiani prima della nascita della Banca d’Italia, avvenuta nel 1893, ed erano deboli i biglietti della Banca d’Italia che furono stampati sempre in misura eccessiva. Quando poi il governo italiano, come nel caso di Quota Novanta, con Mussolini nel 1926 ha provato a rafforzale artificialmente la lire, stabilendo un cambio fasullo di 90 lire per sterlina, i danni sono stati molteplici. Anche nel dopoguerra, fatti salvi rarissimi periodi, la lira era una delle monete più deboli in circolazione con crisi di svalutazione sempre all’ordine del giorno

D. La debolezza  cronica della lira  quali conseguenze ha avuto sui conti pubblici italiani?

D. Pesanti; ne indicherei rapidamente almeno 3: 1) ha determinato tassi di interesse di collocamento del debito altissimo, che sono stati la vera causa dell’esplosione del debito. A partire dalla metà degli anni Ottanta quando gli interessi sul debito sono saliti a doppia cifra il rapporto debito Pil è esploso passando dal 60% del 1988 al 120% del 1994! 2) ha costretto la banca d’italia ad intervenire spesso sui mercati a difesa della moneta nazionale con costi importanti 3) ha favorito la fuga dei capitali che è stato uno dei grandi problemi dell’economia italiana

D. Le ricorrenti svalutazioni  apportavano vantaggi per le esportazioni… ma creavano anche disagi in molte categorie sociali …..

D.  L’idea che l’economia italiana potesse recuperare competitività attraverso la moneta debole ha “drogato” il modello italiano che ha rinunciato a puntare su un reale miglioramento della produttività e dell’efficienza economica attraverso innovazione, ricerca, nuovi mercati per fidare tutto sulla moneta; uno schema che è crollato con la globalizzazione e la comparsa di nuovi concorrenti che facevano meglio e a costi più bassi quello che facevano noi. Inoltre, la svalutazione-inflazione ha, come accennato, colpito soprattutto le fasce più povere della popolazione, contribuendo a determinare una pessima distribuzione della ricchezza e indebolendo il mercato interno e i consumi. Sul versante delle imprese, ha penalizzato i produttori per il mercato nazionale e certamente non ha favorito una buona parte del sistema delle piccole imprese non attrezzate per i mercati esteri.

D. Quindi  l’euro non è poi tutto da buttare….?  

D. Certo. L’euro ha permesso di far collocare il nostro debito a tassi negativi: è stato possibile cioè vendere titoli di un paese indebitato come l’Italia e con una crescita difficilissima a tassi negativi, inferiori al tasso d’inflazione, con risparmi nella spesa pubblica altissimi. Se, credessimo nell’euro, potremmo davvero utilizzarlo come “moneta rifugio”, convincendo sempre più l’economia mondiale della sua forza e dunque permettendo il suo utilizzo per finanziare, senza inflazioni, grandi investimenti necessari al miglioramento della qualità dell’economia europea.

 

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