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La lezione di De Gasperi antidoto alla crisi dell’Europa Opinion leader

Firenze – Fra le domande che i giornalisti rivolgevano qualche tempo fa agli uomini politici era d’obbligo porre anche “chi metterebbe nella sua galleria degli antenati?”. Ne nasceva una nobile gara che scomodava i grandi personaggi e pensatori, di destra o di sinistra, progressisti, rivoluzionari o conservatori a seconda della posizione (e della vanità) dell’intervistato.

Non erano una moltitudine quelli che evocavano il ritratto di un uomo dal volto nobile e serio, nato in Trentino nel 1881, del quale quest’anno ricorre il 65 anniversario della morte. Eppure Alcide De Gasperi, da leader della Democrazia Cristiana, ha guidato l’Italia negli anni cruciali del dopoguerra, le ha ridato dignità e autorevolezza nel consesso delle nazioni e ha posto le premesse per la rinascita democratica di un Paese materialmente e moralmente devastato dal fascismo e dalla guerra.

Noi tutti siamo figli delle sue scelte condotte con intelligenza strategica e abilità tattica, fra le quali vi è la messa in moto del processo di integrazione dell’Europa. De Gasperi è uno dei padri dell’Unione, ruolo che condivide con Robert Schuman, Jean Monnet, Altiero Spinelli, Konrad Adenauer.

Certo la sua azione di capo del governo italiano, nell’arco di otto anni (dal 1945 al 1953),  si svolse in un contesto storico completamente diverso da quello nel quale ci troviamo. Erano gli anni della costruzione della nuova Italia democratica, della fine della collaborazione fra le forze popolari della Resistenza, della cortina di ferro e del conflitto ideologico fra Est e Ovest, degli enormi problemi sociali e materiali da risolvere.

La sua lezione torna di attualità nel momento in cui la politica si dimostra incapace di svolgere il suo compito primario che è quella della mediazione degli interessi in vista di un obiettivo comune più alto nella salvaguardia dei valori che sono il fondamento della nostra storia e della nostra tradizione: “In presenza di una classe politica dedita prevalentemente a competizioni fra leadership personalistiche, preda di tensioni populiste e convinta di poter affrontare problemi drammatici a colpi di suggestioni miracolistiche, ci sarà spazio, nel XXI secolo, per una strategia politica seriamente ancorata alla democrazia?”.

Una strategia come quella portata avanti dal leader trentino che “possedeva ed aveva ampiamente utilizzato nella sua vicenda politica e umana” le qualità che Max Weber indicava come “le più importanti in un uomo politico: la passione, il senso della responsabilità e la lungimiranza”.

E’ la domanda che si pone Giuseppe Matulli, una lunga carriera di politico e amministratore nella Democrazia Cristiana e nel Partito democratico, nel saggio “Alcide De Gasperi, Quando la politica credeva nell’Europa e nella democrazia”, pubblicato dalle Edizioni Clichy con una prefazione di Enrico Letta.

Nel raccontare la vicenda di De Gasperi con il metodo dello storico e la passione di chi ha creduto fortemente nella missione del politico, l’autore offre un contributo alla riflessione che ha una portata superiore alla descrizione di un modello di virtù politiche e umane, alle quali – in una sorta di minimalismo misurato sulla statura media dell’attuale classe politica non solo italiana – richiama nella conclusione.

Matulli ricostruisce con ricchezza di fonti e documenti, a partire dalla fondamentale opera biografica di Piero Craveri, condizioni e convinzioni che conducono alla messa a punto delle strategie e alle mosse di un cattolico  pragmatico che aveva fatto il suo apprendistato politico nel mondo plurietnico dell’Impero austroungarico giunto al capolinea della storia con l’esplosione degli egoismi nazionalistici.

Prima del definitivo instaurarsi della dittatura fascista, fu con Luigi Sturzo fra i fondatori del Partito Popolare e poi segretario che non dimenticherà il ruolo di sostegno offerto a Mussolini dal Vaticano e dalla destra clerico-fascista.

Così come il Vaticano non  si fiderà mai di un cattolico tutto d’un pezzo che crede fermamente nella laicità dello Stato e nella libertà di giudizio sul piano della prassi politica: “Per operare nel campo sociale e politico non basta né la fede né la virtù.. occorre lo strumento del partito cioè un’organizzazione politica che abbia un programma, un metodo proprio, una responsabilità autonoma, una fattura e una gestione democratica”, disse nel suo ultimo discorso da segretario della Dc il 27 giugno 1954, raccomandando ai suoi di fare attenzione all’integralismo e al clericalismo sempre in agguato.

Dal punto di vista dell’azione politica, Matulli sottolinea il carattere di “protagonista controcorrente nel tempo delle ideologie” sia per essere “aperto ad una ricerca culturale libera da ogni pregiudiziale, aperto alla collaborazione ed anche a forme di assimilazione di valori di culture e tradizioni politiche diverse”, sia per il suo modo di distinguere “le funzioni ed i rapporti fra le istituzioni e le formazioni politiche”.

Il partito è portatore e promotore della coscienza politica popolare, ma l’iniziativa politica è solo del Governo. La trasformazione dei partiti in macchine burocratiche porta all’occupazione di spazi della società e dell’organizzazione statale che a loro non competono e che è all’origine di tanti mali italiani, scrive ancora il leader della Dc negli ultimi mesi di vita.

Grazie a questo pragmatismo De Gasperi pilotò il Paese attraverso il referendum istituzionale, la Costituente, la rottura della solidarietà resistenziale con socialisti e comunisti con l’inizio della guerra fredda, le grandi riforme, la gestione degli aiuti americani, il risanamento del bilancio. Una solidarietà che resistette al livello del rapporto di stima e di rispetto con i leader della sinistra, Pietro Nenni e Palmiro Togliatti.

La sua carriera volse al termine quando tentò di garantire alla sua politica di centro i numeri necessari per poter governare al riparo soprattutto dei tentativi della destra laica e cattolica di bloccarne la spinta riformista.  Il 7 giugno 1953 la legge elettorale che prevedeva un premio di maggioranza alla coalizione vincente fu bocciata dagli elettori che pure premiarono la Dc.

Il volume riporta in appendice i discorsi più importanti di De Gasperi, fra i quali l’intervento “In difesa dell’Italia” alla Conferenza della Pace di Parigi del 10 agosto 1946. Quello che colpì profondamente anche gli ex nemici vittoriosi: “Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me…”.

Soprattutto nella sua “visione” internazionale secondo Matulli consiste il messaggio più attuale della figura del fondatore della Dc che trova le radici proprio nella sua attività di cittadino austriaco e si esprime nella battaglia per la creazione di un organismo a livello europeo, superando gli egoismi nazionali nell’integrazione politica.

Il libro racconta in modo chiaro e dettagliato il suo “vedere la sovranità europea prima degli altri” (Letta), il suo ruolo nella istituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio e nella realizzazione della Comunità europea di difesa che si concluse con un fallimento per il ritiro della Francia, ma che fu un’arena importante per la maturazione dell’ideale dell’Unione.

Sono pagine che andrebbero rilette e meditate nel momento in cui l’Europa sta cercando nuove strade per rilanciare quell’ideale mentre risorge con prepotenza l’egoismo nazionale. Per il suo impegno nella costruzione dell’Europa unita De Gasperi ricevette il 24 settembre 1952 ad Aquisgrana il premio Carlo Magno: “Questa decorazione – disse – questa sola mettete sul cuscino che porterete al mio funerale”.

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