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Ex-Istituto Agronomico d’Oltremare, sull’orlo del vuoto Breaking news, Cronaca

Firenze – Fu una “striscia” dell’Ansa del 26 gennaio scorso a risvegliare l’attenzione dei cittadini: la Prefettura di Firenze richiedeva la messa a disposizione della palazzina “nuova” (quella del 1998, per intendersi) dell’ex IAO fiorentino per trasferirvi gli uffici di via Giacomini, in seguito all’allargamento del personale e delle accresciute attività. Richiesta su cui forse pesa, in tempi di tirate di cinghia, anche il pagamento di un affitto, in via Giacomini, che si aggira sugli 800mila euro e rotti annui.  La richiesta di messa a disposizione rapida dell’edificio fu esplicita.

Ma ciò che restò in ombra fu la prospettiva che si aprì per il futuro della struttura, che era ed è di dismissione completa: vale a dire, della palazzina storica, del giardino, delle serre. Insomma, di tutto ciò che ha fatto e fa dell’ex -Istituto Agronomico d’Oltremare non solo un luogo prezioso per l’architettura e la scienza, dato il valore non solo della palazzina, ma anche di tutto il materiale storico e scientifico che contiene. Basti ricordare, a proposito delle famose collezioni, quella botanica tropicale, composta da circa 800 piante tropicali e subtropicali, fra serre e giardino, appartenenti a più di 350 specie, delle quali 250 specie nelle serre e 90 nel giardino, senza dimenticare il Museo Agrario Tropicale, creato quasi contemporaneamente all’Istituto, che ad oggi comprende circa 2.500 pezzi, provenienti da Africa, Asia, Oceania ed America Latina. Oppure la straordinaria collezione entomologica, circa 5.520 esemplari di insetti, appartenenti a 12 ordini, provenienti da Egitto, Eritrea, Libia, Congo, Somalia, Tanzania, Argentina, Brasile, Cile, Messico, Paraguay, Perù, Uruguay, Venezuela, Arabia Saudita, Cina, India, Iran, Turchia, che comprende anche la Collezione Kruger, piccola ma importante collezione di insetti provenienti dalla Cirenaica, oltre a circa 1.800 esemplari provenienti dall’Ecuador.

L’Istituto Agronomico per l’Oltremare di Firenze fu soppresso, nominalmente, il 31 dicembre 2015 e fu reintegrato nell’attuale Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo a partire dal 1 gennaio 2016. Di conseguenza, allo stato attuale l’intero complesso immobiliare, compresa la palazzina del 1998 e ovviamente il giardino, risulta inquadrato come ufficio periferico della sede romana dell’Agenzia.

Inutile dire che il “cuore” della struttura è la sede storica, che venne inaugurata l’11 novembre 1942. Si tratta di un edificio la cui superficie arriva a circa 5030 metri quadrati, suddivisi su 4 livelli, esclusi i vani scale. La moderna palazzina occupa 1325 metri quadri, escludendo i vani scale. Il giardino si sviluppa su 1,3 ettari circa, con 450 metri quadri di serre storiche e edifici annessi di circa 110 mq.

La palazzina del 1942, un piccolo gioiello dell’architettura dell’epoca, contiene al suo interno arredi, mobili, fino alle fonti illuminanti (oltre ovviamente a tutti gli archivi, le collezioni, ecc) risalenti all’epoca di costruzione. Tutto materiale legato dal Mibac con vincolo pertinenziale al luogo in cui si trova. Vale a dire, non si può spostare niente. Il giardino, d’altro canto, gode di un vincolo paesaggistico (DM 05.11.1951, secondo il piano strutturale 2010). Le uniche costruzioni non vincolate sono le opere in muratura per gli attrezzi, i magazzini, e in generale gli immobili “d’uso” per l’attività del giardino stesso.

Centro di ricerca, deposito di cultura, centro di relazioni per un pezzo di mondo così importante come il Mediterraneo. Ma il futuro? …

La dismissione completa sempre più paventata, fa serpeggiare l’inquietudine fra studiosi, ricercatori e operatori dell’ex-IAO. Il problema infatti presenta almeno due profili: uno, di fondo, è il fatto che la struttura e tutto ciò che contiene, ad oggi, andrebbe non ad un altro ente di ricerca magari legato all’università ma ad un organo amministrativo governativo, con tutte le perplessità che ciò solleva per quanto riguarda la congruenza fra le funzioni e la natura dei due soggetti; l’altro, riguarda il personale. Fra le ipotesi, trovare una sede alternativa a Firenze, con tutte le difficoltà che questo comporta (senza archivio, serre, giardino…) o, ancora peggio forse, trasferimento a Roma, all’Agenzia di cui è al momento organo periferico. Oppure, rispetto al trasferimento della Prefettura, riservare qualche stanza, o un piano, all’attività dei ricercatori, studiosi e operatori dell’ex-IAO. Una sorta di matrimonio forzato con separazione in casa.

Insomma, tirando le fila, il vero timore è la dispersione di un patrimonio di conoscenze, memorie, archivi, materiali che risultano allo stato pressoché unici nel panorama nazionale. Oltre ovviamente la dispersione del patrimonio artistico, nonostante le tutele. Anche perché tornano alla mente precedenti illustri e infelici, come il vecchio IsIAO di Roma, acronimo per Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente, la cui consistenza di “patrimonio” a livello di libri, collezioni, testimonianze… è stato disperso in mille rivoli fra musei e privati.

Sulla questione, raggiunta a telefono da Stamptoscana, l’architetto e archivista Gabriella Carapelli, studiosa di grande rilievo che ha anche operato all’interno degli archivi dell’ex-IAO, dice: “L’eventuale perdita di un patrimonio unico come quello dell’ex-IAO, sia a livello architettonico, che di ricerca agronomica, scientifica, archivistica, fotografica, sarebbe irreparabile. Del resto, anche l’ipotetico trasferimento per esempio a Roma della sede, mette in serio pericolo quello che invece poteva essere un possibile potenziamento della vita scientifico-culturale della città. Le ricerche, le piante, l’uso delle serre storiche per un possibile allevamento, lo stesso ruolo, acquisito con la recente trasformazione dello IAO, di cooperazione internazionale che potrebbe giocare un ruolo significativo nel complesso intreccio delle relazioni mediterranee, tutto ciò porterebbe  a un incremento dell’ex- IAO, non a una sua possibile dismissione”.

“Il principio è più generale – conclude Carapelli – e riguarda il futuro stesso di Firenze. Dovremo fare attenzione a continuare a svuotare la città dei suoi centri di eccellenze culturali, scientifiche, artistiche”.

 

 

 

 

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