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Fabrizio Barca: “E’ cambiata la partita” Politica

Sarà la folla che ha accompagnato il "tour" di Fabrizio Barca fra gli iscritti e i simpatizzanti del Pd in terra di Toscana a essere ricordata: studenti, una folla, più di trecento, trecento cinquanta, al Polo di Novoli. Teatro Puccini strapieno, ieri sera all'incontro coordinato da Sergio Staino.. Non promette sogni, il professor Fabrizio Barca, l'amministratore pubblico, il signore che è stato Ministro nel governo Monti, che ad occhio e croce non è molto amato da queste parti; i concetti che esprime sono raffinati, raccontati in modo non complesso, ma sicuramente di peso, sicuramente frutto di analisi e almeno all'apparenza staccati da quei "richiami alla pancia" che poi vuol dire emozionalità e suggestione. All'Università,  Fabrizio Barca racconta e spiega lo sperimentalismo democratico, la forma di partito "leggero" (qualcosa che per certi versi può, ma non è detto, accomunarlo a Renzi ….) la necessità di dare una scossa al partito agendo sulla forma partito; gli studenti lo ascoltano senza fiatare anche quando spiega che, secondo la sua analisi (quelle corpose 50 pagine che lui stesso dice avere scritto "perché siano cambiate") il partito è necessario per cambiare le classi dirigenti del paese, tutte, in tutte le fasce, non solo nella politica. E scatta l'applauso.

Forse la notizia, al di là della disanima anche rivoluzionaria per certi versi, che Barca conduce con brillantezza e concretezza, è proprio questo appassionato interesse. Nella sua oratoria, infatti, Barca concede poco al pubblico "giovanile": qualche battuta seminascosta in un commento appena ironico, qualche strizzatina d'occhi, ma niente di più. Eppure, la sua oratoria da professore conquista e per certi versi, si rivela più "magica", con i suoi richiami a economisti e sociologi, di tanti altri richiami più spudoratamente "giovanilistici". Un segno tangibile, forse, che il pubblico  ha sete di cose concrete, che vadano al di là delle semplici schermaglie politiche. Qualcosa su cui si possa costruire, e forse, su cui si possa ricostruire. Cosa? Un partito. E servono anche cose, per questa impresa, che si chiamano "idee".


Ciò che propone Barca è un'analisi e una presentazione dell'analisi: fondare nuove regole, ma il discorso non è nuovo, avverte Barca, è vent'anni che si cerca di attivare nuove regole. E nuove regole ci sono, sono state tante, eppure, siamo ancora nella fase delle regole. Perché? Perché per avere delle regole credibili e rispettate è necessario innanzitutto chiarirsi lo scopo. A che scopo si mira? A quale obiettivo le regole sono funzionali? "Le regole non possono essere appiccicate, bisogna capire che partito vogliamo".Domanda che, per il pubblico e per Barca, si pone al di là della questione, pur grave, pur politica, di chi ci starà al vertice del Pd, dopo le dimissioni di Bersani. E anche da qual è il rapporto di Fabrizio Barca con Matteo Renzi, con cui oggi si sono visti due ore a pranzo e dove, pare, si siano scambiati la convinzione che la cosa più importante, ora, è stringere sull'unità del partito, al di là della "complementarità" che sembra avviare un tandem innovativo nel partito (Renzi alla premiership, Barca segretario).
Il problema che pone l'aula va al di là della contingenza, e si pone alle radici stesse del Pd. Che ruolo può avere nel futuro? Rappresenta ancora la sinistra? Perché è necessaria la forma partito? Come può cambiare per essere ancora utile alla società?

E come si fa a capirlo? Parlando con la gente, con gli iscritti in primis, con coloro che stanno dentro e danno forza al gioco. Perché alla fine, dice Barca, che tipo di partito ci voglia lo sanno un po' tutti.
Il partito dev'essere lo strumento per dare concretezza al ricambio con l'ingresso di persone nuove, ma per fare questo ci vuole una comunicazione con la base che faccia in modo che tutti possano proporrre, chiarire, discutere e portare contributi, non solo essere ascoltati. Perché questa è la partecipazione, vale a dire una grande iniezione di democrazia, come la definirà più tadi, nel dibattito, un ricercatore della Luiss. Inoltre, serve a questa forma partito, oltre alle modalità nuove di partecipazione, un grande afflato identitario, occorre dare attenzione alla formazione della classe dirigente come classe che cresce nel dibattito, nel contatto, nel confronto della base, degli iscritti, dei circoli. Un altro nodo, il rapporto fra i livelli di gerarchia. Un sistema vero e proprio, quello che propone Barca, senza essere ingessato, anzi, capace di cambiamenti in itinere che lo rendano "vivo". E al di là del "volontarismo, che da solo non basta", bisogna avere idea di che cosa sia il buon governo.

Già, cos'è il buon governo? Innanzitutto, a sentire Barca, bisogna partire dal concetto che in questa società la conoscenza è diffusa. Nel senso che i problemi sono contestualizzati: una comunità saprà come risolvere un problema come, ad esempio, una discarica, in un modo che le sarà peculiare e proprio, che il governante, ad esempio, non potrà conoscere. Da qui, la necessità che chi governa sia in grado di indirizzare, e il "governato" (nel senso anche di governo locale) di porporre e concretizzare secondo le sue, peculiari, modalità. E si giunge alle parole magiche: sperimentalismo democratico, retroazione. E dove si giunge, in questo modo? Dopo la discussione, aperta e anche accesa, si giunge all'accordo, non unanime, impossibile, ma all'accordo il più ampio possibile.

Ma come si fa a mantenere la "barra dritta", in una parola ad ottenere ciò che attraverso dibattito, indirizzo, confronto e studio diventa l'obiettivo? "Solo il partito – dice Barca – può realizzare la mobilitazione". L'ex ministro ha quindi sottolineato di puntare su partiti ''meno rigidi, pagati prevalentemente dai partecipanti ma anche con un finanziamento pubblico rivisto, un finanziamento di scopo''. Ma per esercitare questo ruolo di pressione, controllo (e indirizzo del potere esecutivo) il partito non può essere ciò che è diventato, vale a dire, un partito schiacciato sullo Stato, che dallo Stato trae il suo sostentamento, che garantisce una carriera interna come se fornisse "il posto". No. Questo, secondo l'ex-ministro, è il contrario di ciò che deve essere la funzione del partito, inteso come partito soggetto.

L'attacco: "Il fatto che la "macchina" non sia funzionale, non è casuale – dice Barca – la natura statalistica dei partiti è sostenuta da una classe dirigente rentiérs". Non solo quella politica, specifica, ma una classe dirigente che attraversa tutta la società, dagli imprenditori, ai giornalisti, e così via. Applausi dalla sala.

Ma anche un'altra questione viene posta con forza  ed è la questione dell'identità. Cos'è la sinistra? In cosa si distingue? Ci sono sistemi valoriali comuni, dice l'ex-ministro, e fra questi uno fondamentale è il lavoro, o meglio riconoscere che il lavoro ha necessità di organizzarsi per controbattere al gap che esiste a livello di forza contrattuale fra lavoratore e capitalista.
Insomma, per dirla "alla Barca" sembra proprio che "sia cambiata la partita". E se ora come ora il Pd governa con il Pdl, e la parola sinistra continua a essere preceduta da "centro", non importa, importante è che passino le idee. E dunque il cambiamento.

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